IL PENSIERO MEDITERRANEO

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‘Illuminismo giuridico a Napoli’ di Michele De Luca

iLLUMINISMO GIURIDICO NAPOLETANO

di Paolo Protopapa

Possiamo dire che con ‘Illuminismo giuridico a Napoli’ Michele De Luca (Hammerle Editori, Trieste, maggio 2026) ha fatto un gran bel lavoro. La sua ricerca, che riprende e amplia una sua passione giuridica giovanile accanto a Sergio Cotta, si rivela uno studio profondo dell’Illuminismo giuridico napoletano del Settecento e crea un prezioso presupposto critico di discussione nella modernità. L’autore, colto e versatile e, per decenni, presente nella più viva cultura nazionale, dal meridionalismo al giornalismo, dalla poesia alla filosofia, dall’Estetica alla fotografia artistica, recupera, nella prima parte del libro, il senso peculiare di una tradizione familiare prestigiosa e portante. Per poi aprirsi, con acutezza e competenza, al dibattito tra giuristi assai diversi, di sensibilità e di formazione variegata, nel fuoco di culture e di interessi di ardua mediazione e ri-composizione ideologica. Non era – a riflettere bene – per niente agevole nel Mezzogiorno borbonico, ancorché con punte colte e dinamiche di società, passare dall’orientamento generale del Giure ad un innesto pratico e, diremmo, tecnico e socialmente applicabile di un diritto storico con forti ascendenze di solenni radici storiche, ma di altrettante ridondanze erudite e inadeguate.

Ecco perché, tra numerosi nomi altisonanti di giuristi, protagonisti di grande fama ed influenza culturale, Melchiorre Delfico – negli ultimi anni collaboratore col marchese salentino Giuseppe Palmieri nel Consiglio Centrale delle Finanze – è una delle originali scoperte di De Luca. Una personalità non priva di asprezze e, talora, di unilateralità polemiche, che oggi viene qui, in questo bel volumetto, riproposto e criticamente recuperato al discorso pubblico del confronto civile.
Abbiamo a che fare – a partire dagli intrecci del notevole apparato di note sapientissime e feconde del libro – di un tecnico-scienziato (e di un autentico giurista per professione) che ci consegna una postura politica assai significativa. Vale a dire il rilievo di una torsione metodologica che (lumeggiata nella sagace interpretazione di De luca) incide sulla concezione tradizionalmente conservativa e consueta del diritto romano. Per me, animato dalla responsabilità filosofica del prefatore, lo confesso, è come se lo studio di De Luca, mi avesse svegliato dal diffuso mito romanistico e mi avesse consegnato un onere metodologico imprevedibile. Quello, appunto, di comprendere in quella particolare congiuntura epocale, grazie alla perspicacia di Delfico, la necessità di una più puntuale rivoluzione epistemologica nel diritto moderno, proprio a fronte di un diritto romano negativamente dominante.

Non si può, infatti – come accadde invece a troppi studiosi – ingenuamente lodare la tecnica raffinata del patrimonio giuridico antico, per poi prescindere dal primitivismo ‘diseguale’ che spesso quel diritto condizionò e ispirò. Capire, insomma, che una dottrina giuridica, ancorché tecnicamente eccellente, vada totalmente rimodellata sui valori di uguaglianza e di giustizia sociale inediti. Quindi significa considerare il diritto come una scienza pienamente sociale “storicamente determinata” (K. Marx) e, pertanto, intenderlo nella preziosa cornice della ‘anatomia della società’ sempre presente per chi la studia strutturalmente. E, per conseguenza, comporta di acquisire, dalla eredità illuminista, l’intero ribaltamento dei pilastri ideologici della vecchia società, sostituendoli con i paradigmi di una comunità altra, inedita e tendenzialmente liberata e liberale. Si tratta, pertanto, della fine dell’autoritarismo patriarcale (e del patriarcato autoritario del primato della forza) e dell’apertura di una sensibilità etica nei rapporti intersoggettivi e sociali sopraggiunti e imposti dall’urgenza di una civiltà egualitaria. Anche se, ovviamente, ciò potrà avvenire ben oltre un Settecento napoletano contraddittorio, anche se in utile simbiosi col diritto europeo, dal Beccaria ai francesi, alla aspirazione verso istituzioni universali consone. Resistono, purtroppo, molte e acute contraddizioni, specie nella società napoletana tradizionale studiata da De Luca.

Troppe davvero; e in un contesto geopolitico di difficile prospettiva, come egli non manca di sottolineare. E, tuttavia, come si sarebbe altrimenti (dopo la stagione illuminista) potuto inaugurare la democrazia del diritto e nel diritto? E, in tale postura culturale, con quali risorse, materiali e intellettuali, si sarebbe democratizzato il diritto stesso e giuridicizzata la democrazia politica borghese e popolare, mercantile e finanziaria? È questo lo sforzo su cui l’intelligenza di Michele De Luca, in pagine densissime, non smette di ragionare e di indagare, sia filosoficamente, sia storicamente, in un linguaggio chiaro e persuasivo.
Con quest’ultima fatica, teorica e letteraria, di Michele De Luca, il diritto in generale, ne siamo certi, ne potrà guadagnare e i valori partecipativi e solidali della democrazia aprirsi verso una società nuova e migliore, più vivibile, giusta e democratica di quella che stiamo soffrendo.


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