IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il seme del male: filosofia, psicologia e antropologia di una bambina senza colpa

Il seme del male

di Fabrizio Manco

Introduzione: differenze tra il film originale del 1956 e la versione moderna del 2018.

Il film Il seme del Male, uscito nel 2018 per la televisione sotto la regia di Rob Lowe, il quale interpreta anche il padre della ragazzina malefica, è un remake di in classico omonimo del 1956 basato su un romanzo altrettanto omonimo di William March ( 1893 – 1954 ) rappresenta a mio avviso un caso clinico di studio filosofico e psicoanalitico di straordinaria potenza. Se il film originale con la bambina protagonista interpretata da una giovanissima Patty McCormach , attrice Statunitense di origine Italiana che all’anagrafe si chiama Patricia Ellen Russo, vedeva come figura più vicina a Rhode la madre e il Codice Hays ( che prevedeva la punizione del colpevole), nel rifacimento del 2018 , è il padre che deve soccombere di fronte alla malvagità inaudita della figlia, che in questa versione prende il nome di Emma Grossmann. 

Il film originale del 1956 si intitola il Giglio nero ( The Bad seed) tratto da un’opera teatrale di Maxwell Anderson che a sua volta entrambe le opere si sono ispirate ad un romanzo dello scrittore William March ( 1893 – 1954 ) intitolato Il seme del Male. Il film del 1956 si discosta dal libro originale, in quanto le leggi del Codice Hays dell’epoca non hanno consentito di mostrare un finale che mostrasse la punizione del colpevole, ma il film rifacimento del 2018 diretto da Rob Lowe , il quale interpreta anche il ruolo del padre di Emma,  David Grossmann,  recupera alcune parti della storia originale del libro ( con alcune libere licenze registiche più moderne)  soprattutto nella parte finale del film,  nel quale il padre rimane ucciso per colpa di Emma.

 Inoltre questo film omaggia implicitamente il nome dell’autore originale del romanzo, William March, citato in precedenza, poiché la psicoterapeuta che viene contattata dal padre di Emma Grossmann si chiama Dottoressa March, la quale fa un autocitazione di se stessa dicendo ad Emma che le ricorda lei da piccola : il riferimento è ovviamente al ruolo di Rhonda che l’attrice Patty McCormach interpreta da bambina nel film.

La versione moderna del 2018  ci consegna un film nel quale il Male ( impersonificato dalla ragazzina Emma Grossmann ) ha un ritratto puro: naturale, impunito e perfettamente adattato al mondo è alla società.

In questo mio saggio offro un’analisi approfondita del film attraverso tre lenti: filosofica, psicologica / Junghiana e antropologica.

Prima lente / parte prima: prospettiva psicologico Junghiana: l’ assenza dell’Ombra. 

Secondo la psicologia di Carl Gustav Jung ( 1875 – 1961 ) ogni individuo è duale, in quanto contiene una parte di luce e un parte di ombra: Emma, la protagonista malefica del film, non ha nessuna parte di luce: ella è soltanto ombra e oscurità, anche se ben camuffata. Per Jung, un individuo “ sano “ è colui o colei che ha integrato nella sua vita ha integrato perfettamente il lato oscuro dell’ombra per raggiungere la totalità. La malvagia protagonista del film invece incarna un dramma psicologico molto forte  : il suo dramma risiede nel fatto che in lei non esiste nessun conflitto tra l’ Io e l’ Ombra.

L’ Ego come predatore: Emma Grossmann non ha un ‘ Ombra nel senso tradizionale, perché la sua intera psiche è una sorta di “ Oscurità illuminata “ dalla fredda ragione. Ella non reprime i suoi Impulsi più violenti; li organizza.

