Immagini gregoriane a Nardò. Forma e stile

Di De Florio Pietro
Sulla storia di San Gregorio Armeno patrono di Nardò, sul terremoto del 1743 e, sulle vicende agiografiche, altri hanno già copiosamente scritto e, in queste pagine sarebbe superfluo ritornarci. Nel presente contributo si vuol solo esaminare alcune immagini del Santo (almeno quelle accessibili e fotografabili nelle chiese di Nardò, in collezioni private o in altri siti locali), valutandone principalmente gli aspetti formali e storico – artistici.
Il Sedile di città

La statua tardo secentesca campeggia sul fastigio del Sedile inserita tra gli altri due compatroni [1]. Il Vescovo Armeno indossa il piviale aperto davanti fissato al petto da un fermaglio, sul capo porta la mitra latina e con la mano sinistra impugna il bastone pastorale.
L’opera, in quanto percepita da lontano, si presta ad una visione piana e assiale, ma questa apparente staticità, viene risolta dal movimento del braccio alzato destro e dall’inclinazione del pastorale, mentre una certa naturalezza sembra nascere da un immaginario soffio di vento che muove la veste di cui un lembo si adagia sull’anca protesa in avanti.
Al modellato compatto del corpo fanno da complemento i contrassegni somatici del volto, cioè mento sollevato, naso gibboso e narici dilatate, bocca nervosamente semiaperta (forse anche sdentata), barba folta e graffiata, zigomi tirati e sguardo severo rimarcato dalle pupille incise, si genera così un effetto ottico di vicinanza emotiva. Con questa scultura ci si allontana dall’iconografia del barocco leccese dove eccedono figure estatiche, atteggiamenti pietistici o devozionali di santi e madonne o, ancora, di paffuti angeli – putti in un coacervo di sovrabbondanza decorativa. Questo San Gregorio ci appare essenziale, eseguito secondo ponderati criteri stabilità e movimento che, in qualche modo, si potrebbe definire classicheggiante.
La Predica del Santo alle genti

È una grande pala d’altare sita nel cappellone della cattedrale intitolato al Santo, fu realizzata, intorno al 1680 dal pittore Pietro Lucatelli o Locatelli (di origine lombarda, ma di formazione romana) su commissione del vescovo Oronzo Fortunato [2].
Si tratta di un’opera eclettica emiliano – neoveneta che richiama la maniera Del Cortona e del Mola. La donna con il bimbo in primo piano riprende in scorcio uno schema risalente al Reni, mentre il cangiante colorito della veste damascata del Santo, con tanto di soffice pallio svolazzante, ricorda certi preziosismi stilistici del Veronese.

Riguardo lo sfondo si riprendono le soluzioni paesaggistiche di Annibale Carracci, Domenichino e Guercino e le minute fronde arboree fungono da quinte scenografiche ricordando la pittura olandese di Paul Brill (operativo a Roma) [3].
Alla sapiente configurazione, corrisponde un’inconsueta iconografia: Gregorio al posto della mitra ha un’aureola e ostenta un crocifisso invece del solito bastone pastorale, il Santo si trova sul lato sinistro della scena vicino ad una colonna classica (citazione dalla Madonna di ca’Pesaro del Tiziano).
Emergenti dalla penombra le genti ascoltano la parola di Gregorio, tranne i due personaggi collocati a destra (uno con turbante che alluderebbe al mondo islamico, l’altro, pensoso, vestito all’occidentale rappresenterebbe verosimilmente le correnti protestati o scettiche europee del periodo). I due personaggi sono dubbiosi, tuttavia non possono fare a meno di ascoltare la predica, forse si accende in loro un primo barlume di conversione. Alla penombra dell’inquietudine si oppone in segno di verità e fede la chiarezza formale del Santo irradiata dalla pregiata luce dei paramenti.
Il dipinto è strutturato secondo piani di profondità (come si verifica spesso nelle opere barocche), dalle figure di impostazione accademica dense e impregnate di luce, poste quasi in proscenio (Gregorio, donna e bambino), si passa poi a quelle mediane in penombra e, infine, si arriva al paesaggio finale sullo sfondo. Il tutto si snoda attraverso sequenze di masse lumistico – formali, più intense in primo piano, diminuendo via via d’intensità verso il fondo, per ravvivarsi improvvisamente nel bagliore degli strati blu – azzurrino del cielo in lontananza, con uno scenografico movimento d’insieme tipico della rappresentazione barocca.
È un incontro tra natura, cioè il paesaggio sullo sfondo (allegoria e mito) e la storia, vale a dire ciò che nel dipinto si vede in primo piano: colonna classica (la Chiesa), il Santo, le genti, in altre parole gli effetti della rivelazione. Quindi natura e storia si incontrano, per significare che nulla resta escluso, tutto si concilia nel messaggio salvifico del campione della fede.
San Gregorio nel Castello
Il Santo impugna con la mano destra il pastorale a croce latina, veste la casula (per la liturgia latina) e pallio episcopale, sul capo indossa la globosa mitra ortodossa e, con il braccio sinistro, regge il vangelo e la stola.

