IL PENSIERO MEDITERRANEO

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“IL TALISMANO CRETESE”, UN LIBRO SULL’AMICIZIA DI ANTONIO G. LUPO

LUPO Locandina dell'evento

di Maurizio Nocera

Il talismano cretese. Storia di un’amicizia (Edizioni Kurumuny, Martignano-Lecce, 2025, pp. 152), è un libro del poeta Antonio G. Lupo, buono come il pane e bello come la luce del sole. L’autore l’ha dedicato a sua moglie Anna, aggiungendo due eserghi di Patience Gray. Il libro tratta di un’amicizia molto particolare. In quarta di copertina, l’amico di Antonio, Alfonso Cariolano, segna un punto di buona letterarietà: «Norman e Patience proprio questo hanno creato a Spigolizzi: una sorta di esperienza rotante del tempo e dello spazio. Per questo, entrando nel loro mondo, tutto appariva diverso e attivo, più viscerale».

Nell’Introduzione, Lupo scrive: «Questo libro è una raccolta di frammenti di vita che comprende  pagine autobiografiche, estratti di corrispondenza e conversazioni, interviste; un mosaico di memorie accumulate nel tempo./ Il filo conduttore è il racconto della mia amicizia con  Patience Gray e Norman Mommens, fin dal primo incontro a Masseria Spigolizzi (Salve) dove lo scultore-pittore di origine belga e la scrittrice-orafa di origine inglese, grazie ai loro poliedrici interessi, erano riusciti a creare una vera “casa delle meraviglie”» (p. 7).

Non posso iniziare questa recensione senza dare un quadro dell’indice: 1. Norman e le pietre; 2. Oltre in contingente… la salsapariglia; 3. Pazienza e i metalli; 4. I disegni di anemoni di prato; 5. Patrelle- Les Lilas; 6. Di libro in libro; 7. Tra una vendemmia e l’altra; 8. Il talismano di ferro; 9. La citta-pendolo, sotto l’ombra palladiana; 10. Da Spigolizzi per posta; 11. A proposito di fiori; 12. Una breve parentesi metropolitana; 13. I lavori agricoli; 14. Le altre attività…; 15. La difesa dell’ambiente; 16. Il ritorno; 17. Maglie; 18. Sant’Emiliano; 19. Honey from a Weed; 20. Le arcaiche ricette salentine di Patience; 21. La salsa doppia; 22. Pasta al forno; 23. Le conserve di frutta; 24. Il pesce di pasta di mandorla; 25. An apulian bachelor; 26. Norman ed Helmut: l’arte nascosta; 27. Costellazioni, terra e pietra; 28. A Matera; 29. Un pranzo veramente speciale; 30. A scuola con Norman; 31. La Primavera dell’Arcimboldo; 32. Oscillazioni: fare un libretto di poesie; 33. Alcune idee sull’arte; 34. Sulle tracce di Phanes; 35. Le improbabili interviste; 36. A viva voce; 37. Cercare la strada che è dentro di noi; 38. Senza cuore … mai; 39. L’esercizio pratico della facoltà immaginativa; 40. Nel mondo di Athena; 41. A colloquio con Patience Gray; 42. A proposito di una vita; 43. Gli angeli di Spigolizzi, di Edoardo Winspeare.

Osservate bene: se mettete uno dietro l’altro i titoletti di questi capitoli, inevitabilmente esce fuori un poemetto. Arte magica dell’autore, che nel libro narra del suo rapporto amicale con i due artisti di Spigolizzi: uno scultore, pittore e contadino; l’altra orafa, scrittrice e cultrice di ricette gastronomiche antiche e moderne. Lupo scrive che dopo «il primo approccio con Pazienza fu l’inizio di un percorso che si annunciava avvincente. Grazie alla sua amicizia e a quella di Norman, si aprivano nuovi scenari. […] Mi stupì all’inizio il fatto che P. fosse un’orafa cesellatrice; come potevo immaginarlo? Nella sua riservata stanza di lavoro, un luogo dal quale lei si affacciava per accoglierti, riusciva a creare gioielli di straordinaria fattura. […] Scrittrice e giornalista, tra un dattiloscritto e l’altro, nonostante i continui impegni agricoli, Patience trovava quindi il tempo per realizzare manufatti artistici, in argento e oro, sempre più raffinati nella tecnica. […] Dedicava del tempo anche alla pittura? Mi chiedevo. Come ebbe a dirmi, in realtà dipingeva molto raramente. Si occupava soprattutto di scrivere testi, aveva lavorato come giornalista e aveva pubblicato dei libri» (pp. 17-20).

