IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il segreto di Giammarino

Il segreto di Giammarino di Antonio nahi

di Antonio Nahi

La storia fantastica che narriamo, tratta dal libro STORIE E LEGGENDE DEL SALENTO di A. NAHI, pur riferendosi a luoghi esistiti o ancora esistenti, non ha nulla di reale se non le suggestioni e la magica atmosfera che ancora aleggiano in queste contrade.
Anche i personaggi, parte integrale di alterne vicende legate ai secoli passati, sono frutto di fantasia e, se storicamente riscontrabili, non necessariamente rispecchiano l’esatto periodo temporale.
I riferimenti e le citazioni storiche sono tratti dal libro «elendugno e Borgagne tra il XII e XIX secolo», di Giovanni Cisternino, Zane Editrice, Melendugno 1988.

Uno

Non erano le dieci di sera, quando Pici picchiò forte al portone della masseria di Giammarino, accomodandosi la pellaccia bisunta di montone che gli ricopriva le spalle minute e ricurve. Una folata di pulviscolo gelido tornò a graffiargli il volto e lui, istintivamente, si sfregò la barba ispida e rossiccia che scricchiolò come fatta di sale.
« Ehi là! Aprite ai cristiani? », sollecitò, guardando di sbieco il cielo paonazzo e gonfio di nevischio.
« Aprite, ché il cuore si gela! », insisté.
La ’Ndata dall’altra parte gridò:
« Solo gli spiriti del male cercano casa stanotte! Chi siete? Che volete? ».
« Apri, femmina, ché il male mi piglierà di sicuro, se resto ancora qui fuori!.. Sono Pici, Cristo!.. Apri! ». E ’Ndata tirò il catenaccio e, brontolando, disse:
« E chi altri, se no? Ma ti pare giusto andar per i campi in questa notte da lupi? ».
« Zitta, femmina, e fa’ presto, ché i lupi li ho davvero dietro che mi fiutano il culo! Apri!.. ». E, come obbedendo a un comando dell’Alto, un lungo e sinistro ululato, lontano meno di una lega, squarciò il petto della ’Ndata.
« Oh Madonna Santissima… », gridò, richiudendo di botto il portone dietro Pici e, portandosi una mano al cuore, spalancò gli occhi, neri come olive mature.
« Pici, ci hai portato quelle anime dannate? ».
« Zitta, femmina! Fammi strada con quella lucerna, portami da patrunu Pippi, ché ho da parlargli in segreto ».
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La ’Ndata inghiottí, sbigottita; ma, senza indugiare, allungò il passo, rischiarando con la lucerna il viottolo fangoso e ormai completamente ghiacciato.
Patrunu Pippi, sulla porta di casa, ammantato nel saio
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nero di lana di pecora e col bastone da pecoraro in mano, pareva Padre Bonifacio, quando fa per lanciare qualche invettiva contro gli empi del borgo. E, col suo vocione da otre pieno, non permise a Pici di procedere oltre:
« Che fai qua, cosa cerchi? ».
« Mah, un posto da cristiani, per la notte… ».
« Dice che ha da parlarti in segreto… », intervenne ’Ndata con la curiosità segnata in viso. Un altro ululato, piú vicino alla masseria questa volta e piú angoscioso del primo, fece il giro delle pareti gelide delle stalle, per cui seguí il nitrito stanco e atterrito della giumenta. La ’Ndata si fece un segno di croce, gli uomini si guardarono in silenzio, poi patrunu Pippi disse categorico alla ’Ndata:
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« Legna al fuoco, una misura di vino e del formaggio fresco! ». ’Ndata si allontanò a capo chino, a braccia conserte e mani sotto le ascelle.
« Patrunu Pippi… », quasi gridò Pici, lasciandosi cadere
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sullo sgabello di legno accanto al focolare; « Patrunu
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Pippi… su’ turnati! (son tornati!) ».

Due

L’alba giunse fredda e grigia, con un cielo carico di nubi nere e dure, come pietre che sembravano segnare i confini della volta celeste, come se volessero non avere nulla a che fare con la tenuta di Giammarino.
Padre Bonifacio aveva picchiato, prim’ancora dell’alba, contro i fianchi della bestia per sollecitarla a trottare. Non erano ancora le otto del mattino, quando patrunu Pippi
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ordinò alla ’Ndata di andare verso il portone, avendo visto, attraverso il pertugio dello spioncino, la sagoma pesante del monaco lungo la mulattiera che conduceva alla masseria di Giammarino.
« ’Ndata, apri all’uomo di Dio! », disse, facendo gli ultimi tiri alla pipa “tartara”, come la chiamava la ’Ndata a causa del puzzo orrendo che sprigionava.
« Ed eccomi qua! », disse il monaco appena sceso giú dal mulo.
Padre Bonifacio reggeva il piccolo convento di Castijo, distante poco piú di tre miglia a nord-ovest della masseria di Giammarino. Il convento, il cui ordine religioso traeva le sue regole da San Basilio1, dipendeva dall’abazia di Maladugno, retta dall’abate Michele Santoro. L’abazia comprendeva vastissimi territori e numerose grancie, ricoprendo non poca importanza politica. L’ordine aveva favorito il ripopolamento di quel territorio e molti casali erano sorti, proprio grazie all’arrivo di contadini dalle varie parti della Grecía.

Bonifacio, ieromonaco capace, piú che per reggere le sorti dello spirito monastico, era stato assegnato a quel convento per salvaguardarne gli introiti economici, siccome il presidio militare vicino al convento era una sorta di guardianía doganale.
Fisico corpulento, spirito pratico, curava le pubbliche relazioni, con libero mandato, affinché la serenità dei coloni non subisse pressioni e turbative di alcun genere. Era tenuto in gran considerazione, risolutore di controversie locali e difensore della gente umile contro ogni sopruso da parte dei reggenti militari e politici.