San Gregorio campeggia monumentale e solitario, ha i piedi ben saldi a terra e occupa tutta l’altezza del dipinto, mentre il paesaggio alle spalle, comprese le colline non vanno oltre la metà dell’altezza dell’opera. Nella vaga veduta urbana neretina si potrebbe identificare l’antico campanile della cattedrale distrutto dal terremoto del 1753 [4]. L’espressione pensosa, il morbido chiaroscuro, l’orlatura merlettata della veste e il vaporoso drappeggio mosso da delicate creste di luce in basso, farebbero collocare l’opera tra ‘600 e ‘700.
Tuttavia per la datazione si potrebbe pensare alla scuola del D’Orlando, basti confrontare quest’opera con il Sant’Eligio del Carmine, insieme al San Giuseppe nell’omonima chiesa e il San Nicola Pellegrino ai Paolotti e ci sarebbe da fare un confronto con i santi raffigurati (di pittore ignoto, alla maniera del D’Orlando) nella chiesa di San Leucio Martire a Felline [5]. Pertanto il nostro San Gregorio potrebbe esser datato intorno alla prima metà del ’600.
Il Santo illuminatore (o un possibile san Martino di Tours) nella chiesa del Carmine e San Gregorio in cattedrale (Figg. 4, 5)
Tra il Seicento e Settecento, nella crociata antiprotestante e a salvaguardia delle gerarchie (ecclesiastiche e laiche), la Chiesa incoraggia e incrementa il culto dei santi, anche con altri di recente acquisizione. Essi hanno volti umani (quelli in cartapesta o legno sono a corpi o teste intercambiabili a seconda delle necessità agiografiche e liturgiche), ora rassicuranti, ora pietosi o compassionevoli e invocati, miracolosamente scongiurano (o mitigano) epidemie, siccità, catastrofi, terremoti ecc. travalicando a volte nel magico.
Immagini e sculture di questi protagonisti della fede sono presenti su qualunque piega barocca, esponenti di una religiosità quotidiana e confidenziale, essi scendono dagli altari per diventare persone vicine alla gente (nobili compresi), rinvigorendo il fervore devozionale. Fungono anche da cerniera politica di consenso, cioè far percepire alle masse ciò che sarà l’aristocrazia celeste di cui i santi sono l’espressione autentica, come nel modo lo sono il clero e i nobili.
Nelle due tele settecentesche (nel Carmine fig. 4 e nella sagrestia della cattedrale fig, 5)