Sì, è vero. Patience non solo aveva scritto e continuava a scrivere libri, ma ne leggeva pure tanti. Lo dice lo stesso Lupo che lei leggeva Conciarov, Tolstòj, Turgenev, Puskin, Cechov, Pasternak, e ancora Kavavis, Henry Miller, Stendhal, Borges, altri ancora, tra cui quel suo originalissimo libro in inglese di «arcaiche ricette salentine»: Honey from a Weed (1986). «Per molti anni P. aveva lavorato incessantemente alla realizzazione di un libro che mettesse insieme tutte le sue esperienze di cucina e di cibo; le competenze di gastronomia acquisite nei vari luoghi mediterranei in cui aveva soggiornato» (p. 63).

Inoltre Patience era appassionata di musica, ed è lei stessa che lo dice quando, a Londra, dove si era recata per firmare alcuni contratti letterari, scoprì che «c’è una cosa nuova: la musica per strada. Flauto, chitarra, J. S. Bach, violini, violoncelli. Giovani musicisti suonano bene per guadagnare un po’ di pane. (Anche durante la guerra c’era un rinascimento musicale)» (p. 44).

Ritornando a quella che era la vita a Spigolizzi, l’autore racconta che: «Al di là del forte coinvolgimento poetico-letterario, un altro aspetto del mondo di Masseria Spigolizzi […] era quello legato alle attività agricole, a cominciare dai riti stagionali» (p. 28).

Vendemmia, raccolta delle olive, coltivazione degli ortaggi, erbe aromatiche e quant’altro. Poeticamente affascinante la narrazione che l’autore fa sul talismano di ferro, una sorta di braccialetto, che un tempo era appartenuto a Norman ma che poi finì a lui come dono dei due artisti. E doni meravigliosi sono state le corrispondenze di Patience e Norman allorquando Antonio, per motivi scolastici, fu costretto a trasferirsi al Nord. Le lettere dei due sono perle letterarie, che l’autore conserva gelosamente e che, solo ora, in occasione di questo volume, noi possiamo leggere alcune di esse.

Nei dintorni di Spigolizzi, Norman e Patience non erano proprio soli. Non lontano da loro c’era il tedesco Gerardo Cerul, di Regensburg che, all’occorrenza, dava loro una mano, soprattutto nella produzione del vino, ma aiutava anche nel «sarchiare le patate, tirare l’erba tra le cipolle o raccogliere qualche pomodoro da appendere. Occorreva inoltre prendersi cura delle leguminose nei tempi giusti» (p. 47).

Altre attività erano legate alle lunghe passeggiate nei campi, ad ammirare menhir e dolmen, dove Norman era in grado di individuare selci e utensili primitivi in anfratti e grotte semisconosciute. Non bisogna dimenticare che Spigolizzi si trova a due passi dall’antica messapica Vereto (V-IV secolo a. C.) e dall’altra mitica masseria dei Fani (che sta per i mitici Fauni). «Il fascino della cultura antica, dalla storia del cibo e dell’alimentazione all’archeologia, dalla letteratura alla religione, costituiva uno stimolo costante nei nostri dialoghi, soprattutto nella prospettiva di poter ritrovare le tracce del passato nella vita di ogni giorno, nella realtà circostante. Era questo un orientamento decisivo nella loro coinvolgente ricerca, non solo per la ricca collezione preistorica di selci e di reperti litici e ceramici, ma anche per lo studio delle tradizioni e dei riti che erano durati così a lungo dalle nostre parti, come le processioni religiose per raggiungere luoghi sacri, fuori dall’abitato» (p. 111).