Il concetto di “ Persona “ come Maschera totale: Jung definiva la Persona come l’interfaccia sociale che l’individuo indossa. Per la malvagia Emma Grossmann, la Persona è una costruzione architettonica perfetta: lei stessa da un’  immagine di sé perfetta : vestiti ordinatissimi, capelli eleganti, la sua camera con gli oggetti perfettamente in ordine. A tal proposito c’è una scena del film subito dopo che suo padre esce dalla sua cameretta, la quale inquadra Emma mentre recita  la frase …  “ un pieno di baci”…. Sorridente davanti allo specchio. Questa scena è l’emblema della persona che siamo tutti noi davanti allo specchio. Recitiamo continuamente con  una maschera addosso che non rappresenta la nostra vera identità e la vera indole dell’individuo. I vestiti ordinati e il sorriso educato di Emma sono soltanto degli strumenti di mimesi. Emma abita costantemente il “ teatro degli automi “ , recitando la parte della ”  figlia perfetta “ per meglio operare come predatore. In lei, l’ Io ha divorato io Sé, lasciando soltanto un guscio vuoto funzionale volto al potere e alla gratificazione immediata.

Lente seconda / parte seconda : prospettiva filosofica oltre il Nichilismo.

Dal punto di vista filosofico a mio avviso, il film la radicalità del Male come assenza di Logos. Emma incarna una forma di Nichilismo attivo di stampo dionisiaco che non si pone nemmeno il problema del valore.

Emma è la prova vivente della tesi del Marchese De Sade o di alcuni passaggi della filosofia di Friedrich Nietzsche: la Natura non è morale. Se il “ Male è naturale, allora la morale è un’ invenzione delle persone deboli per proteggersi dai più forti. Emma uccide e fa del male perché è efficace compiere questo gesto,  come è efficace per le donne dei video pornografici, compiere certi atti sessuali. Emma quindi, oltre ad essere cattiva nel senso più melodrammatico del termine, agisce per efficienza.

Hanna Arendt parlava della cosiddetta “ Banalità del Male “ riferendosi all’ incapacità di pensare dal punto di vista degli altri : gli altri , soprattutto nella nostra cultura, sono soltanto oggetti, ostacoli o strumenti. Quando Emma mangia i biscotti dopo avere eliminato un essere umano, ella sta affermando la sua vittoria nella realtà: il suo bisogno biologico ( la fame di biscotti o di cereali) ha più importanza della tragedia metafisica ( la morte altrui). È il male che non ha bisogno di giustificazioni, perché si giustifica nella sua stessa esistenza.

Lente terza : parte terza: prospettiva antropologica: la crudeltà dei bambini è l’innocenza invertita.

Il film Il seme del Male ( 2018 ) è quindi a mio avviso, un film che prende a schiaffi l’immagine dei bambini innocenti e incapaci di fare del male : un tabù che la nostra società fa ancora molta fatica a comprendere. La bambina malefica non è posseduta; è semplicemente fatta così, in quanto è nata così. La naturalezza con il quale compie un atto efferato per poi tornare a mangiare biscotti suggerisce che il male possa essere un tratto temperamentale, una predisposizione biologica e psichica che non ha bisogno di giustificazioni esterne.

Antropologicamente , la figura del bambino malvagio è terrificante proprio perché viola il tabù della Purezza infantile. In ogni cultura infatti, la figura del bambino rappresenta la promessa per il futuro,  il potenziale benevolo,  una sorta di guida spirituale.

Il film mostra come la società ( rappresentata dal padre, dalla scuola, dai psichiatri) sia incapace di riconoscere la presenza del male nei bambini perché l’archetipo dell’ infanzia sacra e inviolabile agisce come una benda sugli occhi. Emma usa questa pregiudizio antropologico e sociale a suo favore.

Restando nell’ambito antropologico, Emma rappresenta il ritorno allo stato di natura pre- sociale. Emma è come un rettile che sopravvive eliminando la concorrenza ( il compagno di scuola Milo che Emma elimina per la sua medaglia , la tata Chloe,  la signora Ellis e alla fine  anche il suo stesso padre). In una società che ha rimosso la morte e il conflitto cruento, Emma riporta la ferocia della selezione naturale all’interno delle mura domestiche, tra divani bianchi , colazione con latte cereali e  merende pomeridiane.