si vede un San Gregorio grandioso, sollevato da terra tra corpose nubi insieme ad angeli e cherubini. Il Santo non fa miracoli, né subisce martirio, non è in adorazione mistica, come vuole in genere l’iconografia secentesca è l’unico terrestre a riempire l’intero spazio atmosferico, con lo sguardo austero ed estatico rivolto verso l’alto. L’opera del Carmine (come quella della cattedrale) si contraddistingue per lo sviluppo piramidale: in basso la globosità delle nuvole e l’ampio drappeggio plastico della veste del Vescovo Armeno, in alto la rarefazione del cielo intriso di calda luce che addolcisce e sfuma le figure dei cherubini. Al posto consueto del attributo della palma, compare un drappo rosso, probabilmente simbolo del sangue dei martiri.
Il braccio destro del Santo e, specialmente le ginocchia, si spingono in avanti quasi a lambire con il pastorale il piano limite del quadro, invece il busto arretra leggermente, riproponendo una specie di movimento manierista di derivazione michelangiolesca. Inoltre le pieghe della veste non assecondano pienamente la postura delle gambe, ma si danno in sé come masse plastiche autonome, efficaci per captare i giochi di luce.
Secondo la scheda dell’ICCD la datazione oscilla tra il 1701 e il 1749 (misura 2, 45 x 1,45) e viene attribuita a Francesco Solimena [6], ma probabilmente meglio dire alla sua scuola, in quanto un confronto con le opere dell’artista napoletano nel duomo di Napoli (S. Giovanni Damasceno e altri) [7], più affini alle opere di Nardò, mostrano però un disegno più inciso e contorni netti e luminosi, inoltre la matrice formale sarebbe riconducibile anche alla pittura intensamente plastico – chiaroscurata di Mattia Preti. Per la luce e il colore (per una più spiccata leggerezza di tocco) si potrebbe pensare all’influenza della scuola giordanesca pugliese [8].
Dello stesso periodo ed assimilabile a quella del Carmine è il San Gregorio nella sagrestia della cattedrale. L’opera presenta una maggiore scioltezza compositiva, in virtù della configurazione in diagonale (dall’angelo con il modello della città di Nardò, fino alla palma del martirio in alto) ed una certa stabilità in asse della configurazione (linea perpendicolare tra la testa di Gregorio en il ginocchio sinistro), nondimeno una maggiore intensità di luce sul lato destro del Santo crea un certo stacco figura – sfondo e ciò contribuisce ad offrire alla rappresentazione un più calibrata dinamicità.
Gregorio è posto tra le nubi, porta la consueta mitra ed è avvolto in un soffice manto cangiante e pallio crucifero intorno al collo. Più in basso, come già osservato, un angelo gli offre il patronato della città di Nardò [9], mentre rapito e a braccia aperte, in segno di accettazione devota guarda in alto.
Simulacro argenteo in cattedrale (Fig.6)
Il reliquiario fu realizzato dal celebre argentiere napoletano Nicola Alvino [10], su commissione del vescovo della Diocesi di Nardò Antonio Sanfelice, secondo quanto recita l’incisione sul libro esibito dal Santo: “A S. Gregorio Armeno della grande Armenia vescovo martire protettore dei neretini il vescovo Antonio Sanfelice secondo il voto (fece) l’anno del Signore 1717” [11].
Un manufatto degli inizi del ‘700 di produzione napoletana che rientra nel genere delle statue argentee a mezzo busto utilizzate per la custodia delle reliquie di martiri e santi patroni, da portare in processione o, semplicemente, da venerare in chiesa. In quest’opera, come perlopiù in altre dello stesso periodo si abbandona la minuta ornamentazione cesellata, preferendo, invece un modellato sbalzato, globalmente rigonfio, in linea con il perninismo delle sculture del Finelli e Bolgi [12].

La scultura (alta 80 cm. larga 66 e lunga 40) è custodita nell’armadio delle reliquie in cattedrale. San Gregorio indossa i paramenti vescovili e impartisce la benedizione con la mano sinistra, avendo al dito anulare un anello con smeraldo [13].
La luce avviluppa la lucida superficie argentea, seguendo un percorso autonomo rispetto la forma: guizzi, avvolgimenti e pieghe debordano oltre i contorni, mentre il pallio dorato (in cui è inserita la propria reliquia) e il vangelo si staccano dal busto creando un giuoco di gemmazioni volumetriche. Si potrebbe dire un’opera calibrata su un’impostazione configurativa ottico – pittorica, perché la lamina argentea modellandosi sulle discontinuità della superficie si offre alla ricchezza dei riflessi atmosferici (specialmente in processione), come se la scultura volesse sublimare la propria materia. Ma tale esuberanza, per così dire pittorica, viene rintuzzata dallo sguardo fermo di Gregorio e dall’assetto in asse del busto che blocca eventuali sviluppi in torsione della massa plastica. Insomma si evitando gli indizi di scorcio, le uniche linee oblique appartengono al libro e alla croce patriarcale. La figura, nonostante il crepitante barocco, rimane avvolta nella propria luce smaterializzante e irraggiante, in un’ aura si direbbe neoplatonica.
San Gregorio collez. privata (Fig. 7)
Oltre alle immagini “ufficiali” (come, per esempio il complesso dipinto del Solimena, presso l’episcopio), abbastanza diffuse sono le semplici raffigurazioni di San Gregorio prodotte secondo la sensibilità popolare. Si tratta di opere di piccolo formato (con il Santo generalmente in medio o primo piano) da custodire in casa e, talvolta, inserite in edicolette votive sopra la porte d’ingesso a protezione della casa (come quella in via S. Salvatore, ora rimossa), perlopiù databili intorno al 1750.