« Sono qui, Pippi! », ripeté il monaco alquanto contrariato, poi continuò:
« Quali orrendi peccati hai da vomitare ancora? Manco a squartarlo, quel tuo servitore si sarebbe fatto cavare verbo di bocca: “Patrunu Pippi, ha da parlarti… io non so
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e, se so, non sono tenuto a dire…”. Peggio dei caproni che porta al pascolo…».
« Padre, seguitemi. Bene ha fatto quello a non parlare. Meno orecchie sentono, meno bocche parlano; meno bocche parlano, meno orecchie ascoltano, e cosí via! ».
« Ha parlato il padrone del cane!…», disse il monaco quasi tra sé, tanto che patrunu Pippi non sentí nulla, per
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questo continuò:
« Quel poveraccio mi ha tirato fuori del convento, che erano le cinque del mattino; è giunto cosí infreddolito che pareva morto, senza fermarsi mai, come da ordine tuo, patrunu Pippi… E, allora? ».
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« Pici è un ottimo servitore. Ha lasciato la masseria che non erano ancora le due, per venire a chiamarti; ha obbedito senza batter ciglio. E di fegato ce ne voleva per muoversi questa notte ».
« Cosa c’è stato di strano questa notte? », chiese Padre Bonifacio, cambiando tono e atteggiamento, avendo intuito qualcosa di preoccupante.
« Padre, ho ragione di credere che sono tornati!.. », disse Pippi, avviandosi verso la casa.
« Dio del cielo, ’sta storia non ha termine, dunque? ».
« No, Padre e… ».
« Smettetela, Pippi! Non bestemmiate, solo a Dio si deve dar conto delle proprie azioni. La nostra anima a Lui appartiene! ».
« Appartiene a Lui, ma dopo crepati! In vita dobbiamo dar conto… ».
« A chi? A chi, Pippi? Agli spiriti maligni? alle maledizioni?.. Siete un buon fattore, Pippi, un uomo che ha passato una vita… Non potete dar retta a dicerie di vecchi rimbecilliti ».
« Padre, Pici non è uno stupido, ed io ho imparato a credere a quel che sento e vedo!.. ».
« Ebbene, cosa avete visto ancora? Parlate! », disse il monaco incrociando le braccia come in attesa.
« Entrate, padre… », cercò di rabbonirlo l’uomo, « e tu, donna, porta il vino buono », disse poi rivolto alla ’Ndata.
L’uomo di Dio si lasciò cadere sulla seggiola e, piantando le possenti braccia sulla panca, intrecciò le dita dietro la nuca, scosse ripetutamente la testa in segno di stanchezza e implorò Dio:
« Signore mio, perdona gli ignoranti… ».

Tre

Neanche un’ora dopo, la ’Ndata riconsegnò a Padre Bonifacio il mulo, strigliato a dovere e con le bisacce ricolme di provvidenza, generosamente elargita da patrunu
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Pippi. E cosí, il monaco lasciò la masseria di Giammarino.
L’andatura del padre era piú risoluta lungo la via del ritorno, non tanto perché meno stanco, quanto piuttosto perché non vedeva l’ora di lasciarsi alle spalle quelle terre pregne di dolore e di… mistero.

La via che conduceva al convento era addolcita da un tiepido sole; “conforta le ossa e allieta il cammino”, pensò il monaco. Poi i suoi pensieri furono distratti dalla mandria di pecore che, risalita la china, attorniò il mulo, rallentandone l’andatura.
Mesko, il cane di Pici, scodinzolando s’avvicinò al frate e strofinò il pelo lurido contro i suoi sandali, sperando di ricavare il fico secco che padre Bonifacio era solito gettargli, dopo aver frugato nella pesante bisaccia di juta che portava a tracolla. Poco piú dietro avanzava Pici, il pastore tuttofare di patrunu Pippi. I due incrociarono gli occhi.
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L’uomo distolse lo sguardo piú volte, e piú volte tornò a guardare il monaco che lo fissava con un certo che di burbero e d’incredulo; poi, nei pressi della china, prima di proseguire oltre, incitando le pecore piú lente, l’uomo con tono ammonitore, gridò al monaco:
« Padre Bonifacio, sono tornati! ».
Il padre piantò i talloni nei fianchi del mulo e proseguí per il convento di Castijo.
Il cenobio basiliano sorgeva nelle vicinanze di acquitrini e paludi, circondato da terreni impervi che contadini e coloni strappavano alla malaria e bonificavano con svariate colture e piantumazioni sotto l’efficace direzione dei monaci. Sorto in quel luogo per vari accadimenti, il convento in origine era solamente un presidio spagnolo, una specie di doganía utilizzata, piú che altro, per controlli militari e commerciali.
La via maestra partiva dalla piú nota abazia basiliana di Maladugno che, percorrendo la via Santu Nucita, giungeva alla masseria Carléo e, da questa, continuava fino a Roca Nuova, dove si biforcava per il presidio di Castijo e si dipartiva poi per la vicina Santu Focà, Roca Vecchia e Porto dell’Orso, importante centro d’approdi, quest’ultimo, e scambi commerciali.
La presenza di un antico villaggio anacoretico, vicino ad un laghetto alimentato d’inverno dalle acque del Theutra2, aveva favorito, da sempre, la frequentazione dei monaci basiliani. In quel luogo di meditazione e preghiera avevano eretto il piccolo convento di Castijo, inglobando al suo interno le laure degli eremiti.

Padre Bonifacio giunse a destinazione che era giorno abbastanza inoltrato e, a dispetto della stanchezza e del turbamento per gli ultimi accadimenti e per quanto aveva appreso da patrunu Pippi, lanciò da sotto la lunga barba
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grigia, un sereno sorriso nel consegnare il mulo stanco sfinito a Desio, il piú giovane abitante del convento di Castijo.

Fra’ Desio era da sempre vissuto con i monaci, sin da quando riusciva a ricordare. “Figlio della provvidenza” lo aveva chiamato fra’ Giovanni, il padre guardiano che aveva preceduto padre Bonifacio e che, quando giunse in quella comunità (una quindicina d’anni prima) lo aveva trovato bimbo di quattro o cinque anni.
Dai registri segreti, custoditi nell’abazia di Maladu- gno, aveva appreso che il trovatello era stato cresciuto dai monaci, una volta trovato nella cappelletta di San Basilio, poco distante dal convento, al bivio tra Roca Vecchia e Santu Focà.
Padre Bonifacio aveva appreso anche cose che non intendeva approfondire, scritte con calligrafia assai tremante dall’abate Malachia, morto in odor di santità e ancora ricordato e venerato con profonda devozione.
Ora fra’ Desio faceva parte della comunità monastica, aveva degnamente servito e studiato i testi teologici presso l’abazia di Maladugno, sicché il “figlio della provvidenza”, quasi ventenne, vestito il saio, era tornato nel luogo d’origine, se cosí si può dire. Purtroppo, rappresentava un punto oscuro per le anime timorate del villaggio che non avevano dimenticato la sua incerta provenienza. Il giovane frate, però, non sembrava farci caso, semmai si crucciava per il suo incarnato decisamente olivastro, i capelli ispidi e corvini come “quelli del diavolo”, e per i tratti scavati e taglienti dei caproni.

