IPAZIA D’ALESSANDRIA D’EGITTO, FILOSOFA MATEMATICA
Ipazia d'Alessandria
di Maurizio Nocera
In una riunione della redazione della rivista «L’Esopo» (1979-2012), in piazza Castello a Milano, il direttore dell’Aldus Club (Associazione Internazionale di Bibliofilia) Mario Scognamiglio (Napoli 1930 – Milano 2014) pose una domanda:
«Chi conosce la storia di Ipazia, la filosofa d’Alessandria d’Egitto?».
Scena muta, poi, a riunione chiusa, dissi a Mario che io conoscevo la vita di quella filosofa. Tornato a casa, scrissi quello che sapevo di Ipazia, glielo inviai con la speranza che l’articolo venisse pubblicato, però così non fu, perché la pubblicazione della rivista finì poco dopo.
Sappiamo che Ipazia d’Alessandria d’Egitto fu la più insigne filosofa dell’età classica, il cui ricordo è giunto fino a noi. Ella è conosciuta come filosofa matematica e ricercatrice delle ragioni della “diversalità” (parola, quest’ultima, non ancora ben definita all’interno del variegato mondo delle parole e delle loro etimologie; comunemente, alla parola “diversalità”, sin da tempi antichi, si è voluto contrapporre la parola “universalità”, l’UNO immanente. Al contrario con la parola “diversalità” si vuole intendere il mondo degli opposti speculari contrapposti (Eraclito): bene/male, alto/basso, brutto/bello, ecc.
Era il 2010, quando andai a vedere il film Agora (regia di Alejandro Amenábar, Spagna 2009) che, con la storia della vita di Ipazia d’Alessandria d’Egitto, mostrava iconicamente l’Inizio della Grande Fine e l’Inizio dell’Inizio della Luce. Il film narra la storia della filosofa più insigne dell’età classica, vissuta intorno al 370-415 d. C. Le sue convinzioni affondavano nel neoplatonismo e nel pitagorismo ma anche nella speculazione dei grandi matematici precedenti la sua epoca. Suo padre, Teone (335 ca. – 405 ca.) d’Alessandria d’Egitto, città fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a. C., era un grande matematico, ma era anche filosofo ed astronomo. Curò la prima edizione greca de Gli elementi (fondamento della matematica e della geometria) scritti da Euclide (IV secolo a. C. – III secolo a. C.) e alcune altre opere di Claudio Tolomeo (Pelusio, 100 d. C. – Alessandria d’Egitto, 168 ca.), in particolare il commento all’Almagesto (trattato astronomico-matematico scritto intorno al 150 d. C.) così pure le Tavole manuali (Cosmografia tolemaica).
Non si dubita sul fatto che Teone fu, per non pochi anni, responsabile della seconda biblioteca d’Alessandria, dalla quale dipendevano altri istituti culturali della città, mentre sua figlia Ipazia ancora oggi è ricordata come colei che avviò la ricerca sulla speculazione dei luoghi verso i quali si sarebbe dovuta indirizzare l’anima (il cosiddetto spirito vitale) dopo la morte. Nella sua Scuola-biblioteca, ubicata nel Museo annesso (il Serapeo, tempio del dio Serapide) il suo insegnamento fu di tipo interdisciplinare, con il coinvolgimento di discipline come l’astronomia, la matematica, la geometria, la filosofia, la poesia, l’estetica, la musica, tutte supportate dalla ragione e da un radicato convincimento scientifico. Il suo metodo si basava sulla maieutica socratica e non si sdegnò di insegnare (lo fece per 20 anni) nell’agorà alessandrina come aveva fatto Socrate quasi mille anni prima di lei nell’agorà ateniese.