È un primo piano, quasi a voler riproporre il modello rinascimentale del ritratto idealizzato, quindi si evita la complessità dei piani di profondità alla settecentesca. Il Santo, ben disegnato, ha la barba folta e lunga, la capigliatura è fluente, gli zigomi sono marcati e il naso aquilino mette in risalto uno sguardo penetrante.
Dal punto di vista configurativo lo spazio viene definito con le distanze tra la mano destra benedicente, il busto in leggero 3/4 e il fondo. Il risalto plastico vien dato dalla massima intensità di luce che batte sul lato destro della figura a cui corrisponde una porzione di fondo più scura, al contrario sul lato opposto alla più alta luminosità dello sfondo, si oppone la parte della figura in ombra. Al gioco spaziale e volumetrico corrispondono coloristicamente una serie di contrasti tonali primari, tra il rosso (mitra e veste) e l’azzurro del pallio gemmato al centro, mentre i bianchi irradiano luce in accordo con la tinta calda dell’incarnato.
Si evita l’enfasi descrittiva barocca che rischiava una certa “emorragia dello spirito”, come direbbe Simmel [14] e perdita della propria padronanza interiore. Nulla di tutto ciò in questo San Gregorio, contrassegnato da un certo discreto decoro, stabilità spirituale e sobrietà di forma. Riguardo all’iconografia gli attributi ci sono tutti (vangelo, croce, palma del martirio ecc.) in particolare, però, l’anulare della mano destra benedicente, non si congiunge con pollice.
San Gregorio nella chiesa di Sant’Antonio (Fig. 8)
Si tratta di piccolo ovale (realizzato tra il 1750 e il 1799, dimensioni cm.85 x 115) [15], di fattura popolaresca che si rivela nella linea compendiaria, mezzetinte nette e scarse gradazioni intermedie.

San Gregorio occupa buona parte del dipinto, ergendosi a protezione della città (come spesso avviene nella pittura chiesastica sei – settecentesca) visibile su un lembo dello sfondo. Infatti i lunghi capelli, la regolarità geometrica della barba, lo sguardo austero e la postura di 3/4 offrono una percezione sacrale e, la contempo rasserenatrice.
Il rosso del piviale orlato d’oro e della mitra sembrano allontanarsi dal fondo verde – grigiastro e, in lontananza Nardò viene sinteticamente descritta da volumetrie essenziali. Singolare è l’episodio di quotidianità che si svolge oltre le mura: si vede un contadino, due figure anonime e una carrozza i quali, pur nei limiti tecnici rappresentativi, richiamano un certo coevo realismo di genere.
Abside della cattedrale (Fig. 9)
Nell’abside della cattedrale di Nardò affrescata da Cesare Maccari tra il 1896 e 1899, un ampio pannello rettangolare raffigura l’episodio del trasporto delle reliquie del Santo. Sotto il baldacchino retto da monaci incappucciati si trova la cassetta splendente delle reliquie dell’illuminatore. Il Vescovo in processione è preceduto dai chierici che accompagnano le sacre spoglie, tra ali di gente inginocchiata, mentre sullo sfondo si vedono le mura della città di Nardò.