Padre Bonifacio, salutati i confratelli, si diresse verso la sua cella. Stava per richiudere l’uscio, quando fra’ Venanzio gli consegnò un rotolo.
« Padre, ci è stato consegnato da Mendoza, il capo-torre », gli disse.
La ceralacca riportava il sigillo dell’egumeno dell’Abazia di Cerrate3. Letto il contenuto, redatto di persona da padre Cataldo, ieromonaco-protocalligrafo4 dello scrittoio e cellario, stupore e incredulità segnarono il volto del Padre, che si lasciò cadere sul pagliericcio, in profonda meditazione. Da quello stato lo distolse il suono della simandra5 con cui Desio annunciava la preghiera del vespro. Padre Bonifacio si passò una mano sugli occhi come per allontanare qualcosa che gli turbava l’anima, raggiunse i confratelli nella “cripta dei santi”, cioè nella grotta che il convento aveva inglobato durante la costruzione per volere del compianto fra’ Giovanni.
La grotta, a suo tempo scavata dagli anacoreti venuti dall’Oriente, ascoltava da sempre le preghiere piú sommesse dei frati; era luogo ritenuto sacro perché piú vicino a Dio, consacrato dalla venerazione di tanti padri, e chiamata “grotta dei santi” per la presenza di due graffiti raffiguranti sacre effigi.
Padre Bonifacio rimosse la cenere nel turibolo e vi posò briciole d’incenso il cui odore immediatamente si propagò, confondendosi con i cori dei monaci.

Quattro

Tornò l’alba di un nuovo giorno, rallegrato dall’acqua del torrente che scorreva, armoniosa e fresca di vita. Donne solerti lavavano nelle pile i panni che poi stendevano ad asciugare lungo tralicci di legno, accarezzati dai raggi di un tremulo sole di novembre.
Padre Bonifacio, accompagnato da fra’ Gaudenzio, passò accanto al torrente, dove le donne lo salutarono riverenti, diretto al piccolo mercato del villaggio. Qui venditori di terrecotte facevano bella mostra delle loro mercanzie, altri barattavano ceste e panieri di vimini con olio e formaggi, che attente massaie facevano ben valutare prima di accettarne il contraccambio.
Il Padre sapeva bene cosa e chi cercare. Si diresse, infatti, con passo risoluto alla liama6 rossa, una casupola dalla tinta scarlatta che ne contraddistingueva i muri perimetrali dai basamenti per oltre l’altezza media di un uomo, fin sull’uscio ogivale, sormontato da una mezzaluna ricavata in rilievo nella pietra di volta. Qui viveva il vecchio Dimitri che non nascondeva le proprie origini orientali ed era a molti noto come lu turcu. In realtà, nato lungo le coste di Saseno, in Albania, era giunto in queste terre come ragazzo di fatica con una nave approdata dall’Oriente, non meno di sessant’anni prima. Suo padre lo aveva ceduto in cambio di cibo e mercanzie, facendolo imbarcare per terre lontane “in cerca di miglior fortuna”. Ora Dimitri, vecchio e stanco, viveva, arrabattandosi alla meno peggio, realizzando monili di rame, fermagli e simili oggetti destinati ad aggraziare i vestiti delle ragazze dei villaggi e masserie della zona.
Dimitri non parve stupirsi della visita non proprio inattesa di Padre Bonifacio che, in verità, sovente veniva a trovarlo a causa delle sue chincaglierie, che il monaco giudicava “sacrileghe” e “immonde”.
« Non ho forgiato braccialetti con serpenti né colombe a due teste! », disse Dimitri, prima ancora che il padre aprisse bocca.
« Non sono qui per giudicare le tue mercanzie », rispose il padre. « Ho da parlarti… ».
Dimitri scoprí il capo in segno di rispetto e con il fez tra le mani discostò la tenda variopinta dell’uscio, significando che era il benvenuto. Il monaco sussurrò qualcosa a fra’ Gaudenzio, il quale si allontanò per delle compere. Quindi, guardingo, varcò la soglia e fu in casa di Dimitri. Aveva, tuttavia, esitato qualche istante, ben sapendo che avrebbe potuto dare adito a voci non benevole, se lo avessero visto.
« Di che vi preoccupate, Padre? Io sono un povero vecchio », disse Dimitri.
« Io non ho motivo di preoccuparmi e voi siete un povero vecchio, certo, ma… che la sa lunga! », rispose il monaco, contrariato per aver tradito il suo disagio.
« Forse, forse, Padre, ma la mia bocca è chiusa, e da sempre… ».
« Sí, può essere, ma è ora che torni a favellare per la buona causa. Io sono qui… ».
« So bene perché », interruppe Dimitri.
« Come potete? », disse il monaco perplesso.
« Dimitri legge le stelle, fiuta l’aria e scruta il mare. Conosce le angosce di un brutto passato e il presentimento di un doloroso futuro. Però, non mi sono mai immischiato nel vostro mondo né ho preteso che si debba vivere nei modi e costumi del mio; ho rinunciato a tutto. Perché volete tormentarmi? ».
« Non sia detto che voglia procurar sofferenze ad alcuno! So che non sei cristiano e neppure un miscredente, Dio solo sa bene cosa tu sia, ed io non posso curarmi della tua anima proprio adesso; ma, se ne hai una, risolvi i miei dubbi, rischiara i miei orizzonti, in nome di Dio! ».
Gli occhi di Dimitri si fecero piccoli e seri, guardò il monaco e, tralasciato l’atteggiamento reverenziale tenuto fino a quel momento, disse:
« Che cosa cercate Padre? Conforto o verità? Luce o tenebre? A volte chi poco vede, meno soffre, e chi poco ascolta, piú si conforta. Voi siete convinto che la verità sia unica e la strada per percorrerla è quella maestra! Quale luce può darvi la mia lucerna, se rischiara appena le pareti di quest’umile casa? ».
« Non preoccuparti, non è affar tuo, né il parere tuo io cerco, ma quello che i miei manoscritti non dicono, quello che gli amanuensi non seppero o non vollero trascrivere, quello che i calligrafi sapientemente disegnarono e dipinsero, senza svelarne i segreti. Tu sai quel che io so dei fatti che non oso dire, io non so quello che tu puoi trarre, vedendo questo segno! ».
Padre Bonifacio si tolse il callimuchion7 e dall’interno trasse un rotolo di cartapecora che svolse, mostrandolo a Dimitri. Questi ebbe un improvviso atteggiamento di abbandono generale, lasciando ricadere le braccia lungo il corpo e chinando il capo in segno di profondo disagio. Disse:
« Speravo di non dover mai piú rivedere quel disegno… ».
« Parla, cosa vuol dire? Era tra le pagine di un libro che racconta di una nave turca, giunta nottetempo lungo le coste di Sant’Andrea. Qui sbarcò un manipolo di pirati per inoltrarsi nell’entroterra in cerca di facili prede, e giunse fino alla masseria di… ».
« Tacete! Tacete padre, tacete… Conosco il seguito, tacete! », interruppe Dimitri sconvolto.
« Parla, dunque! Cosa dicono questi segni, quali segreti nascondono? Un cielo di fuoco in cui sorge una mezzaluna, affiancata da una stella d’argento. Cosa significa? Perché un trovatello nella sua povera culla, una cesta di vimini e stracci, aveva questo rotolo di cartapecora custodito in un lungo anello di rame, come quelli da te fabbricati per custodirvi oli profumati? Parla, che cosa ti lega a questa storia? ».
E il monaco calcava sempre piú le parole e spingeva con la mano sotto gli occhi di Dimitri la pelle conciata che conteneva il simbolo del mistero.
« Calmatevi, Padre… », implorava l’uomo; « non furono certo i tuoi calligrafi a realizzare quei segni, né qui né altrove… Quelle sono… le insegne della casata di Mohammed Abdlà Al Casar, nobile ottomano, figlio di Mohammed Behin Al Casar e padre di Omar Behin Al Casar. Mercante, non pirata, riparato a Sant’Andrea in una notte burrascosa, reso folle dall’amore per una donna, il cui destino s’è concluso in una notte d’incubo! Non chiedetemi altro… Ogni mistero è racchiuso tra le mura di Giammarino! ».

