IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Intervista a Roberto Lai Presidente Associazione Nazionale Carabinieri – Tutela Patrimonio Culturale Luogotenente in congedo dell’Arma dei Carabinieri

Roberto Lai e la Triade Capitolina

Roberto Lai e la Triade Capitolina

di Davide Cau

Ci racconta come è nata la sua passione per la tutela del patrimonio culturale e cosa l’ha portata a intraprendere questa carriera?

La mia passione nasce da un amore profondo per la storia e per le tradizioni della mia terra. Entrare nell’Arma de Carabinieri mi ha permesso di unire questo interesse con la missione di proteggere la memoria collettiva, che si manifesta nei nostri beni culturali. Nel Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ho trovato la mia dimensione: indagare sui traffici illeciti e restituire opere trafugate significa ridare voce e dignità alla nostra storia.

Uno dei casi più affascinanti è stato il recupero del bronzetto trafugato proprio a Sant’Antioco. Può svelarci come si è svolta l’operazione e quali emozioni ha provato nel restituire alla comunità un pezzo così importante della sua storia?

Sì, il recupero del bronzetto nuragico trafugato a Sant’Antioco è stato senza dubbio uno dei momenti più intensi e significativi della mia carriera. Non si trattava soltanto di un’indagine, ma di un pezzo della mia vita, perché riportare a casa quel reperto significava restituire alla mia comunità una parte autentica della sua memoria. Ricordo bene quando riuscii a intercettare una polaroid compromettente nell’archivio di un noto trafficante con sede a Basilea. Quell’immagine fu la chiave che mi permise di seguire il filo giusto e, passo dopo passo, arrivare fino agli Stati Uniti, al Cleveland Museum, dove il bronzetto era finito dopo un percorso di ricettazioni e passaggi illeciti. Non fu semplice, ma la convinzione che non stavo cercando un oggetto qualsiasi, bensì un testimone millenario della civiltà nuragica, mi spinse ad andare avanti senza esitazioni. Quando finalmente ottenemmo il sequestro e il rientro in Italia, la mia emozione fu immensa: rivedere quel bronzetto ricollocato nella sua terra era come se una ferita si fosse rimarginata, come se i nostri antenati avessero potuto tornare a parlare con la loro voce autentica. Per me antiochense, fu un privilegio unico: in quel piccolo bronzetto c’era l’anima della mia comunità, restituirlo significò ricucire una ferita della nostra memoria.

Nella sua lunga esperienza, qual è stato l’oggetto o il reperto più sorprendente e carico di significato che ha avuto modo di recuperare o studiare?

Ho avuto l’onore di seguire molti casi importanti, ma se devo indicare il reperto che più di ogni altro mi ha colpito per valore storico e simbolico, non posso che citare il recupero della Triade Capitolina. Un complesso statuario di epoca romana, composto da Giove, Giunone e Minerva, che rappresenta un condensato della cultura e della religiosità antica. Fu un’indagine condotta con grande determinazione dalla Sezione Archeologia del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, e in particolare da me e dal collega Filippo Tomassi, con il quale ho condiviso quella che definirei un’autentica avventura investigativa. La ricerca ci portò a seguire le tracce di un traffico internazionale, fatto di passaggi oscuri, documenti falsificati e intermediari senza scrupoli. Ritrovare la Triade e poterla restituire al nostro Paese fu un momento di altissima emozione: significava ridare voce a un’opera che racconta la nostra storia, sottratta all’oblio del mercato clandestino. Ricordo ancora la sensazione di “ricomposizione” che provai: come se un tassello mancante della nostra identità culturale tornasse finalmente al suo posto. Quella operazione mi ha insegnato che il recupero di un’opera d’arte non è soltanto la fine di un’indagine investigativa, ma un atto di giustizia nei confronti della memoria collettiva. E la Triade Capitolina, con la sua imponenza e il suo significato, è diventata per me il simbolo più alto di questo percorso.

Ha condotto numerose indagini sul traffico illecito di reperti archeologici. Ce ne sono state alcune che hanno riguardato direttamente Sant’Antioco?

