Il violino e la Morte. Böcklin, Tartini: due visioni a confronto
Il violino e la Morte. Böcklin, Tartini: due visioni a confronto
Di Simona Mazza
Il dialogo ideale tra il Trillo del Diavolo di Tartini e l’Autoritratto con la Morte che suona il violino di Böcklin rivela un nucleo comune, quasi un nervo scoperto della creatività. La creazione artistica appare infatti come il risultato di un incontro con una presenza che supera l’individuo e ne ridisegna vita, tecnica e destino, lasciando sul violino il segno di un passaggio che non appartiene più soltanto all’umano
Due epoche, un medesimo orizzonte del limite
Benché Tartini appartenga al pieno Settecento, immerso nella grammatica violinistica italiana, e Böcklin si situi nel cuore dell’Ottocento simbolista, entrambi si confrontano con una consapevolezza che oltrepassa i loro contesti immediati.
Tartini lavora entro un linguaggio musicale molto definito, ma costantemente teso verso nuove possibilità espressive. Böcklin, invece, opera in un clima culturale attraversato da mitologie reinventate, malinconie mediterranee e inquietudini metafisiche che sfiorano la dimensione onirica.
Eppure, se si guarda oltre le differenze di stile, emerge un terreno comune. Tanto il violinista quanto il pittore avvertono una forza che li precede e alla quale sentono di dover rispondere. Ne deriva una creatività intesa come attraversamento: un luogo cioè in cui la tecnica tocca qualcosa che la sorprende e, di riflesso, la obbliga a cambiare direzione.
E, a questo punto, conviene osservare più da vicino le forme che questa dinamica assume.
Il violino come soglia tecnica e visiva

Nel Trillo del Diavolo, Tartini spinge il violino oltre i consueti confini. La scrittura articola passaggi sottilissimi, trilli prolungati, mordenti ribattuti, doppie corde che irrigidiscono la mano, rapide successioni di appoggiature e modulazioni che aprono varchi inattesi nella tonalità.
Ebbene, questa sonorità non nasce dal desiderio di stupire, ma dall’urgenza di recuperare la memoria di una perfezione percepita altrove, in una regione che sfugge all’esperienza comune.
Infatti, secondo la celebre testimonianza, Tartini avrebbe sognato il Demonio in persona. Nel sogno, il maligno non appariva come persecutore, bensì come esecutore sovrano. Impugnava il violino, lo accordava con una sicurezza naturale e intonava una sonata di tale purezza che il compositore, pur immerso nel sonno, intuiva la distanza tra quel gesto e ciò che le mani umane possono ottenere.
Al risveglio tentò di trascrivere ciò che aveva ascoltato, ma comprese subito che nessuna nota avrebbe potuto avvicinare quella limpidezza. Nonostante questo, provò comunque a trattenerne una traccia lontana, e il risultato parla proprio di quell’inseguimento.
La Morte sulla tela

Böcklin, per contro, percorre un’altra via. La sua Morte regge un violino ferito, privato di tre corde: rimane soltanto il Sol, grave e tellurico, carico di una risonanza che sembra arrivare da un tempo remoto. Nella pratica violinistica è la corda meno incline al virtuosismo, e per questo, nelle mani del pittore, diventa una presenza concentrata, quasi il residuo essenziale di ciò che sopravvive quando il resto si assottiglia.
Peraltro, l’intera scena rafforza questo clima. La Morte si sporge verso il pittore, il busto inclinato, le dita che sfiorano la tastiera con una calma inattesa. Il fondo scuro fa emergere un chiarore raccolto intorno alle figure, mentre il rosso attenuato della veste e il biancore del teschio compongono un equilibrio visivo sorprendente.
Qui, il violino smette pertanto di essere un dettaglio accessorio e diventa il luogo in cui si incontrano sguardo, gesto e possibilità sonora.
Così, lo strumento principe del virtuosismo moderno si trasforma in un organismo sospeso. Nella sonata tartiniana, tesa verso l’intensificazione, e nel dipinto böckliniano, attratto dall’essenziale, il violino diventa il punto in cui la superficie della realtà si incrina.
Dal Demonio rivelatore alla Morte che accompagna
La presenza che visita l’artista assume forme diverse nelle due opere; tuttavia, conserva un ruolo interiore affine.
Il Demonio del sogno di Tartini – lungi dall’essere un antagonista – offre un gesto che travalica ogni misura e costringe il compositore a riconoscere l’ampiezza di ciò che ha percepito.
La Morte di Böcklin, invece, non entra in scena con un atto improvviso. È già lì, come un’ospite antica. Non esibisce virtuosismi, ma una calma che sembra appartenere a un tempo più lento. Non propone una melodia definita: suggerisce piuttosto un ritmo discreto, che riguarda il pittore nel suo stesso lavorare.
E non a caso, dietro la nuca dell’artista, quel filo unico del violino appare come un mormorio che scandisce ciò che continua mentre tutto si riduce. Demonio e Morte, per vie opposte, spingono entrambi gli artisti a confrontarsi con un punto fragile della propria interiorità.
Strutture tecniche e simboli del limite
Le due opere esprimono questa consapevolezza attraverso forme distinte.
In Tartini, il trillo centrale è un nucleo instabile, pronto a disgregarsi. La difficoltà del gesto non ha la funzione di ostacolo, ma determina il carattere stesso della musica.
Nel quadro di Böcklin, la corda superstite svolge un ruolo diverso ma altrettanto incisivo: rimane un dettaglio concreto che fa immaginare un suono basso e cavernoso, più vicino a un ricordo che a una melodia vera e propria. Le corde recise evocano ciò che è stato lasciato indietro, non soltanto ciò che termina.
Così, mentre Tartini si protende verso qualcosa che si ritrae, Böcklin rimane vicino a ciò che oppone una resistenza minima ma reale. Due movimenti distinti che finiscono per toccarsi, perché entrambi cercano di dare forma a un margine quasi impercettibile dell’esperienza.
L’artista fra rivelazione e consapevolezza
A questo punto diventa chiaro come cambi la figura dell’artista.
Tartini vive in un tempo in cui l’ispirazione può manifestarsi da fuori, in modo improvviso. Il sogno arriva e l’artista tenta di avvicinarsi a ciò che ha udito, pur sapendo che ciò che lo ha sfiorato appartiene a un altrove.
Böcklin, invece, appartiene a un secolo che scandaglia ciò che si muove all’interno della coscienza e nell’autoritratto, il violino sembra risuonare nel pensiero del pittore più che nello spazio della scena.
Di conseguenza, il gesto creativo assume due traiettorie: rincorsa verso qualcosa che si sottrae e ascolto di ciò che resta accanto.
Due opere, una sola soglia
Insomma, le due opere mostrano che la creazione nasce dal contatto con ciò che eccede l’individuo.
Certo è, che in entrambi i casi, la bellezza emerge dal confronto con un confine ineludibile.
A ben vedere, Tartini ascolta un suono che arretra, mentre Böcklin percepisce una vibrazione che annuncia il termine senza esaurirsi.
E così, fra queste due esperienze si delinea un’idea di arte moderna come gesto intenso e vulnerabile, capace di persistere proprio perché non pretende di essere concluso.