Il vassoio del “Giudizio di Paride” Un frammento di storia recuperato dai Carabinieri del Reparto Tutela Patrimonio Culturale
Giudizio di Paride
di Roberto Lai
Non sono solo i grandi capolavori a raccontare la storia. A volte, anche un piccolo oggetto, apparentemente modesto e sconosciuto ai più, può custodire un frammento prezioso del nostro passato. Ogni reperto, se osservato con attenzione, ha una voce, un racconto, un’identità da restituire.
Questo è il caso del vassoio con il Giudizio di Paride, un manufatto in ceramica decorata a matrice, databile tra l’età antonina e severiana (II–III secolo d.C.), oggi conservato presso il Museo Civico “Rodolfo Lanciani” di Guidonia Montecelio.
Era il 1999. In quegli anni, la mia attività all’interno della Sezione Archeologia del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale mi vedeva fortemente impegnato nel territorio nomentano-tiburtino, un’area ricchissima di testimonianze archeologiche ma purtroppo anche molto esposta al rischio degli scavi clandestini e del traffico illecito di reperti.
Sentivo una particolare responsabilità verso quel territorio, anche perché poco tempo prima, il Comune di Guidonia Montecelio aveva conferito la cittadinanza onoraria a me e agli altri colleghi del Comando Tutela Patrimonio Culturale che avevamo operato il sequestro della celebre Triade Capitolina — un complesso scultoreo di straordinario valore, rappresentazione della massima religiosità dell’antica Roma, simbolo del culto capitolino e della centralità della triade Giove, Giunone e Minerva nella tradizione romana.
Quel riconoscimento rafforzò ulteriormente il mio legame con il territorio e il senso di dovere verso la tutela delle sue radici. Fu così che, insieme al collega Pompeo Micheli, durante un’attività di contrasto ai traffici internazionali di opere d’arte e reperti archeologici, ci imbattemmo in questo bellissimo vassoio in ceramica sigillata, frammentato ma ancora eloquente nella sua decorazione figurata. Un piccolo oggetto, forse poco conosciuto, ma capace di raccontare un intero mondo.
Il vassoio, di forma ovale, è stato ricostruito da diciassette frammenti rinvenuti all’interno di una tomba a fossa rettangolare. Presenta un orlo a tesa con due ampie anse piatte, una parete ricurva e un fondo ad anello: elementi che rimandano a una produzione raffinata e tipicamente italica, ispirata ai modelli metallici più pregiati.
Le decorazioni a rilievo, seppur consunte dal tempo, restano di straordinaria eleganza. Gli orli sono ornati da motivi vegetali racchiusi tra file di perline, e agli angoli compaiono piccoli amorini intenti a sacrificare su una piccola ara.
Le due anse del vassoio raccontano, come in una sequenza cinematografica, le due fasi del celebre mito del Giudizio di Paride.
Sulla prima ansa vediamo Giunone, Minerva e Venere in attesa della decisione del giovane Paride. Giunone, seduta su un trono con scettro e pavone ai piedi, incarna la regalità; Minerva, riconoscibile dallo scudo e dalla civetta, rappresenta la saggezza; Venere, con gesto delicato, appare come la personificazione della bellezza.
Sulla seconda ansa la scena muta: una figura femminile nuda, vista di spalle, tende la mano verso un giovane nudo con il petaso al capo — Mercurio, il messaggero degli dèi — che le porge il pomo d’oro. È il momento decisivo: Paride consegna il simbolo della bellezza ad Afrodite, decretando la fine del contenzioso e, secondo la leggenda, l’inizio della guerra di Troia.
Grazie al confronto con un frammento analogo conservato al British Museum di Londra, si può affermare che le due scene, pur distinte, si completano perfettamente: una rappresenta l’attesa, l’altra la scelta.
Il Giudizio di Paride è un tema poco frequente nella ceramica romana, e il vassoio di Villalba — come viene comunemente chiamato dal luogo del ritrovamento — rappresenta un esemplare unico per composizione e raffinatezza.
Venere, l’unico personaggio presente in entrambe le anse, ricorda la Grazia centrale del celebre gruppo ellenistico delle Tre Grazie, mentre il paesaggio popolato di animali potrebbe richiamare il mito di Orfeo, capace di ammansire le fiere con la musica.
Dal punto di vista tecnico, il manufatto sembra derivare da un prototipo metallico attraverso un processo di surmoulage — cioè la copia in ceramica di un modello in metallo — pratica diffusa nelle officine di epoca imperiale.
Oggi il vassoio, restituito alla comunità scientifica e al patrimonio pubblico, rappresenta un testimone prezioso della cultura figurativa romana e, al tempo stesso, un simbolo dell’impegno quotidiano dei Carabinieri del TPC nel recupero dei beni trafugati.
Non sempre le storie più grandi si nascondono dietro oggetti imponenti o famosi: a volte basta un piccolo frammento per far riaffiorare un intero mondo perduto.
Bibliografia:
– TORTORELLA, 1997, pp. 291–300
– MOSCETTI, *Tra Nomentum e Corniculum*, 1999, pp. 308–309