Cinque

Le ombre della sera non confondevano ancora le olive tra le fitte chiome degli alberi particolarmente quell’anno prodighi di ottimi frutti. Questo pensava Padre Bonifacio cercando, invano, di distrarre i suoi torbidi e tristi pensieri. Giunto nei pressi della masseria di Giammarino, sceso dal mulo, percorse a piedi l’ultimo tratto della mulattiera sconnessa e melmosa per l’acqua ristagnata dopo la pioggia della precedente notte. Bussò al portone, e subito gli aprí la ’Ndata che dalla torre lo aveva visto avvicinarsi.
« Patrunu Pippi è fuori », con queste parole lo accolse la
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donna.
« Bene, vuol dire che faremo quattro chiacchiere da cristiani », disse il monaco.
« Ma io ho da mungere le vacche… Patrunu Pippi è
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andato alla masseria Cassano, sarà presto di ritorno… ».
« Quando il massaro tornerà, il sole sarà già alto nel cielo ed io per la via del ritorno, se Dio vorrà… », replicò il monaco, poggiando una mano sulla spalla della donna, che cercava di allontanarsi da lui, impacciata. I due raggiunsero la casa e subito la donna, visibilmente agitata, cominciò a muoversi da una parte all’altra confusamente, come per lasciar vedere il suo gran daffare.
Il monaco, scostata una sedia dal tavolo e messosi a sedere, pazientemente riprese:
« Da quanti anni, ’Ndata, sei al servizio di Pippi? ». La donna comprese di non avere scelta e anche lei si mise a sedere sull’altro lato del tavolo, di fronte al monaco. Cominciò:
« Avevo appena dodici anni, quando venni qua per servire donna Palma, fin dal giorno delle sue nozze con patru-
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nu Pippi. In precedenza ero a servizio nella sua famiglia insieme con mia madre. Donna Palma aveva solo qualche anno piú di me, siamo cresciute assieme, povera donna! Il Signore la chiamò a sé, quando mise al mondo quella stupenda creatura… ».
« Mafalda, vero? », disse il padre.
« Eh, sí, Mafalda! Com’era bella, ma anche lei poveretta!.. ».
« Poveretta cosa? Ora non è “Madre Maria”, superiora al convento di Sant’Orsola? Sono stato a Porto dell’Orso giorni addietro per confessare le consorelle. Madre Maria è ancora molto bella, il tempo non ha cancellato i tratti dolci del suo viso… Solo gli occhi… quegli occhi sono cosí tristi, come velati da un dolore incancellabile ».
« Quegli occhi si son già spenti al mondo vent’anni fa, quando varcò la soglia di quel convento ».
« Che cosa dici, donna? Non fu sua la scelta della vita monacale? ».
« Sí, sí… fu sua, certo, fu sua! », si affrettò a dire la ’Ndata.
« Non spettegolare con le faccende di Dio! Parlami piuttosto di quel che mi preme sapere… ».
« Alle donne non è dato sapere nulla, Padre; lasciatemi in pace, sono una povera vecchia… ».
« Donne e uomini, giovani o vecchi hanno un’anima per cui devono dar conto a Dio. Patrunu Pippi ieri mi fece venir
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qua per narrarmi ancora di quella faccenda dei Turchi, dicendo che quel bifolco di Pici li ha visti aggirarsi pei campi. Il tuo padrone afferma che quelli tornano ogni vent’anni per rapire una giovane e condurla schiava in Oriente. Cosí com’è accaduto a Betta, la figlia del mugnaio, proprio vent’anni fa! Ma sono oltre due secoli che i “senzadio” la fanno da padroni su queste terre. Per questo ci troviamo a mantenere quegli sfaticati dei “cavallari8”e quegli altri ubriaconi spagnoli9 a guardia sulle torri, lungo la costa. Ciononostante, l’anima del tuo padrone si sente colpevole di tale misfatto. Colpevole perché? Perché continua a sentirsi l’anima sporca come il camino della sua pipa dopo oltre vent’anni? Perché continua a ritenersi responsabile di quel rapimento? Perché ieri è tornato a parlarmi della maledizione che regna sulla masseria di Giam­marino? Cosa è accaduto veramente quattro lustri addietro tra queste mura? Voglio la verità! Parla, donna! Parla, in nome di Dio! ».
Adesso parlava quasi gridando il monaco, accostatosi di spalle alla ’Ndata che piagnucolava come una capretta allontanata a forza dalla madre. Ma in quel momento un vocione, dietro di lui, intervenne:
« Non può dire nulla, oltre a quello che a tutti è dato sapere, padre Bonifacio; e poi, ricordate che siete in casa mia! ». Patrunu Pippi era rientrato proprio in quel momento.
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« Ascoltatemi, patrunu Pippi », disse il padre, mentre la
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’Ndata, sempre piagnucolando, si allontanava; « ascoltatemi bene! Voi non potete farmi correre qui e alleggerirvi l’anima, semplicemente mettendomi in guardia sul possibile ritorno di masnade turche che minacciano di compiere razzie e rapimenti! Non potete continuare a nascondervi dietro l’insulsa maledizione di un maomettano che sbraita ai quattro venti la sua concupiscenza! Perché di questo si tratta, non è vero, patrunu Pippi? Bramosia della carne e
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null’altro vero? Ma… e se cosí non è? Se non si tratta esattamente di questo?.. Ebbene cercate di dar sfogo alle vostre colpe, perché io non oso dar retta ai miei pensieri!
Omhar, il turco, si aggirò in questi luoghi e la sua permanenza durò piú giorni. Ho saputo pure che egli era un nobile mercante d’Oriente, figlio di buona famiglia, voglio dire, benché maomettano. Egli sbarcò a Sant’Andrea, a causa di una tempesta, dove già altre volte aveva trovato approdo. Con il benestare dei cavallari, che fingevano di non vedere, in cambio di tappeti e profumi d’Oriente, il giovane mercanteggiava nelle grotte dei pescatori dove, un giorno, vostra figlia, Madre Mar…, Dio mi perdoni!, vostra figlia Mafalda, si recò in cerca di stoffe di lino e di seta. Omar Behin la vide e, da quell’istante, se ne innamorò perdutamente… Questo è dato sapere a tutti, per averlo visto e ascoltato. Quanto accadde in seguito è quel che la tua coscienza ha lasciato credere e sapere!.. ».
Padre Bonifacio, alquanto eccitato e rosso in viso per l’enfasi con cui aveva narrato i fatti, sospirò un attimo e si lasciò andare come in meditazione. Patrunu Pippi, col capo
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chino e gli occhi socchiusi come in dormiveglia, lasciava correre lungo la mente i fantasmi del passato, ma non una parola pronunciava la sua bocca, non un’emozione segnava quel viso di pietra. Il monaco continuò:
« Sono tanti i marinai che giungono dall’Oriente durante l’anno; perché Pici s’è fissato proprio con l’ultimo naviglio alla fonda nel largo di Sant’Andrea? Ve lo dico io, giacché voi continuate ad essere cocciuto come un mulo. Pensate veramente che io possa aiutarvi, se non mi è chiara ogni piega di questa storia? E va bene; se cosí volete, cosí sia! Pici si è preoccupato, perché portando al pascolo le pecore vicino alle paludi del Brunese, passando dalle terre alte, deve aver visto quella nave e il vessillo, alto sull’albero maestro… Ditemi, massaro, è questa la bandiera che ha visto Pici? ». E nel dire ciò, estrasse dalla manica sinistra del saio il rotolo di cartapecora e lo svolse sotto gli occhi di patrunu Pippi.
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Il sole di fuoco con la mezzaluna affiancata da una stella spalancò gli occhi di patrunu Pippi che, rifuggendo a quella vista, distolse lo sguardo portando il capo all’indietro, schermendosi con l’avambraccio come a difesa da quel fuoco che pareva emanare la pelle di pecora.

