IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il sogno coreano e l’avvento della Cina. Di Eliano Bellanova

Corea del Nord e Cina si sono inserite in uno scacchiere internazionale agitato in un’era storica complicata e difficile.

Il sogno nipponico del panasiatismo, frustrato dalla sconfitta subita nella Seconda Guerra Mondiale dall’Impero del Sol Levante, vede emergere nell’immediato dopoguerra le mire espansionistiche della Cina maoista e della Corea del Nord.

Al panasiatismo giapponese si sostituisce quello cinese e coreano.

La Corea è divisa in due parti sulla base del 48° parallelo e agita per prima le acque di quell’Oceano Pacifico, che si rivela tale solo di nome. Le due Coree sono divise anche da posizioni ideologiche diverse: la Corea del Nord è sotto l’egida comunista sovieto-cinese, quella del Sud nell’area di influenza statunitense.

L’Unione Sovietica, che aveva dichiarato guerra al Giappone solo alla vigilia della resa nipponica, aveva guadagnato rapidamente posizioni in Manciuria, dimostrando di non essere assente alla partita con gli Stati Uniti, inaugurando di fatto quella “Guerra Fredda” che inquieterà il mondo sotto la minaccia delle armi nucleari.

Nel 1950 la Corea del Nord attacca la Corea del Sud, “costringendo” il Presidente Truman a replicare per le rime. Il Comandante del Pacifico è ancora il Maresciallo Douglas Mac Arthur, lo stesso che a Corregidor aveva espresso la celebre annunciazione profetica “ritornerò”.

La situazione sarà stabilizzata nel 1953 sulla base del 48° parallelo dopo un bagno di sangue, che aveva coinvolto la Cina e, dietro le quinte, l’Unione Sovietica.

Il Presidente statunitense, intanto, non è più Harry Truman, ma un altro grande militare della Seconda Guerra Mondiale, il Generale Dwight Eisenhower, un repubblicano moderato, che aveva auspicato la soluzione ONU.

Un vero trattato di pace non è mai stipulato, ma, pur fra tanti contrasti, le due Coree non entrano più in rotta di collisione fino ai giorni nostri, nel quadro del programma nucleare incrementato dal Presidente Kim Jong-un, nipote del Presidente che aveva scatenato la guerra agli albori degli Anni Cinquanta.

Fra minacce e diplomazia lo scontro verbale Trump-Kim si placa, lasciando sempre aperta la questione, analogamente agli antichi rancori USA-Giappone che erano sfociati in una guerra catastrofica ad onta della diplomazia ostentata dal Principe Konoye e Cordell Hull.

Attualmente la situazione si rivela inesplicabile, facendo eco all’altra area calda del mondo, ovvero il Medioriente.

Non è dato sapere quale sarà l’atteggiamento politico del neo-eletto Presidente statunitense Biden, che, teoricamente, essendo un democratico, rappresenterebbe l’ala moderata degli States.

I riferimenti storici non sono tuttavia rassicuranti. Due Presidenti democratici (Wilson e Roosevelt) dovettero desistere dalle posizioni moderate ed entrare, il primo nella Prima Guerra Mondiale e l’altro nel Secondo Conflitto: due appuntamenti dolorosi e drammatici per la storia.

Si rivela inoltre indecifrabile la posizione politica della Cina, la cui potenza economico-commerciale e militare incute timore e genera apprensione. Indecifrabile è anche la posizione cinese in rapporto alla questione Covid-19, il virus che sarebbe nato a Wuhan, nell’ex-Celeste Impero.

Le avvisaglie non sarebbero rassicuranti. Il “moderato” Joe Biden (che, occorre precisare, è stato Vice di Obama) avrebbe chiesto alla Cina chiarimenti sulla questione coronavirus. La Cina avrebbe acconsentito a ispezioni limitate da parte di una commissione internazionale di virologi, che dovrebbe indagare su cause e diffusione del virus. Il condizionale è d’obbligo, in quanto le visite sono sotto lo stretto controllo delle autorità cinesi, le quali non consentono alcun colloquio con la popolazione, in una specie di paradossale “silenzio-dissenso”.

Ne consegue che se la questione Covid-19 dovesse spostarsi, a livello internazionale, dal settore strettamente sanitario a quello politico, sarebbe preventivabile una rotta di collisione USA-Cina dagli esiti nebulosi e imperscrutabili.

In questo quadro sarebbe anche arduo stabilire la posizione della Russia di Putin, alle prese con il problema Navalny, sul quale gli Stati Uniti hanno chiesto chiarimenti e delucidazioni, aprendo di fatto una partita a scacchi molto pericolosa.

Eliano Bellanova