La vivida scena, nel complesso, viene ripresa in controluce (si direbbe da taglio fotografico), il bagliore morbido diffuso proveniente dal fondo identifica e fissa le persone, esalta la plastica, impreziosendo i cangianti drappeggi e la matericità di tessuti e cose. Si aggiunge un luminismo speciale e diretto (una specie di centratura “spot”) che delinea, nella pastosità smaltata degli incarnati, autentici volti ed espressioni. Tutto viene nitidamente fissato dal terso e dettagliato realismo della linea conchiusa umanistico /quattrocentesca e dalla densità timbrica del colorito senese. Il Maccari racconta l’evento entro coordinate puriste (dalle suggestioni vetero nazarene dal Vert al Mainardi), con un certo e sereno distacco dalle rivoluzioni estetiche novecentesche.
Questo pittore, racconta l’artista Presicce, durante i lavori in cattedrale, era solito andare in un bar di Piazza Salandra, qui la gente si chiedeva chi fosse questo personaggio eccentrico, con capelli lunghi e camice. Ma un giorno il Maccari vide passare di lì qualcuno più strambo di lui, era un tale Nunnu Giuseppu e, attratto dalla lunga barba e capigliatura di costui lo invitò, dietro ricompensa, a posare in qualità di “Padreterno” nell’affresco in cattedrale [16]. Probabilmente altri posarono come modelli, tra i quali Salvatore Sanbiasi, il mastro muratore apprezzato dal Maccari e ritratto in uno dei frati che reggono il baldacchino processionale [17].
Edicoletta SS. Crocifisso e San Gregorio (Fig.10)
Le edicole rurali votive, come si sa, sono espressione di una spontanea e schietta religiosità popolare e, tra le tante sparse nel contado e la città di Nardò, rilevante è quella (cunetta) sita lungo la strada San Gregorio Armeno, fuori dall’abitato. All’interno spicca il dipinto del Santo armeno (si vedono cadute di colore e tratti di polverizzazione dei pigmenti) dove in basso si legge la firma dell’artista neretino Arturo Santo e l’anno 1952, come riporta un’altra iscrizione vicina.

Una grande aureola dorata e raggiata isola mette in risalto il volto di Gregorio, staccandolo dal fondo, indossa casula e pallio crucifero e una globosa mitra alla bizantina sul capo. Il vescovo con la mano destra benedice alla greca, vale a dire con l’anulare unito al pollice, per significare l’unione tra la natura divina e umana in Cristo [18], sotto il polso si nota una specie di lucerna, considerando l’epiteto attribuito a Gregorio di “illuminatore”. L’altro braccio regge i consueti attributi iconografici: vangelo, palma, croce patriarcale a doppia banda e all’indice della mano sinistra porta l’anello episcopale.
L’artefice forse si sarà ispirato alla pittura bizantineggiante delle cripte rupestri (considerata l’ubicazione in campagna), ciò si nota in una certa fissità del volto, tuttavia, l’autore attualizza e arricchisce espressivamente i tratti del Santo attraverso la folta capigliatura, barba morbida e l’intensità penetrante dello sguardo. Un’immagine semplice e immediata prodotta da macchie e pennellate sintetiche di colore che si ricompongono e sovrappongono, entro la linea di contorno. Ciò che conta è la sintesi immediata di un’immagine viva dallo sguardo ipnotico. È possibile che Arturo Santo avesse fatto posare qualche personaggio del posto, cosa abbastanza frequente, poiché il pittore amava girovagare per le campagne ritraendo con umana partecipazione donne intente nei lavori campestri, contadini ecc.
San Gregorio in via Bormida (Fig.11)
Presumibilmente risale alla prima metà del ‘900, il Santo è collocato in un’edicoletta sovrastante la porta d’ingresso di una casa in via Bormida (fuori le mura). L’opera appare molto deteriorata, pressoché illeggibile a causa delle ampie lacune, ma originariamente da quel che si vede ancora, era di buona fattura. La postura è quasi frontale con una lieve torsione, sono presenti i tradizionali attributi iconografici, abbigliamento liturgico e gestualità benedicente alla greca.

