IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Il terremoto del 20 febbraio 1743

di Francesco Danieli

20 febbraio 1743, ore 17.30. Tre interminabili scosse telluriche fanno sobbalzare per circa otto minuti il Salento centro meridionale. L’epicentro del sisma è nelle acque dello Ionio, tra tacco d’Italia e isole greche, ad una cinquantina di chilometri dalla costa.

Nardò, per la conformazione argillosa del suo substrato subisce i danni più ingenti, in termini di vite umane e di distruzione.

Galatone, costruita com’è su di un solido banco tufaceo, perlopiù scavato (40 frantoi ipogei, cisterne, cunicoli, cantine, cripte), attutisce il colpo. In pochi istanti, appena il tempo di udire i sacri bronzi della Collegiata rintoccare da soli, cascano giù il tetto ligneo, a capriate, della cinquecentesca chiesa di San Sebastiano, in Piazza dell’Orologio; parte del palazzo marchesale; molte case terragne “a cannizzu”. Resistono la possente mole tarantiniana della Chiesa Madre e si rivelano avveniristiche le scelte strutturali di fra Niccolò da Lequile, che neppure cinquant’anni prima aveva ideato il nuovo tempio del SS. Crocifisso. Nessun morto. Come se il patrono San Sebastiano avesse scelto di sacrificare la sua effigie, per la salvezza della Terra affidatagli. Questo pensano i galatei quando la sua statua in pietra, che sormontava l’antica Porta dell’Antro, inizia a ruotare su se stessa, guardando all’interno delle mura urbiche, prima di infrangersi al suolo.

In foto, la testa della statua del Patrono, custodita per secoli dalla famiglia Tramacere, ora conservata in Comune.