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Il “Volto d’Avorio”: indagini, traffici internazionali e la lunga strada della giustizia

Volto avorio Seconda metà del I secolo a.C.

Volto avorio Seconda metà del I secolo a.C.

di Roberto Lai

Uno degli esempi più emblematici di tracciamento investigativo di un reperto archeologico è rappresentato dalla complessa vicenda del cosiddetto “Volto d’Avorio”, un frammento scultoreo di straordinario valore artistico e storico, rinvenuto clandestinamente in Italia e oggetto di traffici internazionali.

Tutto ebbe inizio nell’ottobre del 1994, quando personale del Reparto Operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC) fu invitato a Monaco di Baviera per partecipare a una riunione info-operativa sul contrasto al traffico illecito di beni culturali. Durante una perquisizione disposta dalle autorità tedesche, su richiesta della magistratura greca, vennero sequestrati centinaia di reperti archeologici nella disponibilità di due noti trafficanti internazionali. Molti di questi oggetti risultarono provenire da contesti italiani, in particolare dalla Magna Grecia, dall’Etruria e dall’Italia centrale. Alcuni furono anche riconosciuti come beni sottratti nel corso di una rapina al Museo Archeologico di Melfi (PZ), avvenuta nel gennaio dello stesso anno.

Tuttavia, a causa della difficoltà nel dimostrare l’origine illecita di altri reperti, il procedimento penale in Germania fu archiviato e solo gli oggetti rubati vennero restituiti all’Italia. Le autorità italiane, ritenendo insufficienti tali conclusioni, proseguirono le indagini e presentarono una richiesta di assistenza giudiziaria internazionale. Nel 1997, una seconda perquisizione a Monaco portò al sequestro di ulteriori reperti, alcuni dei quali riconducibili alle aree archeologiche di Scrimbia (RC)LucaniaApulia ed Etruria meridionale.

Durante questa fase investigativa, emersero elementi chiave: nel 1994 un gruppo di tombaroli aveva scoperto in una villa romana presso Anguillara Sabazia (RM), nei pressi delle cosiddette Terme di Claudio, un volto in avorio, frammenti di statua e quattro statuette egizie. I beni furono nascosti in un casolare e poi venduti a un noto trafficante italiano residente in Germania. A seguito di un’attività info-operativa e incroci investigativi, i Carabinieri TPC riuscirono a individuare il capo dei tombaroli, che fornì una foto Polaroid del “Volto d’Avorio” al momento del ritrovamento e dichiarò di attribuirlo a Fidia, l’autore dell’Athena Parthenos.

Le successive indagini consentirono di collegare il reperto al medesimo trafficante oggetto della perquisizione di Monaco. L’uomo, deceduto nel frattempo, aveva costituito una vera e propria rete criminale con ramificazioni internazionali, che si avvaleva anche della collaborazione di un professore universitario e di un altro trafficante italiano, coordinatore di diverse squadre di tombaroli.

Nel marzo del 1999, la prima fase dell’indagine si concluse con il recupero di oltre 11.000 reperti archeologici, illecitamente scavati ed esportati dall’Italia, con l’arresto di 3 persone e la denuncia di altre 14. Tuttavia, il “Volto d’Avorio” continuava a sfuggire.

La svolta avvenne con l’indagine parallela su un’altra importante scultura: la statua marmorea di Artemide Marciante, trafugata nell’area campana e poi esportata illegalmente in Giappone. Non trovando riscontro sul mercato asiatico, fu rivenduta e trasferita in Svizzera. L’antiquaria elvetica di origini greche coinvolta nella compravendita, colpita da mandato di cattura internazionale, fu arrestata nel gennaio 2002 a Cipro. Durante l’interrogatorio, confermò di aver visto il “Volto d’Avorio” nella casa dei due trafficanti tedeschi già noti, e che il reperto era stato venduto a due antiquari londinesi.

Uno dei due antiquari, di origine greca, era deceduto in Italia in circostanze misteriose. L’altro, residente tra Inghilterra e Svizzera, fu contattato tramite i suoi legali. Grazie a prove inoppugnabili fornite dai Carabinieri, si giunse a un accordo per la restituzione del reperto: nel 2003 il “Volto d’Avorio” e alcuni frammenti associati (una mano e un orecchio) rientrarono finalmente in Italia.