È un’immagine presente, benché sia sedimentata iconograficamente nel tempo, basta un tocco di luce, un impercettibile scarto di posizione, affinchè la forma diventi esistenza: gli angoli della bocca sono rivolti malinconicamente verso il basso (come di chi rinserra un certo contegno morale), al sollevamento delle ciglia corrisponde un parziale abbassamento delle palpebre, mentre il naso regolare e dritto asseconda la morbidezza della barba. Insomma vien fuori una figura superiore, immersa nel proprio pensiero, si supera la tradizionale ieraticità (ad eccezione del S. Gregorio di Arturo Santo) e, in questo frangente, la dignità del Vescovo Armeno si mostra attraverso l’evidenza psicologica e ritrattistica (probabilmente da modello dal vero).
Note
[1] Giovan Bernardino Tafuri, Dell’Origine, sito ed antichità della città di Nardò (1735), a cura di Massimo Perrone, Nardò 2016, libro I, cap. III, p. 49; Marina Falla Castelfranchi, I Monumenti a Nardò dal XIII al XVIII secolo, in Città e Monastero I Segni urbani di Nardò, a cura di Benedetto Vetere , Congedo Galatina, 1986, p. 252.
[2] Emilio Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, Congedo Galatina, 1982, pp. 55 -56.
[3] Marta Alvarez, La Wunderkammer, Lo Studio e i Segreti della Natura, in Storia dell’Arte, vol. X Electa,
Milano 2006, p. 142.
[4] Cfr. Fabrizio Suppressa, Nardò e i suoi campanili tra arte, storia e architettura, in La Scuola e l’Arte, scritti per Bartolomeo Lacerenza (1940 -2019), a cura di M. Gaballo, Congedo Galatina 2021, p. 217.
[5] Lucio Galante, Pittura in Terra d’Otranto, Congedo Galatina, C.R.S.E.C., LE/46 Casarano, 1993, figg. 38, p.40.
[6] Ministero della Cultura Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Scheda ICCD San Gregorio Armeno, 1993 -1999 a cura di E. Fiorentino, F. Barbone.
[7] http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/scheda/opera/65816/Solimena%2C%San%Giovanni%20Damasceno
http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/scheda/opera/67157/Solimena%2C%Assunzione%20della%20Madonna
[8] Gaetano Mongelli, Paolo De Matteis in Puglia, in Ricerche sul Sei – Settecento in Puglia , a cura di Maria Luisa Mortari, Schena Fasano, 1980, p.108.
[9] Benedetto Vetere, Salvatore Micali, Nardò, Congedo Galatina, 1979, p. 27.
[10] Marcello Gaballo, Il Busto di San Gregorio Armeno, tra i tesori in argento della diocesi di Nardò, “Fondazione Terra d’Otranto” del 11.02. 2020, cfr. anche Giovanni Baraccesi, Capolavori di oreficeria nella cattedrale di Nardò, Quaderni degli archivi diocesani di Nardò e Gallipoli – Nuova serie – Supplementi V, Congedo Galatina 2013 (fonte citata dal Gaballo).
[11] E. Mazzarella, La Sede vescovile di Nardò, Editrice Salentina Galatina, 1972, p. 239.
[12] Valerio Dal Gai, Napoli capitale vicereale, luci e ombre partenopee, in Storia dell’ Arte, Il Barocco, vol.X, Electa, Milano, 2006, pp. 736 -737.
[13] M. Gaballo, cit.,
[14] Georg Simmel, Il Significato estetico del volto (1901), in Stile moderno, a cura di Barbara Carnevali e Andrea Pinotti, traduz. Francesco Peri, Einaudi Torino, 2020, p. 133.
Georg Simmel, Il Significato estetico del volto (1901), in Stile moderno, a cura di Barbara Carnevali e Andrea Pinotti, traduz. Francesco Peri, Einaudi Torino, 2020, p. 133.
[15] Ministero della Cultura Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Scheda ICCD San Gregorio Armeno, 1993 a cura di F. Sirangelo, R. Lorusso.
[16] Egidio Presicce, Luci e ombre di un’epoca, Besa Nardò, 2019, p. 14.
[17] E. Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, cit. p. 99.
[18] Franco Dell’ Aquila, “Loquela Dignitorum” e Gestualità negli Affreschi Pugliesi, 2015 (online).