In Masseria Spigolizzi, le modalità di vita avevano indotto i due artisti a diventare ante litteram alfieri della difesa dell’ambiente. Un riguardo particolare, a detta dell’autore di questo pregevole libro sull’amicizia, era riservato agli ospiti. Chi passava dalle parti della Masseria abitata da Patience e Norman, trovava sempre aperta la porta della loro casa: accoglienza e ospitalità, accanto a un buon bicchiere di vino che i padroni di casa non facevano mai mancare dal lato del tavolo dove gli ospiti erano seduti.

Nel capitolo Maglie, Lupo racconta della visita che Norman e Patience (accompagnati dallo stesso autore) fecero al puparo Giovanni Giustiziero: «l’artigiano ci fece da guida, accompagnandoci nel retrocucina, dove, su modesti ripiani erano poggiati i suoi manufatti: buffi folletti dal copricapo di forma conica, trottole, e altri balocchi pronti per allietare i bimbi, come le sedioline e le altalene in miniatura dalle tenui e fantasiose colorazioni. Lasciati gli attrezzi di lavoro, prima di salutarci, ci fece vedere il folletto che scende a passetti brevi e veloci sullo scivolo di legno in pendenza./ L’omino mobile del giocattolaio farà bella mostra di sé sulla mensola del soggiorno-cucina di Masseria Spigolizzi, attirando l’attenzione di tutti gli amici ospiti» (p. 59).

A Torre Sant’Emiliano, l’antichissimo baluardo dove un tempo si diceva sorgesse il tempietto di Poseidone (Nettuno) (forse le colonne di questo tempietto, col tempo sono andate a finire a sostenere la cripta della Basilica-Cattedrale di Otranto, intitolata alla Madonna dell’Annunziata), Norman e Patience si recavano spesso. Lupo scrive: «Un luogo dalle origini certamente sacre, per loro era “l’acropoli” di Sant’Emiliano» (p. 62).

Alcune pagine molto interessanti sono quelle del rapporto amicale tra due grandi artisti: Norman Mommens e Helmut Dirnaichner. Insieme furono coinvolti in due mostre importanti: una a Casarano a Palazzo d’Elia (1986) e l’altra, intitolata Materia sorgente, al Circolo “La Scaletta” (1989) di Matera. Come si sa Matera è la più antica città d’Italia, risale ad un’epoca preistorica. L’architettura dei Sassi di Matera comprende manufatti ma soprattutto grotte e anfratti nella roccia. In esse – scrive Lupo – Norman aveva installato le sue ieratiche sculture tra «terra e cielo, pietre e colore, materia e luce, spazio e opera d’arte si compenetravano perciò perfettamente in una sintesi di forme, di materiali, e di tecnica, relazionandosi con l’ambiente ipogeico» (p. 90).

Quando Antonio G. Lupo, per motivi scolastici, si trovò lontano, al Nord Italia, i due artisti di Spigolizzi, gli scrissero diverse lettere, raccomandandogli di scrivere anche lui quel che gli veniva in mente. Cosa che Antonio fece. Da quegli appunti nacque il libro di poesia Nel sud del sud – Nella terra dell’ultimo alato – Ora e allora. Il manoscritto fu portato da Norman, Patience e Antonio dal loro amico Rolando Civilla, eccelso tipografo, che ne stampò che pochi esemplari. Civilla stampava come gli antichi tipografi cinquecenteschi, sfornando cioè libri bibliofilici. Che meraviglia!

