Il tempo sta scadendo

di Pompeo Maritati
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel silenzio che avvolge il nostro tempo. Non è il silenzio della pace, ma quello della rassegnazione. È il silenzio di milioni di persone che ogni giorno vedono restringersi il proprio orizzonte, mentre una minoranza sempre più ristretta concentra nelle proprie mani ricchezze, tecnologie, informazione e capacità di influenzare le decisioni politiche di intere nazioni.
Il XXI secolo avrebbe dovuto essere il secolo della conoscenza, della libertà, della democrazia compiuta. Si sta invece trasformando nel secolo della concentrazione del potere.
Mai nella storia moderna una quantità tanto enorme di ricchezza è stata controllata da così pochi soggetti. E quando il denaro si concentra, inevitabilmente si concentra anche il potere. Il potere di decidere chi produce, chi lavora, chi comunica, chi consuma, persino ciò che è accettabile pensare e discutere.
Nel frattempo, la maggioranza della popolazione vede diminuire il proprio potere d’acquisto, aumentare l’incertezza, perdere sicurezza. La classe media, che per decenni ha rappresentato il pilastro della stabilità delle democrazie occidentali, si assottiglia progressivamente. I giovani guardano al futuro con più timore che speranza. Gli anziani vedono dissolversi conquiste sociali ottenute in una vita di lavoro.
La domanda che dovremmo porci è semplice: fino a quando?
La storia insegna una lezione che troppo spesso preferiamo ignorare. Nessun sistema fondato su disuguaglianze sempre più profonde è durato indefinitamente. Quando la distanza tra chi possiede tutto e chi perde quasi tutto diventa insopportabile, la tensione sociale cresce fino a raggiungere un punto critico.
Le grandi trasformazioni della storia non sono nate perché chi deteneva il potere abbia spontaneamente rinunciato ai propri privilegi. Sono nate quando la pressione sociale è diventata tale da rendere impossibile conservare l’ordine esistente. È accaduto in epoche diverse e in continenti diversi. Cambiano i protagonisti, cambiano gli strumenti, ma la dinamica resta sorprendentemente simile.
Oggi osserviamo segnali che non dovrebbero essere sottovalutati: sfiducia crescente verso le istituzioni, polarizzazione politica, rabbia sociale, perdita di fiducia nei meccanismi della rappresentanza democratica. Sono fenomeni che, se trascurati, possono alimentare crisi profonde.
Non è difficile immaginare che, se milioni di persone dovessero convincersi di non avere più alcuna possibilità di migliorare la propria condizione attraverso gli strumenti democratici, possano nascere movimenti di protesta sempre più radicali. La storia europea ricorda bene come le piazze, quando cessano di essere luoghi di confronto, possano trasformarsi nel simbolo della rottura di un equilibrio ormai divenuto insostenibile. Le immagini delle ghigliottine della Rivoluzione francese appartengono a un’altra epoca, ma continuano a rappresentare un monito potente: quando una società lascia crescere senza limiti le disuguaglianze e ignora il grido di chi resta indietro, il prezzo può essere altissimo.
La vera domanda non è se tutto questo accadrà domani o tra vent’anni.
La vera domanda è se chi oggi esercita un potere economico, finanziario e tecnologico senza precedenti abbia la volontà di comprendere che nessun privilegio è eterno e che nessuna società può reggersi indefinitamente sull’aumento delle disuguaglianze.
La storia non punisce perché è crudele.
La storia presenta il conto quando gli uomini si ostinano a non voler leggere i segnali del proprio tempo.
Forse il punto di non ritorno non è ancora stato raggiunto.
Ma continuare a fingere che tutto proceda normalmente significa ignorare una realtà che milioni di persone sperimentano ogni giorno: quella di un mondo in cui il progresso sembra arricchire sempre meno la collettività e sempre più una ristretta élite.
Ogni civiltà è convinta di essere diversa da quelle che l’hanno preceduta.
Fino al giorno in cui scopre che la storia non si ripete mai nello stesso modo, ma non smette mai di ricordare una verità fondamentale: quando il potere si chiude in sé stesso e smette di ascoltare la società, è la società che, prima o poi, trova il modo di farsi ascoltare.