Intervista al poeta e drammaturgo Angelo Gaccione

Angelo Gaccione
A cura di Pierangela Micozzi
Micozzi: Cosa rappresenta per te drammaturgo, scrivere liriche poetiche?
Gaccione: “La poesia è stato il mio primo grande amore, un amore a cui sono rimasto fedele tutta la vita. La recente pubblicazione Una gioiosa fatica 1964 – 2022 a cura del critico letterario e docente Giuseppe Langella per la sua Collana Fendinebbia, ne è una prova tangibile. Quel libro contiene due poesie scritte all’età di tredici anni, un percorso lungo una intera vita. E anche il mio esordio letterario è avvenuto con la pubblicazione di un libro di poesia. L’itinerario poetico ha proceduto mai disgiunto dalle altre forme espressive ed artistiche che ho praticato: dalla narrativa al teatro, dalla saggistica alla fiaba, dall’aforisma al giornalismo militante, dalla critica letteraria a quella artistica, teatrale e così via. Rispetto alle altre forme espressive la poesia ha uno statuto tutto suo: alla sintesi estrema e alla brevità unisce una immediatezza che non possiede nemmeno la musica. Un poeta vede il genocidio e l’orrore e può fermarlo in pochi versi: fosse un semplice distico. Ma può valere per ogni situazione umana, per ogni pulsione interiore, per ogni sentimento. Come ho scritto nell’Incipit di quel libro, a me la poesia in genere viene a cercarmi; qualche volta sono io che mi metto sulle sue tracce perché non posso farne a meno, perché gli altri linguaggi non sono adatti alla bisogna. Allora ricorro alla forza della sua parola, alla sua pregnanza, al suo calore, e sento di non sbagliare.
Micozzi: Fascinoso il titolo conferito alla tua silloge “Poeti. Ventinove cavalieri ed una dama” edito dalla Di Felice Edizioni. Quali sono i “fils rouges” che si intrecciano e si dipanano dai meravigliosi versi di questa raccolta?
Gaccione: Come hai potuto vedere il titolo allude a ventinove poeti (i cavalieri) e a una sola poetessa (la dama). La dama è la poetessa Antonia Pozzi, i cavalieri sono alcuni dei nostri maggiori poeti del Novecento. Un omaggio a questi maestri e, attraverso loro, un omaggio alla poesia in generale. I titoli stessi dei testi prendono i nomi dei poeti che li hanno ispirati. Perché sono partito da un loro verso evidenziato in corsivo e poi ho proceduto con il mio di “strumento”, come scrive efficacemente Alessandra Paganardi nella sua rigorosa e illuminante introduzione. E forse vale la pena citarlo quel passo: “(…) i versi di Gaccione non sono mai “variazioni” del testo ispiratore… Ne sono piuttosto, un accompagnamento, suonato tuttavia interamente con lo strumento personale di Gaccione”. Di fili che si intrecciano e si dipanano ce ne sono tanti: tanti quanti sono le tematiche messe a fuoco, i miti di cui si nutrono il mio sentire e il mio pensiero, le passioni, le urgenze, gli interrogativi, le indignazioni.
Micozzi: Quanto pensi sia importante fare memoria mediante l’Ars scribendi?
Gaccione: Talmente importante che quasi tutto il mio lavoro ne è contaminato.
Micozzi: Ritieni che nelle scuole si possa e si debba intensificare la lettura e l’analisi del testo poetico scavando nei suoi meravigliosi universi?
Gaccione: Penso di sì, ma con molta moderazione. Sarebbe un errore spingersi in maniera maniacale ed ossessiva troppo a fondo. Molto spesso in fascino sta in quella zona d’ombra inesplorata, misteriosa, imponderabile… In quella sua bellezza che è già lì e le basta, non le serve altro.
Angelo Gaccione
Poeti. Ventinove cavalieri e una dama
Di Felice Edizioni 2025
Pagg. 56 € 10
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