Il personaggio malefico di Emma rappresenta anche l’evoluzione che prende una direzione diversa rispetto alla cooperazione, privilegiando la sopravvivenza spietata dell’individuo e del singolo.

Apollineo e Dionisiaco e il lato oscuro del femminile dietro al Velo di Maya.

Tuttavia, una delle caratteristiche più rilevanti di questo film, è ancora una volta l’antitesi tra lato Apollineo e lato Dionisiaco, la quale dinamica si svela attraverso i due personaggi femminili più importanti del film: ovvero la malefica Emma e la tata Cloe.

Il personaggio della tata Cloe, interpretato da una bellissima e brillante, è in un certo senso uno specchio di Emma. Anche lei si mostra inizialmente diversa da ciò che realmente è. Quando si presenta per la prima volta al padre di Emma sembra dolce, amante dei bambini e un’ottima ragazza adatta per fare la tata. Ma non appena entra nella vita della famiglia Grossmann si svela per ciò che è: manipolatrice, tendente a compiere piccoli furti ( prende due pillole di Sanax dal bagno del padre di Emma) e sadica.

 Nel corso del film Cloe svela ad Emma che il suo piano è quello di diventare la nuova compagna di suo padre,  e fa di tutto per farglielo capire. Chloe  quindi si traveste con l’abito dell’  Apollineo per inserirsi come un serpente nelle vite altrui e dopo avere tessuto la sua tela attorno alla sua vittima svela il suo vero volto Dionisiaco e oscuro.

Il padre di Emma ( David Grossmann) ,  tuttavia non sembra cogliere nessun segnale, poiché è preso totalmente dalla sua vita; e quando se ne accorge è ormai troppo tardi.  Sia Emma che la tata Chloe  hanno come facciata per presentarsi al mondo un vestito Apollineo fatto di bellezza, educazione,  ordine e gentilezza, ma dietro nascondono il vero volto tenebroso del Dionisiaco fatto di sadismo, malvagità, manipolazione e orrore. Nonostante tutto, anche la tata Chloe viene eliminata da Emma.

Riflessione conclusiva. 

Il titolo del film, Il seme del Male ( The Bad seed) rimarca proprio il vero messaggio della storia : il male è un qualcosa di genetico e di naturale, è nel codice del DNA. Non è un qualcosa di esoterico o che fa parte dei demoni. E la vera inquietudine del film è la naturalezza con la quale Emma compie gli orrendi gesti.

Emma non è tormentata come Gollum o ossessionata dal potere come Freezer, ma è semplicemente una creatura che agisce con naturalezza seguendo la propria natura diabolica e distruttiva, senza il peso della colpa. La storia del film ci dice che il male non è un’eccezione alla regola della vita, ma una delle manifestazioni predatorie più antiche e primordiali e  persistenti, e purtroppo perfettamente integrate nel passaggio rassicurante della nostra quotidianità.

Fabrizio Manco. 

Fabrizio Manco nasce a Marsala l’antica Lilibeo Romana dove vive e lavora come Operatore Culturale accompagnando scuole e turisti alla scoperta dei luoghi culturali e artistici della città. Crede nell’importanza della Conoscenza senza l’intervento di Ideologie moderne e insegnamenti preconfezionati che danneggiano il Sapere. Partecipa a convegni culturali nei quali interviene in maniera obiettiva sulle questioni più disparate della nostra cultura. La sua passione per la cultura lo ha portato alla collaborazione con alcune riviste online come il Pensiero Mediterraneo, nelle quali scrive di argomenti culturali più diversi come scienza, filosofia, psicologia, storia dell’arte, letteratura fantastica e spiritualità.

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