Luciano Canfora (Bari, 1942), nel suo libro La biblioteca scomparsa descrive questo Museo (il Serapeo), distrutto più volte, infine anche dall’imperatore romano Diogleziano, scrive:
«Il Museo, che nella prima età imperiale aveva avuto momenti di rinnovato splendore, ed ancora di recente era stato riportato a lustro dall’opera insigne dal matematico Diofanto, dovette subire danni enormi. Nell’attacco ai templi pagani dell’anno 391 fu distrutto il Serapeo. L’ultimo esponente noto del Museo era stato Teone, il padre di Ipazia, la studiosa di coniche e musicologa massacrata nel 415 dai cristiani, persuasi, nella loro ignoranza, che fosse un’eretica» (v. Canfora, Op. cit., Sellerio, 2009, pp. 107-108).
La filosofa alessandrina conosceva bene il mondo classico pagano e sicuramente viaggiò attraversando l’antica Grecia. Si sa che fu ad Atene, dove conobbe gli ultimi filosofi della “Scuola di Atene”. La sua filosofia partiva dall’impianto del pensiero platonico e per questo fu definita neoplatonica. La sua ricerca contemplò sia l’ideale platonico, finalizzato a un più felice divenire dell’umanità, sia la concezione aristotelica del fare. Il suo pensiero si nutrì di non poche influenze dei filosofi matematici e atomisti. Uno dei suoi punti di riferimento filosofici fu Aristarco (Samotracia, 216 a. C. – Cipro, 144 a. C.), il quale aveva appreso l’astronomia da Stratone di Lampsaco e fu il primo ad affermare la concezione eliocentrica del sistema solare. Da questa concezione Ipazia partì per arrivare a stabilire che le orbite del movimento degli astri nel cielo erano di moto rotatorio, nella fattispecie di tipo ellittico. L’ellissi cosmica è infatti una sua importante scoperta. La grande astrofisica italiana Margherita Hack ha scritto:
«Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatta grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio comincia quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tenta di soffocare la ragione» (v. M. Hack, Prefazione al libro Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo, La lepre edizioni, Roma 2010, p. 10).
Il periodo in cui visse la filosofa è conosciuto come quello della transizione dal mondo classico pagano a quello cristiano. Come tutti i periodi di transizione, il passaggio da un’epoca ad un’altra non avviene mai in modo indolore. E, a quel tempo, dopo gli editti di Costantino (313 d. C.) prima, poi di Teodosio (380 d. C.), che legittimarono il cristianesimo come religione di Stato, i tempi furono molto dolorosi. Se, al tempo del disfacimento del primo impero romano, i cristiani furono perseguitati, arrestati, torturati, massacrati e rinchiusi in dei recinti tenuti a bada da guardie armate [le riserve “indiane” d’America e i lager nazisti non sono un’invenzione del ‘900, ma di secoli e di millenni addietro], dopo l’instaurazione della dominazione cristiana sul mondo pagano, accadde il contrario: totale disumanità nei confronti di chi era stato pagano o di chi andava esprimendo o professando altri culti.
Fra le molte vittime non cristiane, che subirono il martirio, ci fu appunto Ipazia, fatta lapidare dal vescovo Cirillo, un despota crudele assetato di potere. Alcune antiche fonti e lo storico greco Socrate Scolastico (Costantinopoli, 380/390 d. C. – 439/450 d. C.), avvocato alla corte di Costantinopoli, dicono che Ipazia era così aperta nel suo magistero da permettere ai suoi allievi di professare qualsiasi religione di riferimento, quindi anche quella cristiana.
La biografa Silvia Ronchey (Roma, 1958), nel suo libro Ipazia. La vera storia (2010, RCS libri), scrive:
«C’era una donna quindici secoli fa ad Alessandria d’Egitto, il cui nome era Ipazia. Quel nome, nella lingua greca, usata al tempo laggiù, evocava un’idea di “eminenza”, “acutezza”, “suprema altezza”. […] Nessuno poteva immaginare che il destino, o il caso, che è re del mondo, avrebbero fatto di Ipazia una martire del pensiero. Che quella discendente di pacati professori della civile Alessandria avrebbe avuto una morte violenta. Che sarebbe stata vittima di un assassinio atroce, tra i più deplorati nella storia della cultura».