Sei

Patrunu Pippi si alzò di scatto dal tavolo, che rotolò sul
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pavimento acchiancato10. Si diresse verso il focolare e, incrociate le braccia sulla cappa de camino, vi posò la fronte grondante sudore, mentre avvicinava il piede destro alla brace. Subito nell’aria si sprigionò un denso fumo nauseante di sterco.
« Con quale diritto siete venuto a riaccendermi il fuoco nel ventre? », disse rivolto al monaco. Il quale prontamente replicò:
« Io ho solo rimosso la brace di un fuoco mai spento, patrunu Pippi. Il diritto mi è conferito dai miei superiori; i
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tuoi continui e ingiustificati timori hanno suscitato non pochi interrogativi cui ora la Chiesa vuol dare precise risposte ».
Tornò, tra le mura di casa, a regnare il silenzio, rotto soltanto dal miagolio di un gatto che, ora, aveva raggiunto la ’Ndata e lento le girava intorno, come se anch’esso respirasse quell’aria pesante e cupa che gravava sul cuore dei presenti. Nessuno aveva badato alla ’Ndata, ma la poveretta alla vista della cartapecora era sbiancata in viso e poco mancò che s’afflosciasse per terra, accanto al tavolo rovesciato da patrunu Pippi. Muta, stretta nelle spalle in
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un cantuccio, dietro la madia, sembrava di pietra.
Patrunu Pippi, intanto, che si era discostato dal focola-
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re e s’era avvicinato alla cassapanca per aprirne il cassetto, si trattenne qualche istante soprappensiero, quindi cominciò:
« Sono piú di vent’anni, vent’anni che la mia anima non trova pace nel sonno e non mi concede riposo. Mafalda, mia figlia, ragazza come poche al mondo, cresciuta senza madre che, poverina, se ne andò nel darla alla luce… Non le ho fatto mai mancare nulla. Buoni princípi, santi insegnamenti grazie alla devozione che per questa casa ha sempre avuto il vostro predecessore, il santo fra’ Giovanni. Ma quel giorno… quel giorno gli spiriti del male s’impossessarono del suo cuore. Mafalda fu vittima di un sortilegio infernale: un uomo senza cuore e senza Dio deve aver firmato un patto col diavolo e promesso in cambio l’anima propria e quella di mia figlia… ».
« Patrunu Pippi, sapete che non credo a simili cose,
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siate piú… ».
« No, padre, vi scongiuro!.. Chi non ha visto, non può giudicare, chi non sa, non può dire… Mia figlia fu venduta al maligno come una delle sue schifose mercanzie, quelle mercanzie stregate che portò qui quella sera…
Quando mia figlia tornò dal mercato, da Sant’Andrea, aveva una strana luce negli occhi; sorrideva, felice, ma era solo il ghigno del diavolo che già s’impadroniva del suo corpo. Mafalda parlava, parlava, gioconda nel viso, nei gesti e accennò ad un mercante venuto dall’Oriente, conosciuto giú al porto… ».
« Omar Behin… », s’intromise il monaco.
« Non pronunciate, vi supplico, quel nome in questa casa, non voglio sentirlo per tutta la vita! Padre… Io non diedi grande ascolto alle sue parole di femmina. Mafalda, diciotto anni, in età da marito ormai… Capii soltanto che, quel mattino, mia figlia non era piú una bambina.
Venne la sera, era ormai buio, quando Pici m’avvertí che dei forestieri dietro il portone della masseria chiedevano d’esser ricevuti. Non ho mai negato l’ingresso ad alcuno, quindi, feci entrare “il maligno” tra le mura di Giam­marino!
Quel Turco!.. Accompagnato da due ignobili, come lui, giunse fin qui, dove siamo ora noi, e inondò questa panca di sete, stoffe preziose, oli e unguenti profumati, osando chiedere la mano di mia figlia.
Scacciai in malo modo quei beduini, gettando nel fango le loro offerte, urlando che mai e poi mai la figlia di patru-
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nu Pippi sarebbe stata barattata come un’agnella; che mai e poi mai il mio sangue si sarebbe mischiato con quello di un miscredente! Ed egli, agitando la sinistra inanellata fino allo schifo, con l’indice contro queste mura, proferí la maledizione che ancora perdura: “Allah punirà la vostra infamia! Mai la casata Al Casar subí onta piú grave! In altri tempi avremmo messo a ferro e a fuoco questi luoghi! Oggi io vi dico che le ingiurie lanciate sul mio sangue ricadranno sul sangue vostro, e le mura di Giammarino tremeranno ogni qualvolta il vessillo della mia nave comparirà all’orizzonte!” Poi voltò le spalle e andò via, seguíto da quei cani incimurriti dei suoi uomini. Purtroppo, la notte non doveva finire in quel modo. Dal piano di sopra giunse mia figlia, singhiozzando, tanto da non riuscire a proferir parola. Mi guardava come allucinata, disperata… non era piú lei!
Ditemi voi, padre, se non era forse vittima di un sortilegio! La ’Ndata, quant’è vero ch’è qui ad ascoltar tutto, può dirvi se quella era la mia bambina o una donna soggiogata dal demonio! ». Ora ’Ndata singhiozzava sommessa. Patrunu Pippi continuò:
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« Acceso dall’ira per quanto avevo subito, minacciai Mafalda di chiuderla nel convento delle Orsoline, a porto dell’Orso e lei, accompagnata da ’Ndata si ritirò nella sua stanza. Io, dopo breve tempo, partii per Martano, dove avevo importanti commissioni da svolgere e consegnare per la vendita alcune partite di lana di pecora e del formaggio. Giuro che il viaggio non mi distolse mai, neppure un solo istante dalla sventura piombata su questa casa, mentre le parole maledette di quel Turco erano fortemente impresse nella mia mente e non cessavano di tormentarmi, la notte, come fossero portate dal vento.
Tornai dopo diversi giorni. Non avevo intenzione di castigare in alcun modo mia figlia. Ma un padre non è padre se non s’avvede del male che lo perseguita, specialmente se a portarlo è il sangue del suo sangue! ».
« L’uomo è tale se conosce il perdono, ch’è la volontà del nostro Dio, patrunu Pippi… ».
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« Ma Padre,.. Padre! Pici mi disse che durante la mia assenza per ben due volte mia figlia aveva lasciato questa casa per incontrare quel… quel… ». E qui patrunu Pippi
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non riuscí piú a proseguire. I suoi occhi restarono immobili, perduti nel vuoto, ma le labbra e il mento tremavano, manifestando rabbia e disappunto, mentre il pugno chiuso batteva ripetutamente sulla panca, come sillabando oscure parole che non osava pronunciare. Seguirono momenti d’assoluto silenzio; anche il gatto era andato via con la ’Ndata in pianto. Solo il ronzio di qualche mosca sul tavolaccio dov’era il formaggio in stagionatura, s’udiva in quella casa. Padre Bonifacio, pur lontano dal credere alle maledizioni, in quegli istanti pensava che davvero la malasorte avesse sconvolto, per sempre, quella famiglia e ancora perdurava, dopo vent’anni.
Patrunu Pippi riprese a parlare sommessamente:
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« Padre, non ebbi scelta! Mia figlia doveva espiare le sue colpe, doveva salvarsi l’anima. Decisi di chiuderla in convento. Le prospettai la sorte. Non batté ciglio. Tre giorni dopo, la condussi al convento. Prima che il portone si chiudesse per sempre alle sue spalle, volle guardare un’ultima volta il mare e, lontano, a ridosso della punta del Matarico, vidi anch’io la nave di quel mercante “senzadio” che prendeva il largo. Non ero ancora tornato a Giammarino, quando, per strada, appresi che alla masseria Sentinella era scomparsa una fanciulla. Chi altri se non lui, il Turco, il mercante, poteva osare tanto? Aveva rapito quella disgraziata innocente per venderla schiava nelle sue terre… ».
« Patrunu Pippi, mi sono ben documentato prima di
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venir qua. Ascoltate quanto ho appreso nell’archivio parrocchiale di Maladugno, trascritto di persona dall’arciprete:
“Nell’anno del Signore 1674, il giorno 4 di luglio, Maria Mazzeo, dei fu coniugi Lupantonio e Antonia Sboti di Melendugno, poiché di prima mattina questo paese fu spopolato a causa dei Turchi, mentre si rifugiava nella chiesa, fu catturata in corsa, riluttante di andare con essi, in un momento le fu tagliata la testa con un colpo, nella medesima strada rese l’anima a Dio in comunione della Santa Madre Chiesa, all’età di sessantacinque anni, il cui corpo fu sepolto il giorno seguente nella chiesa parrocchiale di Maladugno. In fede… Don Serafino Potí – Arciprete, di propria mano”. E perfino a Borgagne, a Pasulo, a Roca, Santu Focà si sono verificati, in questi vent’anni, dei rapimenti non solo di fanciulle11.