Nel libro l’autore ha inserito un’appendice di una sezione di interviste da lui fatte sia a Patience sia a Norman. Parlando di e con Norman, scrive: «Le grandi statue di Norman, installate all’aperto nel recinto ovile, sulla pietra viva, sono state per me come una calamita, fin dal primo istante. La mia attenzione fu attirata subito da un busto femminile dall’aspetto appartenente ad un passato non molto lontano, e da una imponente figura che mi riportava invece alle testimonianze artistiche delle origini. Era una divinità cretese quella con abito stretto in vita che reggeva in mano un serpente? “Forse può riportare ad un antico tema sacro”, mi rispose lo scultore. […] Intensamente suggestive al primo impatto, le sue opere trasmettono armonia e serenità, prendendo risalto nel rapporto con la natura circostante, a testimonianza dell’amore per il creato, come fossero divinità protettrici. […] Tra le opere realizzate con materiali diversi e tutte scolpite con taglio diretto, notai una stilizzata figura ripetuta più volte che, come le altre, suscitava un effetto rasserenante. Mi soprese perciò leggere in seguito, in un suo scritto autobiografico (Analisi di un cambiamento), che l’immagine dei Serafini con le braccia levate, derivava da un evento tragico, vissuto in prima persona nel periodo della seconda guerra mondiale. Era proprio in questa trasfigurazione serafica e celestiale la forza creativa dell’artista – pensavo – nell’aver saputo rendere realtà più dolorosa e sofferta con un’immagine decisamente salvifica./ La rievocazione del drammatico episodio riguarda il mancato salvataggio di una donna e di un bambino, morti sotto le macerie causate dal bombardamento e dal crollo del solaio di un cinema, dove Norman, allora ventiduenne, lavorava come aiuto proiezionista./ Così scrive a tal proposito: “ I pochi uomini che erano intorno, impiegarono troppo tempo per rimuovere i detriti del solaio caduto. La donna e il bambino erano già morti quando noi lo alzammo. Restammo a guardarli, sostenendo il pavimento del solaio con le braccia alzate, in attesa che qualcuno lo puntellasse”./ Da questa angosciante situazione nasce la figura dell’angelo sostenitore, una scultura che aveva in mente durante la sua permanenza in Cornovaglia, da realizzare nel granito della cava, il materiale più adatto./ “Una figura sulla punta dei piedi che si protendeva il più possibile verso l’alto, un serafino, nel modo in cui giunsi a concepirlo – molto semplice – quasi schematico. Il collo del piede formava un’unica forma convessa, una specie di zoccolo piatto, le mani tese simili a una piattaforma concava al termine delle braccia alzate. Nel mezzo era sospeso un corpo la cui faccia, elementare al massimo, formava una piccola sporgenza appena al centro. Il tenone, che faceva parte della scultura, era infilato in un buco praticato in una pietra grezza”» (pp. 117-119).

Molto interessanti le pagine relative alle autobiografie sia di Norman sia di Patience, che Antonio G. Lupo ha saputo ricamare con gusto e grazia. Quando egli chiese a Norman quale fosse la via per stare sereni con se stessi, lo scultore gli raccomandò di «cercare la strada che è dentro di noi» (p. 125).

Con Patience, Antonio G. Lupo sembra avere più dimestichezza discorsiva, tanto che, in un affascinante capitolo del titolo Nel mondo di Athena, si fa dire dalla scrittrice-orafa che «quando Norman ed io siamo arrivati nel basso Salento (aprile 1970) per abitare e lavorare a Spigolizzi in una vecchia masseria da ristrutturare, ci siamo trovati in un deserto; c’erano soltanto il nostro vecchio Bedford truk, sopravvissuto alla guerra in Africa ed un camion locale che invece di trasportare pomodori e patate, era caricato di sculture in marmo pesantissimo. Le aveva create Norman, durante gli anni vissuti a Carrara» (p. 131).

