IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

di Maurizio Mazzotta

La sala è immensa con grandi finestre di vetri senza avvolgibili o persiane o veneziane: la sala del Parlamento. Questa nel sogno è un’ASSEMBLEA particolare, ci sono, ci devono essere, oltre ai suoi del suo partito, altri presidenti e ministri che conosce appena, di altri Paesi. “La classe dominante del continente”. Sembra proprio che qualcuno pronunci questa frase per introdurre un congresso di estrema importanza, decisivo. Lui però è frastornato, possibile che non vede neppure un parlamentare che conosce! Ci devono essere gli iscritti del suo partito, però a dire il vero, ne avverte la presenza, ma non li vede. Finisce per accettare la situazione. 

Lui parla. Ma non sa nemmeno lui cosa sta dicendo.  Non si sente nemmeno la sua voce, in verità, come se tutti siano sopraffatti da un grave compito che li attende, e sono tremendamente in silenzio. Questo pensa nel sogno IL PRESIDENTE Arturo Ardito, alias Ras-Putin, e vorrebbe aprire la finestra per fare entrare un po’ d’aria. Come fare? Alzarsi, attraversare, fendere le file serrate di lunghi banchi, sedie e persone compunte e attente? Rinuncia. Lui deve rimanere d’altronde al posto suo situato come è su una pedana alta, molto, non si sa quanto, quanto basta… come si legge sulle ricette di pietanze sofisticate della cucina gourmet: “Una noce di burro e sale quanto basta”. Queste frasi chiare e precise se le dice e se le ripete e conclude “la pedana è alta quanto basta”. Perché la pedana è importante. 

Arturo Ardito sta dicendo cose fondamentali, ed è necessario aprire la finestra perché così bisogna fare: aprire la finestra quando si dicono cose di grande rilevanza. Non perché ci sia aria viziata ché anzi … si respira proprio una buona aria, dice con muta eloquenza, convinta e convincente, la stravagante ministra alla Cultura, che lui ha riconosciuto subito per i suoi splendidi abiti

Finalmente IL PRESIDENTE Arturo Ardito, alias Ras-Putin, individua tutti i suoi, a uno a uno, anche i commessi. Non ci sono dubbi, sono tutti, anche se di profilo o di tre quarti o di nuca, se di colore di capelli, di sagoma di naso, di gesto. Ma chi è che adesso sta parlando, e perché è venuto, e da dove viene!? Cosa dice? Gli ha tolto la parola!? Non è possibile! E a questo punto Arturo decide.

Determinato, già si trova vicino alla finestra centrale con la mano salda sulla maniglia. La chiusura è a incastro, di quelle semplici e molto efficaci. Per aprire ci vuole un colpo secco in su col palmo della mano per portare la maniglia in posizione verticale verso l’alto. Fatto!

Inaspettata e travolgente prorompe una ventata che fa volare oggetti e urla di richiamo indirizzate agli oggetti. Urla anche di spavento perché si spalancano tutte le finestre. “Non sono poi così efficaci queste maniglie!”: Arturo, che si è voltato per vedere chi ha parlato e cosa stia succedendo, viene spinto con violenza e si piega sul suo banco. Il cambiamento è radicale. 

L’aria è piena di oggetti che girano vorticosamente e infilano come proiettili le finestre aperte. Persino cappotti e cappelli volano via; i presenti si aggrappano ai tavoli e non hanno le mani per salvare le loro cose. Urlano, ma non sono disperati, disorientati sì, coricati sui banchi ai quali si aggrappano con le gambe in aria. La ministra alla Cultura non regge più e senza guardare nessuno in faccia, senza chiedere aiuto allenta la presa, molla il banco e scivola via piano piano, come se il vento se la porti via rispettandola. 

Bufera. La sala si è svuotata di oggetti, c’è una sensazione di vuoto anche se in realtà parlamentari, ministri, commessi sono tutti lì, ma è la loro postura, profondamente cambiata, che fa apparire l’aula confusa. Sono tutti abbrancati ai banchi, testa e petto schiacciati contro i piani dei tavoli e il resto del corpo in aria svolazza quasi fatto di sola stoffa, gonna o pantalone, come drappi o tunnel di stoffa di quelli che sull’autostrada segnalano il vento e sventolano di qua di là perché l’aria che tira cambia, volubile.

Arturo si accorge che i più vicini alle finestre scivolano via, come la prima che se ne è andata senza un lamento. Così gli altri, così tutti. Non si lamentano anche se le dita, dita allungate uncinate, la presa più salda, anche se le dita si staccano dai bordi dei banchi, magnifici banchi di legno massiccio; i corpi sono come risucchiati: infilano uno per uno le finestre, distribuendosi nel volo di fuga con ordine, senza la calca o altro che fosse sconveniente.

IL PRESIDENTE Arturo Ardito, alias Ras-Putin vede ora l’immensa sala svuotata. Non c’è niente e nessuno. “Tanto vale andar per le altre sale”: la solita voce, forse la sua, quasi musica che ogni tanto sembra commentare e concludere, ora con simpatico ritmo: una marcetta. E infatti con passi cadenzati Arturo scende al seminterrato, qui le porte sono chiuse, lui le apre, niente e nessuno. Le lascia aperte. “Forse ai piani proprio sopra, qui qualcuno ci sarà”. Nitida dietro di lui la frase. Musicata.  Come se la sua voce e il suo pensiero fossero separati da lui e qualcuno battesse il tempo. Una curiosità, nient’altro, ma come può accadere che lui senta se stesso come se fosse un altro? Sale le scale.

Se ne va per corridoi, grandi, piccoli, stretti, larghi, corridoi lunghi, attaccapanni per i soprabiti, come nelle scuole e infatti ci sono cappotti e cappottini, giubbotti di bambini e ragazzi. Dunque le aule sono piene di ragazzi e di banchi e di sedie. I suoi passi fanno rumore, ostinato percorre i corridoi e apre le porte, alcune già aperte. Le aule sono vuote.

Il silenzio si taglia a fette, senza spezzarsi. Fette di silenzio quando lui si ferma. Il vuoto permane sia col suono dei suoi tacchi, sia quando si affaccia e  spia per vedere tutto lo spazio:  immobile appoggiato con la mano sinistra allo stipite, tenendo la destra sulla porta aperta, come se temesse anche qui una ventata che possa chiuderla sbattendola sulle sue spalle.  

Ras-Putin è seduto alla scrivania nella sala del Consiglio Supremo, deserta di libri e di carte. C’è soltanto un bicchiere alto e dignitoso, compunto e convinto di tenere a raccolta un bel po’ di lunghe matite colorate. Arturo lo guarda: “Questo è tutto”, dice la voce nel suo stesso orecchio, mentre lui se ne va con gli occhi a passare in rassegna la libreria chiusa sul nulla, gli scaffali inutili, il divanetto e le poltrone che sembrano comprendere il suo muto discorso che nessuno ascolta perché non c’è nessuno dentro e fuori queste mura. Solo pietre e ferri e vetri e oggetti vari spezzati e altro ancora che non si capisce.