IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Il Vento e la Bambina

Il vento e la bambina

di Franco Amarella

In un tempo assai lontano fra i monti delle alpi austriache, c’era un paesino tutto popolato di mulini a vento. Ce n’erano tantissimi. E quindi altrettanti mugnai, che macinavano il grano coltivato nelle valli tutte intorno. Qualcuno recava annesso anche un piccolo forno per la produzione del pane. La gente viveva di agricoltura e di serenità domestica. Si conoscevano tutti fra loro e si aiutavano reciprocamente nel lavoro dei campi, così come nelle avversità del clima e nelle difficoltà della vita.
Con il ricavato della vendita del frumento macinato ognuno si procurava il necessario per tiare avanti. E poi veniva il giorno della grande festa di primavera in onore del vento, quasi venerato come una divinità. Giacchè grazie alla sua forza le pale dei mulini potevano continuare a donare la prosperità all’intero villaggio. Ma ci fu una stagione di fine inverno che si rivelò molto diversa dalle altre, perché fu peggio di una carestia per il villaggio.

Accadde che a passare dal quel paesino, proprio durante la festa del vento, fu il lungo corteo del principe vescovo di quella regione. Incuriosito da tanta festosa agitazione il “monarca religioso” ebbe a soffermarsi sul posto, cominciando ad informarsi sulla natura di quelle celebrazioni primaverili. Per lui fu subito biasimo per quella forma di “paganesimo” e condanna per un peccato, ritenuto di idolatria. Convocò in seguito nella sala delle udienze del suo castello il borgomastro del luogo, il curato e i due gendarmi di quel mandamento. E così decretò la cancellazione della festa del vento, perché ritenuta sacrilega. Gli abitanti accolsero con grande dispiacere e dolore quella decisione, ma non poterono fare altro che adeguarsi ed ubbidire.
Ma quando tornò il successivo tempo di primavera e si avvicinarono i giorni dei festeggiamenti si verificò una specie di magia.
Le pale dei mulini cominciarono a ruotare più lentamente e man mano, sempre più piano, fino a fermarsi del tutto. I contadini che attendevano la crescita delle spighe con i loro preziosi chicchi, che avrebbero raccolto poi in estate per macinarli ne furono sbigottiti. Non meno increduli rimasero i mugnai, proprietari dei mulini. Il fenomeno passò di bocca in bocca, di famiglia in famiglia, di campo in campo. Non soffiava più il vento. Si cominciò a parlare di maleficio, di diavoleria, di stregoneria.
Gli abitanti si riunirono in chiesa prima, poi alla presenza del borgomastro per discutere, per darsi una spiegazione, per cercare una soluzione al mancato funzionamento di tutti quei mulini, fermatisi così all’improvviso e tutti insieme.
L’inverno nel frattempo diventava ormai un ricordo.

Presto la primavera avrebbe ceduto il passo all’estate, quindi alla nuova mietitura ed al nuovo riempimento dei sacchi con il grano trebbiato. Come fare? Dove portare poi quei chicchi a macinare? L’intero villaggio era preda dell’ansia e della paura. Erano quelli i giorni di fine quaresima. Come era prevedibile tutta l’agitazione domestica nelle singole case, per le preparazioni gastronomiche di tradizione, era piuttosto inesistente.

Ma si avvicinava il giorno della Pasqua ed un convoglio di attori e saltimbanchi girovaghi transitava proprio per quel paese, di ritorno da un villaggio più lontano. Sul carro principale c’era a cassetta il capocomico, che s’accorse subito dell’atmosfera del luogo, tutt’altro che festosa. Giunto sul piazzale della chiesa il convoglio si fermò, formando un cerchio.
I primi ad avvicinarsi furono i bambini, poi man mano gli adulti fin a riempire lo spazio. Dai carri cominciarono a scendere gli acrobati, i suonatori, i cantastorie. Sembrava tornasse l’allegria per un momento. E quando il capocomico chiese le ragioni di quello strano silenzio trovato entrando in paese, fu messo al corrente del fenomeno.
Ora è da sapere che in quella carovana c’era una bimba piccolina, che si diceva fosse nata da una fata in un bosco e poi raccolta e cresciuta da quei saltimbanchi.

Il capocomico allora, dopo essere rimasto a riflettere abbastanza, chiese alle donne del villaggio di portare un grande pezzo di stoffa di seta, di qualsiasi colore. Fu fatto. E mentre i suonatori e gli acrobati allietavano i presenti, all’interno di un carro si lavorava quella stoffa con canne e cordicella.
Ad un tratto proprio dai gradini di quel carro scese la bimba. Pareva lei stessa una fatina coi riccioli d’oro ed un bellissimo vestito verde-acqua. Nella manina stringeva un lembo di cordicella, che sembrava non finire mai, mentre scendeva avviandosi a piccoli passi verso la chiesetta. Alla fine della funicella comparve il frutto di quel lavoro eseguito con seta e canne: un fantastico aquilone.
La bimba a quel punto, come spinta da un magico impulso, si mise a correre e come per incanto l’aquilone prese ad impennarsi ed a salire, salire, salire sempre più sù.

Tutti i presenti ammutolirono, si guardarono attoniti gli uni con gli altri….increduli. Quel colorato aquilone sembrava essere sostenuto e spinto da folate di vento. E mentre la bimba giocava col suo dono ricevuto per Pasqua, facendo volteggiare il suo aquilone, le pale dei mulini ricominciarono a ruotare.
Fu per tutto il villaggio il giorno della più bella e più grande sorpresa.
Il vento era tornato.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Rivista online Il Pensiero Mediterraneo - Redazioni all'estero: Atene - Parigi - America Latina. Redazioni in Italia: Ancona - BAT - Catania - Cuneo - Firenze - Foggia - Genova - Lecce - Marsala - Matera -Milano - Palermo - Roma - Trieste. Copyright © All rights reserved. | Newsphere di AF themes.