IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il sistema fiscale italiano sembra tracciato intenzionalmente per aumentare le disuguaglianze

Di Pompeo Maritati

Non si tratta della solita trovata emotiva, giusto  per sparare addosso al nostro sistema fiscale, è da tempo che numerosi studiosi di fiscalità segnalano le storture di un sistema che pur essendo stato costruito sulla sua applicazione progressiva, ovvero più guadagni più paghi, ha dimostrato, nel tempo e nella sua reale applicazione,  tutta la sua inadeguatezza.

Un sistema, quello italiano, che per il 5% della popolazione, che ha i redditi più alti,  risulta addirittura regressivo: in pratica l’aliquota media pagata dai più “fortunati”   diminuisce all’aumentare del loro reddito. E’ stato constatato che  chi guadagna più di 500mila euro, la tassazione si ferma intorno al 37%. Meno di quella applicata alla fascia più alta della progressività fiscale.

Straordinaria, quanto sorprendente è la rilevazione dell’andamento delle aliquote medie, che all’aumentare della ricchezza netta,  palesa una regressività. Detto in parole povere, più si sale nella classifica del patrimonio posseduto, più diminuisce l’aliquota media dovuta. Sono queste delle conclusioni scaturite da una ricerca/studio pubblicato dall’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna e firmato da Andrea Roventini dell’ateneo pisano, Alessandro Santoro dell’Università di Milano Bicocca (consigliere del Tesoro e presidente della commissione che scrive la relazione annuale sull’evasione fiscale) e dai ricercatori Demetrio Guzzardi ed Elisa Palagi.

Alla luce dei risultati emersi dalla loro ricerca, è stata avanzata l’idea di applicare una misura correttiva, una tassa sulla ricchezza.

Lo studio anzidetto si basa su una analisi che parte dal 2004 e dimostra come la quota di reddito nazionale in mano alle fasce più abbienti è sempre cresciuta dalla crisi finanziaria del 2008. Al contrario il 50% più povero dal 2004 in poi, ha visto via via ridursi la propria quota di reddito nazionale al lordo delle tasse La disuguaglianza di reddito prima delle tasse è cresciuta lasciando indietro i poveri. Nel contempo la quota dei redditi più alti aumentava costantemente. A pagare le conseguenze di questo squilibrio, ovvero dall’allargamento dei divario reddituale,  sono i soliti: gli under 35, le donne, gli abitanti del Meridione.

Dalle simulazioni risulta del resto che, anche introducendo una tassa personale progressiva applicabile a tutte le fonti di reddito, non si otterrebbe una sensibile riduzione della progressività. L‘unica strada per garantire, perlomeno un sistema di tassazione proporzionale per i redditi più alti, è affiancare alla tassa personale progressiva, un prelievo forzoso  al  5% della popolazione più ricca del Paese.

Emerge da tutto quanto anzidetto l’applicazione di un correttivo rappresentato da un prelievo dell’1% ai redditi oltre i 600mila euro di ricchezza netta: verrebbe così colpito  il 10% più ricco e si realizzerebbe una lieve progressività lungo tutta la distribuzione dei redditi.

La regressività fiscale per i redditi medio alti è agevolmente dimostrata dal fatto che buona parte del reddito , al di sopra dei 75.000 euro,  il fenomeno si acutizza, essendo costituito dal possesso di strumenti finanziari sui quali la tassazione è di gran lunga al di sotto dell’aliquota fiscale più elevata. Ad esempio i dividendi azionari sono tassati al 26%, indipendentemente dal reddito complessivo posseduto. Lo studio in questione ha calcolato che per i redditi al di sopra dei 500.000 euro, l’aliquota media applicata scende addirittura al 37%.

Scaturisce da tutto ciò un forte appello al Governo: Il governo consideri una piccola imposta sulla ricchezza finanziaria. Con i proventi può assumere 1 milione di giovani”

Un appello che non pare essere al momento pervenuto. La riforma fiscale approvata  viaggia su binari opposti e la mancata riforma del catasto, vista come una patrimoniale, ci fanno immaginare sin d’ora che le elezione politiche del 2023 stanno già condizionando le scelte dei partiti, che allo stato dio fatto guardano più agli interessi di parte che quelli generali del paese.