Ad un certo punto dei colloqui con Patience, Antonio le chiese chi fossero stati i primi frequentatori della loro casa nel fondo Spigolizzi. Interessato alla risposta dell’artista orafa, ho letto: «A quel tempo veniva a trovarci molto spesso anche Riccardo Winspeare, attraverso la sua amicizia abbiamo scoperto l’ambiente del capoluogo leccese degli anni Settanta. Era “veramente felice di avere dei vicini inglesi” ci diceva. Arrivava spesso in compagnia di suo figlio, oggi regista cinematografico di successo. Il carissimo Edoardo ci è stato vicino fin da bambino. Il suo coinvolgente interesse per la pizzica è cresciuto nel tempo allora era una vera sorpresa per noi tutti. Un’attrazione forte che poi non ha mai abbandonato./ Del periodo iniziale non posso dimenticare il poeta Antonio Verri e il suo sodalizio con Maurizio Nocera» (p. 141).

A proposito di Edoardo. Dico di Edoardo Winspeare: un aristocratico dal cuore gentile e dalla mente curiosa e aperta a tutto e a tutti, ai nobili ricchi come ai poveri diseredati. Per stare vicino a quest’ultimi parla, quasi sempre, il più stretto dialetto locale. Quando lo conobbi insegnavo a Tricase, così, più di una volta, frequentai le scuderie del castello della sua famiglia, a Depressa. Edoardo era giovanissimo, io ormai quasi vecchio, ma ballando la pizzica con lui, che aveva ed ha movenze straordinarie, rimasi, ancora oggi lo sono, affascinato. Forse non sono credibile quando dico che egli si muove leggero come un Serafino di Norman Mommens. E qui, in questo bellissimo libro di Antonio G. Lupo, Edoardo ci ha fatto un dono meraviglioso. Il libro infatti si chiude con una sua postfazione: Gli angeli di Spigolizzi.

Voi che mi leggete e chiedo venia soprattutto all’autore del libro e allo stesso Edoardo, non riesco a sottrarmi dal citare per intero il suo scritto. Per questo chiedo perdono.

«Un maestro non impone la propria conoscenza, ma illumina il cammino scelto per arrivare al sapere: sa che la sapienza assoluta non esiste e, allo stesso tempo, ti spinge a percorrere il cammino d’incomparabile bellezza che conduce a questa meta inarrivabile. Un maestro ricorre alla cultura per celebrare con gratitudine coloro che lo hanno preceduto e guidare chi lo ascolta nella ricerca di un significato, riuscendo a conciliare serietà e leggerezza. Le sue lacrime sono grida d’amore per l’umanità, le sue risate preghiere di gioia per la vita, i suoi silenzi mute parole per le coscienze. La stupidità umana lo indigna, ma sa essere indulgente, perché consapevole che nessuno ne è immune, neppure lui: è intelligente proprio perché lo ha capito. Un maestro non pensa di avere dei discepoli, ma esseri umani con i quali condividere lo stupore per il mistero della vita. Un maestro non impone regole da seguire, ma racconta ciò che ha imparato dalla sua esperienza con tenerezza e ironia. Un maestro sa ascoltare e imparare da chi ha vissuto meno di lui e, insieme all’amico più giovane, coltivare l’arte del dubbio foriera di pensiero. Un maestro non si considera tale, consapevole di essere solo un uomo, ma sa che diventarlo, in piena coscienza dell’essere qui e ora, è lo scopo di un’intera esistenza./ Norman e Patience sono stati dei maestri come pochi nel Salento. Nessuno come loro ha compreso e amato il nostro finis terrae, trasformando Spigolizzi nel centro di una geografia ideale delle arti e del pensiero. La loro visione del mondo, vissuta in modo radicale ed esemplare, ha influenzato tanti di noi. I miei stessi film sarebbero stati diversi senza di loro, forse non sarebbero neanche esistiti. Lo stesso è accaduto all’amico poeta Antonio Lupo. Il suo bel libro Il talismano cretese non è solo la storia di un’amicizia profonda, ma anche il tentativo riuscito di restituire lo spirito di Spigolizzi. Norman e Patience hanno insegnato a tutti noi che ogni esistenza in un determinato luogo può diventare una metafora per la salvezza del mondo. Questa esistenza siamo noi e questo luogo è il Salento. Tutto è sacro» (pp. 147-148).

Edoardo e Antonio, perdonatemi.    

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