Il sistema di riciclaggio internazionale

Uno degli aspetti più insidiosi emersi durante l’indagine fu il sofisticato sistema di riciclaggio culturale messo in atto dai trafficanti. Per ostacolare il tracciamento, i reperti venivano falsamente attribuiti a collezioni private o a case d’asta compiacenti. La Svizzera era spesso indicata come paese di provenienza per aggirare i controlli sull’origine, mentre le triangolazioni commerciali con Inghilterra, Germania, USA, Giappone servivano a costruire una falsa “storia lecita” degli oggetti.

Per aumentare la parvenza di legalità, venivano consultati anche database come Art Loss Register o IFAR, pur sapendo che i beni trafugati da scavi clandestini non potevano figurare tra quelli ufficialmente denunciati.

I grandi processi: Medici, Hecht e True

Questo filone investigativo portò all’apertura di due procedimenti penali di grande risonanza:

  • G. M., condannato nel 2004 a 10 anni di reclusione e al sequestro di beni per oltre 10 milioni di euro, per traffico illecito di reperti.
  • Marion True, ex curatrice del Getty Museum, e Robert Hecht, noto antiquario statunitense, furono imputati per associazione a delinquere, ricettazione ed esportazione illecita. Anche se i procedimenti si conclusero per decorrenza dei termini, la portata degli atti giudiziari determinò uno scossone etico e culturale nel mondo dei musei internazionali.

Numerose testate statunitensi, tra cui il New York Times, il Los Angeles Times, il Boston Globe, dedicarono ampio spazio all’inchiesta, alimentando un rinnovato dibattito globale sull’origine lecita dei beni museali.

Il ritorno nei luoghi d’origine

A seguito del lavoro del Comando Carabinieri T.P.C , della Magistratura e del lavoro diplomatico italiano, musei come il Getty Museum, il Metropolitan Museum of Art, il Museum of Fine Arts di Boston, il Cleveland Museum e Princeton University Museum avviarono trattative con il Ministero della Cultura per evitare contenziosi legali. Vennero così restituiti all’Italia numerosi capolavori, tra cui:

  • Il Cratere di Euphronios
  • Il Trapezophoros di Ascoli Satriano
  • Il Vaso di Assteas
  • l’Arciere Sulcitano
  • La Venere di Morgantina
  • Gli argenti e gli acroliti di Morgantina e tanti altri capolavori dell’arte antica.

Questi reperti, ove possibile, sono stati ricollocati nei rispettivi contesti territoriali e museali di origine, restituendo identità e memoria alle comunità locali.

Le sfide globali e le buone pratiche

L’esperienza italiana ha evidenziato ostacoli ricorrenti nella protezione internazionale del patrimonio culturale:

  • Mancanza di unità specializzate di polizia in molti Stati
  • Scarso coordinamento tra forze dell’ordine e autorità giudiziarie
  • Utilizzo di nuove piattaforme di vendita per beni illeciti
  • Assenza di banche dati pubbliche dedicate ai beni culturali
  • Mancanza di normative sul riciclaggio applicabili ai beni artistici
  • Inadeguata adesione alle convenzioni UNESCO e UNIDROIT

Al contempo, si sono rivelate efficaci le seguenti strategie:

  • Cooperazione internazionale e scambio di dati tra le forze dell’ordine
  • Utilizzo di banche dati condivise (pubbliche e private)
  • Coinvolgimento delle istituzioni museali nelle attività di due diligence
  • Tracciamento delle rotte del traffico illecito e dei soggetti coinvolti
  • Studio comparato delle legislazioni nazionali in materia di patrimonio

Conclusione

Dietro ogni reperto restituito si cela una lunga battaglia investigativa e diplomatica. Ai giovani operatori del settore va il più sincero augurio: non abbassate mai la guardia. Le opere d’arte rappresentano la nostra storia condivisa. Difenderle significa difendere noi stessi, la nostra identità e la memoria dei popoli.


Fonti principali:

  • Atti del processo Giacomo Medici (Tribunale di Roma)
  • Procura della Repubblica di Roma, fascicolo “Volto d’Avorio”
  • “Chasing Aphrodite”, Jason Felch e Ralph Frammolino, Houghton Mifflin Harcourt, 2011
  • Rapporti ufficiali del Comando Carabinieri TPC
  • Ministero della Cultura – Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio

Assteas Ratto Europa lato A
Assteas Ratto Europa lato A
L'Arciere Sulcitano
L’Arciere Sulcitano
Trapezophoros di Ascoli Satriano
Trapezophoros di Ascoli Satriano

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