Perché continuate a sostenere che quel rapimento fu opera sua? Perché pensate che il naviglio ancorato al largo lo abbia ricondotto qui? Non basta una bandiera per accusare un uomo, una famiglia. I maomettani hanno stirpi numerose. Potrebbe benissimo trattarsi di un parente, anch’egli commerciante… ».
« …e mandato da quel farabutto per compiere altri misfatti, padre Bonifacio! », lo interruppe patrunu Pippi.
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Che continuò: « Io vi ho avvisato. Fate altrettanto voi. Avvisate le autorità, fate quanto è in vostro potere, allertate i capi-torre, chiamate il comandante dei cavallari, il Governatore, ma spazzate via quelle orde, ricacciatele nelle loro terre, prima che altri padri e madri piangano sventure. Io vi ho avvisato. Questa volta la mia anima non ha da tribolare, questa volta la mia coscienza sarà in pace ».
« La vostra coscienza trema, patrunu Pippi, e voi non
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siete in pace con essa. La storia non può essere come la raccontate voi. Ben altro deve ardere nel vostro cuore, che voi non dite; siate chiaro fino in fondo. Perché non mi chiedete dove ho preso questo rotolo di cartapecora? Perché non mi spiegate che cosa c’entra con i guai di questa casa? ».
Patrunu Pippi, sembrò accennare di sí col capo, ma
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forse solo tremava per la tensione accumulata. Poi, come ricordando il proposito di prima, tornò ad aprire il cassetto della panca, vi rovistò un istante, trasse una scatola di legno nero, laccato, con il coperchio finemente lavorato con intarsi d’argento, riproducenti cammelli e minareti. Questo riuscí a distinguere il padre che, incuriosito, s’era nel frattempo ancor piú avvicinato al tavolo. Patrunu Pippi restò
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un istante a guardarla, poi, con le mani tremanti, cominciò a frugare nella saccoccia che si portava sempre dietro. Non trovando, però, quel che cercava, rovesciò sul tavolo tutto il contenuto: qualche carlino, una cacca di lupo [bauxite, n.d.a.] e una piccola chiave d’argento. Afferrò quest’ultima, la introdusse nella toppa dello scrigno e fece forza per aprire, poi, come dando seguito ad un presentimento, alzò di scatto il coperchio: la scatola era vuota!
Agli occhi perplessi del monaco la scatola rivelò il suo interno rivestito di stoffa rossa, mentre Pippi sembrò aver trovato solo conferma a un suo sospetto. E gridò forte, ripetutamente:
« ’Ndata! ’Ndata!.. ».
Padre Bonifacio, non potendo trattenersi oltre, domandò:
« Patrunu Pippi, cosa cercavate nello scrigno? ». Ma
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Pippi, decisamente ignorandolo, continuò a chiamare:
« ’Ndata!… ’Ndata!… ».
La ’Ndata, impensierita per il tono di voce, raggiunse il padrone di corsa, col volto interrogativo, stropicciandosi le mani, unte di qualcosa, al grembiule.
« Comandate, patrunu Pippi… », lei disse. Patrunu
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Pippi, mostrando lo scrigno vuoto, tornò a gridare:
« Dov’è? Dov’è, ti dico! Chi l’ha preso, parla, per Dio! ».
« Non bestemmiate… », s’intromise il Padre, ma senza molto scandalizzarsi, al contrario di quanto accadeva in simili frangenti; ora egli ben comprendeva la gravità della circostanza.
La ’Ndata piangeva, singhiozzava, si disperava. Ma soprattutto era ben chiaro che non le si sarebbe cavata piú una sola parola di bocca. Patrunu Pippi
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tornò a guardare il Padre e con gli occhi rossi, gonfi e minacciosi, disse:
« E voi dovreste dirmi, voi!, da chi avete avuto quel rotolo. Io, da vent’anni, ero convinto che fosse custodito qui dentro! ».
Patrunu Pippi con un
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manrovescio scaraventò per terra lo scrigno vuoto e crollò sulla seggiola, prendendosi il capo tra le mani.

Sette

Nella mente di Padre Bonifacio molte cose ormai prendevano forma, diversi sospetti si mutavano in certezze. Sul suo viso si alternavano colori, mentre con la mente vagliava quanto era di sua conoscenza, cercando di porre ogni tassello al proprio posto.
Il mattino seguente, col capo chino cosparso di cenere, pregava sommessamente nella cripta dei santi, quando fu raggiunto da Desio. Era l’ora del silenzio, il frate si accostò al superiore senza far motto per non infrangere la regola. Padre Bonifacio, al contrario, invitandolo ad inginocchiarsi, con viso sconvolto come non mai, disse:
« Pregate, fratello Desio, pregate Iddio nostro Signore, affinché risparmi noi tutti da altre tribolazioni e gli innocenti non abbiano a soffrire per gli errori dei padri… ».
Fra’ Desio pregò a lungo assieme al superiore, tornando a pensare, di tanto in tanto, alle sue parole, ma, soprattutto, al perché egli, cosí rispettoso delle regole monastiche, avesse violato quella dell’ora del silenzio.