Desidero precisare che non sempre indagini e grandi recuperi si misurano in statue monumentali o capolavori da prima pagina. A volte è un frammento di pietra, una piccola iscrizione, a cambiare radicalmente la lettura della storia. È il caso dell’epigrafe di Axiocho, schiavo imperiale, definito servus regionarius, sottratta al traffico clandestino insieme a un corredo funerario della necropoli di Sulci e oggi custodita al Museo Archeologico F. Barreca (MAB) di Sant’Antioco. Grazie agli studi della prof.ssa Francesca Cenerini, quel nome inciso ci racconta di uno schiavo imperiale con funzioni amministrative in età claudio-neroniana: la prova che Sulci non era un avamposto marginale, ma un nodo strategico dell’economia romana, legato alle miniere e ai commerci marittimi.Un reperto minuto, ma decisivo. Se fosse finito sul mercato nero sarebbe diventato un oggetto muto; recuperato e restituito al suo contesto è diventato invece una voce viva della storia del Sulcis romano. Posso dire che operazioni come questa danno il senso  più profondo al nostro lavoro: non solo fermare il traffico illecito, ma ricomporre la storia, restituendo alla comunità e alla scienza un patrimonio che appartiene a tutti.

Quanto è fragile il patrimonio storico-archeologico di un territorio come Sant’Antioco?

È molto fragile. I pericoli maggiori arrivano certamente dagli scavi clandestini, ma anche dall’incuria e dalla mancanza di consapevolezza. Un bene archeologico non custodito e non conosciuto rischia di essere dimenticato, e l’oblio è una forma di perdita tanto quanto il furto.

Quali strumenti e buone pratiche ritiene fondamentali per educare i cittadini alla tutela dei beni culturali?

La chiave è l’educazione. Servono progetti nelle scuole, strumenti divulgativi semplici e accessibili – anche i fumetti che abbiamo realizzato vanno in questa direzione – e occasioni di incontro con i cittadini. Solo se le persone comprendono il valore dei beni culturali, li sentono come propri e si impegnano a difenderli.

Oggi è molto impegnato nella divulgazione del culto e della storia di S. Antioco Martire. Può raccontarci quali sono le iniziative e le attività che porta avanti?

Negli anni ho curato mostre, convegni e pubblicazioni per raccontare la figura di S. Antioco come martire, medico e migrante. Ho promosso progetti culturali come “Antioco, il Santo venuto dal mare” e “Antioco Santo Medico Migrante”, oltre a iniziative rivolte ai giovani. Per me è fondamentale far conoscere il legame tra il Santo e la nostra isola: è un patrimonio spirituale e storico che merita di essere tramandato.

Dal suo punto di vista di studioso e professionista, quanto è stata centrale l’isola di Sant’Antioco nella storia del Mediterraneo?

Sant’Antioco è stata una porta d’ingresso nel Mediterraneo occidentale: La civiltà nuragica, fenicia, poi punica e romana. È un crocevia di culture, un laboratorio storico che ci racconta la Sardegna come terra di scambi, incontri e contaminazioni.

Quali episodi o testimonianze storiche rendono questo luogo unico rispetto ad altri centri della Sardegna e non solo?

La civiltà nuragica, la fondazione fenicia di Sulky, la necropoli punica, i resti romani e la basilica paleocristiana: pochi luoghi possono vantare una stratificazione così ricca. A questo si aggiunge la presenza delle reliquie di S. Antioco, che hanno reso l’isola meta di pellegrinaggi senza tempo.

Secondo lei, che messaggio può trasmettere oggi Sant’Antioco – con la sua straordinaria stratificazione di storie e culture – alle nuove generazioni?

Un messaggio di identità e apertura. Identità, perché conoscere le proprie radici rafforza la consapevolezza di chi siamo; apertura, perché la storia di Sant’Antioco è una storia di incontri tra popoli e culture diverse, un valore di grande attualità.

Se dovesse scegliere un’immagine o un simbolo per raccontare Sant’Antioco in una sola frase, quale sarebbe?

Direi, il mare che accoglie: perché tutto è arrivato dal mare – popoli, commerci, culture, e perfino il nostro Santo patrono. Un mare che unisce, più che dividere.

Museo Barreca Sant’Antioco – Roberto Lai e l’Arciere
Epigrafe
Polaroid Arciere sequestrato a Basilea
Arciere

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