IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Il tramonto dell’Europa?

Di Vincenzo Fiaschitello

Vincenzo Fiaschitello

Mai così vicini alla catastrofe di una guerra come in questi giorni. La drammaticità degli eventi è cresciuta di ora in ora. Uomini politici si sono spinti così tanto avanti nel segnalare il pericolo da far paragoni con la vigilia del secondo conflitto mondiale, ricordando le ultime chances della diplomazia nell’incontro di Monaco del 1938.

Ma davvero il vecchio continente europeo ha intenzione di autodistruggersi? E’ proprio vero che ormai è alle porte quel che da oltre un secolo è chiamato il tramonto dell’occidente, come scriveva Oswald Spengler?

La cultura dell’Europa che è la cultura occidentale e, senza ombra di dubbio, planetaria, ha esaurito il suo compito definito missione civilizzatrice?

Se restringiamo il campo di discussione e ci limitiamo a considerare gli ultimi segnali negativi che hanno trafitto la nostra sicurezza e cioè la pandemia del covid 19 che ha fatto milioni di vittime e il terrore di una guerra con un probabile considerevole numero di vittime e terribili distruzioni di infrastrutture e di intere città, possiamo dire che l’abbiamo scampato o lo stiamo scampando bene il gravissimo pericolo di queste emergenze. Per la pandemia ci siamo affidati alla scienza e, fatta eccezione per uno sparuto numero di scettici che intendono delegittimare la scienza, abbiamo avuto ragione dal momento che i risultati sono incoraggianti.

Per quanto riguarda l’altra emergenza, la guerra, si intravede finalmente una possibile soluzione nel riconoscere che è indispensabile considerare il territorio cuscinetto, cioè un territorio fra due potenze non schierato né per l’una né per l’altra, pur conservando la sua indipendenza, come attualmente è il caso della Finlandia. Non si può pensare a una situazione ottimale, ma tanto è necessario per il momento. Il Cremlino non ha badato a spese se ha messo in movimento 150 mila uomini con potenti armamenti (carri armati, armi micidiali, aerei, navi, ecc.) sotto la copertura di esercitazioni, ma certo è che il timore di avere truppe nemiche ai suoi confini era reale. La perdita di influenza su Kiev viene sicuramente vissuta da Mosca come un allontanamento dall’area europea e una emarginazione verso l’est asiatico.

Mi viene spontanea una serie di riflessioni che a mio parere toccano il cuore della cultura d’Europa. E’ noto che le sue radici affondano nel pensiero greco. Sono stati i greci ad averci lasciato in eredità un senso della vita, che ha come caratteristica fondamentale il mutamento, il divenire. Gli uomini costruiscono e distruggono. Le cose tutte nascono, si trasformano e si annientano. Il pensiero corre facilmente alla legna che si accende, brucia e si incenerisce. Questa constatazione fu da subito per i greci una forma drammatica di percezione della realtà, che dapprima si concretizzò nel mito e poi in maniera più matura nella produzione straordinaria delle tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide. Tutto questo per dire che l’uomo vive in una condizione perpetua di terrore (thauma, scrive Aristotele nella Metafisica) dell’annientamento e perciò terrore della sofferenza e della morte.

E’ proprio questo stato di cose che favorisce la nascita della filosofia, la quale si assume l’impegno di tenere a bada e, se possibile, di allontanare e ritardare la caduta nell’abisso senza ritorno. L’uomo occidentale ha fatto propria questa visione della vita, grazie alla quale è portato all’agire, a inventare continuamente sempre nuove modalità di difesa dal dolore e dalla morte, creando con ciò le condizioni più favorevoli per lo sviluppo della scienza e della tecnologia. Il sentiero mitico, logico, etico e soprattutto drammatico dello spirito greco a seguito della concettualizzazione del nulla come destino ultimo dell’uomo, è vivamente presente nella nostra cultura occidentale, ma anziché ridurci alla inazione improduttiva e desolatamente rassegnata, ci ha spinti alla creatività, all’arte, alla ricerca della bellezza, alla scienza, alla operosità tecnica. Tutto ciò ha fatto la differenza con la cultura dell’oriente.

Tuttavia non c’è motivo di gloriarsi, perché di quest’ultima cultura più orientata alla spiritualità e alla contemplazione, abbiamo un profondo bisogno. Basti pensare alle tante promesse fallite, in fatto di uguaglianza sociale e di felicità, della tecnologia che aspira a diventare guida suprema del mondo.

Oggi questo modo di vivere occidentale è ormai imposto e diffuso in tutto il pianeta, Cina e Russia comprese, al di là di quelle che un tempo si chiamavano ideologie. Se infatti si riflette bene, questo agire dell’uomo per trasformare le cose è presente nel capitalismo di tipo occidentale, ma lo è anche nell’ideologia marxista dell’oriente. E allora, da un lato possiamo dire che l’annunciato declino dell’Europa, dell’occidente in genere, non è affatto attendibile, dall’altro non appare poi così evidente la presunta diversità (o peggio contrasto) occidente-oriente.

In questo quadro non solo la Russia non ha ragione di temere una emarginazione e tanto meno un pericolo di destabilizzazione della propria società, ma ci si trova in condizioni favorevoli perché tutta l’umanità, dall’oriente all’occidente, sia solidale per vincere quella sfida del destino di annientamento dell’uomo, che i greci per primi hanno avvertito. E questo potrà essere possibile se tutti i popoli, con l’aiuto della straordinaria e crescente potenza della tecnologia, daranno il loro contributo per il mantenimento della pace.

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