Era quasi mezzogiorno e il sole timidamente brillava nel cielo, qua e là coperto da nubi e sferzato da un gelido vento di tramontana, quando Padre Bonifacio e fra’ Desio, ormai giunti a Porto dell’Orso, presero la via delle cripte che conduceva al convento delle Orsoline.
Fra’ Desio, sin da quando avevano lasciato l’abazia, aveva continuato a pregare in silenzio, come il superiore aveva raccomandato. Durante l’intero tragitto, non una sola parola avevano pronunciato i due monaci. Egli non comprendeva il motivo che aveva spinto il Padre a farsi accompagnare da lui, cosí giovane. Il convento delle Orsoline era frequentato solo da frati spirituali con esplicito mandato del Padre cellario12.
Ma le sue perplessità furono presto fugate, il padre non acconsentí che il giovane frate varcasse le mura del convento, lo inviò a recare conforto agli ammalati nel vicino lazzaretto, come se inconsciamente volesse renderlo piú degno agli occhi di Cristo. E il frate trovatello non deluse il superiore, ottemperando alle virtú cardinali secondo i precetti evangelici. Si prodigò in particolare verso i bambini, provenienti principalmente da Roca Nuova e dai casali limitrofi. Bimbi in tenera età che spezzavano il cuore a vederli consumati dalla malaria.
Padre Bonifacio, intanto, era entrato nel convento e convocato madre Maria da Giammarino. La superiora lo raggiunse nella cella angusta del convento, dove le consorelle si apprestavano per la confessione.
« Sia lodato il Signore », disse lei al cospetto del padre.
« Sia sempre lodato », rispose il monaco.
« Padre, avete chiesto di me? ».
Il padre restò un attimo in pensiero, guardando la monaca. I suoi occhi, piú tristi del solito, sembravano smarriti, velati da sofferenze lontane, ricordi mai sopiti. La figura snella rivelava una leggera incurvatura delle spalle; le gote, piú che segnate, erano appena lambite da un tenue colore, laddove una volta un rosa vivo illuminava quel viso.
“Molto grave deve essere il peso che da tempo opprime questa donna”, pensò il monaco prima di rispondere.
« Madre, sono qui per la confessione », disse infine.
« Come desiderate, Padre; ma siete in anticipo. Sono trascorsi appena alcuni giorni che le consorelle hanno conciliato l’anima con Dio e chiesto perdono per le loro debolezze ».
« Le consorelle, madre , ma… voi? ».
« Il mio padre spirituale e confessore è frate Ignazio, col Vostro permesso, Padre », rispose la superiora, sorpresa e non poco agitata per la novità. Padre Bonifacio continuò:
« Madre, frate Ignazio, poveretto, come sapete, è di salute cagionevole, assai anziano e stanco, il Signore lo conservi, e non è in grado di assolvere tali incombenze ».
« Perdonatemi, Padre… », cercò di replicare la monaca.
« Madre, conoscete le regole dell’Ordine, volete forse trasgredirle? », incalzò deciso il Padre, per evitare che quel preambolo durasse oltre il dovuto. « Dimenticate che il Sacramento della confessione dev’essere assolto ogni venerdí? Sono ormai due mesi che voi non purificate l’anima davanti al Signore! Quale esempio volete dare alle consorelle? ».
La suora, quasi d’improvviso, parve crollare sotto lo sforzo di un portamento di pur educata fierezza, fino a quel giorno ostentato negli incontri con Padre Bonifacio. Sembrò che in un solo istante avesse ripiegato alle ferree regole d’umiltà, richieste dal suo ordine cui, devotamente, non era mai venuta meno.
« Sia fatta la volontà di Dio… », si limitò a dire.
« Sia fatta la Sua volontà e siano chiariti i disegni tracciati dagli uomini, perché sono maturi gli eventi, affinché ciò accada; su ogni mistero sia fatta luce e chiesto perdono a Dio! », continuò il Padre. La suora alzò il viso e dischiuse la bocca, stupita a quelle parole e, senza avvedersene, senza che lei avesse voluto, si lasciò dire:
« Cosa volete da me, Padre? ».
« Non siete voi a pronunciare queste parole, ma la vostra anima provata da anni di sofferenze e dinieghi, il vostro cuore che piú non regge il peso dei ricordi; un cuore che ha represso e annichilito i sentimenti piú sacri come l’amore verso le persone piú care, verso la carne della propria carne, il sangue del proprio sangue! ».
« Pietà, Padre. Abbiate pietà… Risparmiatemi altri strazi, ve ne scongiuro! ».
« Non rendete, madre, piú gravoso il mio compito. Sappiate che non vengo a mio nome. Devo render conto a ben altri. Ho ricevuto espresso mandato, affinché ogni cosa sia chiarita e innocenti non debbano rispondere d’errori mai commessi, mai conosciuti. Aiutatemi, dunque, aprite la coscienza e il cuore agli occhi di Dio, apertamente e non nel segreto della confessione.
Frate Ignazio non può e non deve intaccare i princípi teologali. Vi prometto che cercherò d’esser discreto, per quanto possibile, affinché le vostre piaghe non sanguinino piú del necessario…
Piú o meno vent’anni fa un bimbo appena nato fu deposto nella cappelletta di San Basilio, nei pressi del convento… ».
La madre, profondamente prostrata, lacrimava in silenzio, quasi priva di volontà, ormai votata a qualsiasi sacrificio. Il monaco riprese:
« Quel bimbo portava al collo un rotolo di cartapecora con disegnato un sole di fuoco e una mezzaluna affiancata da una stella d’argento: ecco quel rotolo! », cosí dicendo, lo avvicinò allo sguardo della monaca, che per un istante alzò gli occhi gonfi di pianto e di profonda compunzione, mentre si tormentava le mani in uno strazio che le faceva sanguinare il cuore. Il padre riprese, dicendo:
« Questo rotolo era nascosto dentro un lungo anello di rame, che aveva forgiato Dimitri il Turco, su commissione della ’Ndata. Tuo padre credeva che fosse custodito in uno scrigno d’ebano, finemente lavorato. Madre, abbiate la compiacenza di parlare, in nome di Dio! », concluse il monaco in maniera piú dolce e quasi supplichevole.
Tra le lacrime che le inondavano il viso, madre Maria da Giammarino emise un profondo sospiro e, sempre singhiozzando, cominciò:
« Mio padre volle rinchiudermi in convento quando seppe che, durante la sua assenza, avevo piú volte lasciato Giammarino per incontrare Omhar… Non odio mio padre per questo… Fu la giusta punizione per i miei peccati, anche se lui non seppe mai che ne commisi di piú gravi e frate Ignazio li assolse nel segreto della confessione. Padre, io conobbi l’uomo che amavo e concepii un figlio…
Omar lasciò questi luoghi la stessa ora in cui io varcai la soglia del convento. Non ha mai saputo nulla del bimbo; ne ignora la nascita, se ancora egli vive. Omar non era un predone, come mio padre lo giudicò; egli mi amava…

Chiesi a ’Ndata di sottrarre le insegne di suo padre dallo scrigno, dono di Omar in segno d’amore, secondo le sue tradizioni. Volevo che mio figlio custodisse almeno il segno delle sue origini, la casata degli Al Casar, ma ho sbagliato. Ignoravo, allora, quale poteva essere il suo destino. E per quanto riguarda mio padre, da me non seppe mai che misi al mondo un figlio… forse l’ha saputo, in qualche modo… o ’Ndata… fu lei ad abbandonarlo nella cappelletta di San Basilio, secondo le mie indicazioni e quanto stabilito da frate Ignazio che poco dopo lo fece ritrovare da un suo confratello e condurre al convento di Castijo. Quando il bambino nacque, frate Ignazio non mi abbandonò un solo istante e fece quanto era in suo potere, affinché il piccolo non avesse a subire un travagliato destino.
Se l’obbedienza che Vi lega al Vostro saio può restare indifferente al dolore che mi strazia, adempite fino in fondo il Vostro mandato… ma se potete, distruggete quella pergamena, Padre… Ma, Vi prego, aiutatemi a comprendere: può la religione soffocare l’amore? Ditemi, Padre: è questa la volontà di Dio? Non ci creò simili agli occhi Suoi? E nostro Signore Gesú Cristo non predicò l’amore tra gli uomini? Non venne sulla terra per redimere i peccatori e soccorrere i bisognosi? Padre, Padre, la mia mente è sconvolta, aiutatemi; aiutatemi a lenire le sofferenze che bruciano il cuore di una… madre!

Se veramente il Signore è il Dio degli afflitti, lasciate che mio figlio conduca la vita secondo i Suoi desideri, fate in modo che, sebbene concepito nel peccato, non abbia a soffrire per gli errori di una madre sventurata… Vi scongiuro, Padre… Vi supplico… ».

Otto

Padre Bonifacio lasciò il convento verso l’ora terza. Un vento profumato di pini silvestri, confuso con la salsedine marina, di tanto in tanto, sfiorava il viso del monaco che ora si chiedeva cosa avrebbe riferito all’Abate di Cerrate sul risultato delle indagini svolte.
Poi il suo sguardo finí all’orizzonte, dove un naviglio prendeva il largo a vele spiegate e sull’albero di maestra sventolava una bandiera con un sole di fuoco e la mezzaluna affiancata da una stella d’argento.
Padre Bonifacio si avvicinò all’alta scogliera, guardò sul fondo le onde schiumose frangersi tra gli scogli e, infine, gettò in mare qualcosa, dicendo:
« Va’, dunque, raggiungi le tue terre… ». In quell’istante, nel profondo dell’animo suo, al monaco parve di avvertire la fine del pianto sommesso, e straziante, della madre. Guardò il cielo e sorrise; disse:
« Sia fatta la Tua volontà, mio Dio! ».

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Le illustrazioni sono state realizzate con l’aiuto di I.A. Geminindi Google.

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