Nelle prime pagine del suo libro, la Ronchey riprende anche un giudizio di Denis Diderot, il quale, nell’Encyclopéie, scrive:
«‘A nessuno la natura aveva mai concesso un’anima più elevata o un genio più felice di quelli della figlia di Teone [Ipazia]. L‘educazione ne fece un prodigio’, perché ‘convogliò i principi fondamentali delle altre scienze’ apprese dal padre ‘nella conversazione’ e nelle scienze dei celebri philosophes che fiorivano allora ad Alessandria”».
Ronchey riporta infine un giudizio su Ipazia molto negativo di Giovanni di Niliu, che ha scritto:
«apparve ad Alessandria una donna filosofo, una pagana di nome Ipazia, che dedicava tutto il suo tempo alla magia, agli astrolabi e agli strumenti musicali, e abbindolava molte persone con i suoi inganni satanici. E il governatore della città la onorava esageratamente, perché lei aveva sedotto anche lui con la sua magia. E così lui aveva smesso di andare in chiesa, com’era in precedenza sua abitudine. E non solo, ma aveva portato dalla parte di lei molti credenti. E lui stesso riceveva i miscredenti nella sua dimora».
Invece, Stelio W. Venceslai scrive:
«Ipazia può anche essere considerata una gnostica che cercò di difendere la rinascita del Platonismo contro il Cristianesimo. D’altro canto, i Neoplatonici, che si diffusero dal III al V secolo, volevano la fusione di tutte le chiese in un unico organismo a sfondo più filosofico e intellettuale che teologico o ecclesiale. La sensazione che, in tal modo, il neoplatonismo potesse essere considerato un’alternativa al Cristianesimo, irritava i Cristiani, che vedevano un nemico mortale alla diffusione della loro fede nella Scuola alessandrina. Seguace di un sistema eclettico di filosofia, fondato sullo spiritualismo pagano, Ipazia, pagana nello spirito e nell’intelletto, non si fece attrarre dalla nascente filosofia cristiana, considerata pari o inferiore a quella orfica o eleusina, e non comprendeva la necessità di abbracciare una religione, nuova più di forme che d’idee per i conoscitori dell’antica gnosi. […] Indubbiamente Ipazia aveva un grande carisma […] Oltre a una sterminata cultura doveva possedere una grande capacità di eloquio e un’altrettanta elevata coscienza di sé e dei valori che interpretava e che rappresentava» (v. S. W. Venceslai, Storia d’Ipazia e dell’intolleranza religiosa, Gruppo Editoriale Bonanno, Acireale – Roma, 2016, pp. 97 e 103).
Come fu uccisa la filosofa? La Ronchey scrive:
«Un giorno si legge in Suida [probabile autore di un Lessico dell’anno 1000 d. C.] “accadde al vescovo dell’opposta setta Cirillo, mentre passava davanti alla casa di Ipazia, di vedere una gran ressa di fronte alle sue porte, un insieme di uomini e di cavalli, […] Avendo domandato che cosa mai fosse quella folla, e il perché di un tale andirivieni intorno a quella casa, si sentì dire che era il giorno in cui Ipazia riceveva, che la casa era la sua. Saputo ciò, Cirillo si sentì mordere l’anima: fu per questo motivo che organizzò ben presto l’assassinio di lei, il più empio di tutti gli assassini”. Siamo […] nel 415 dopo Cristo. Narra Socrate Scolastico che quando l’aggressione ha luogo la rabbia dei monaci è accresciuta, ironia della sorte, “dal tempo di digiuno”. Siamo, in questa sanguinosa primavera alessandrina, del “tempo forte” della quaresima cristiana./ Monaci e parabolani si riuniscono sotto il comando di Pietro il Lettore, anche lui un chierico, come il nome rivela, e insieme concepiscono, scrive Socrate Scolastico, “un piano segreto”. Narra Suida, con Damascio, che “una moltitudine di uomini imbestialiti piombò improvvisamente addosso a Ipazia un giorno che come suo solito tornava a casa da una delle sue pubbliche apparizioni”. La figlia di Teone è tirata giù dalla carrozza e trascinata, riferisce Socrate [Scolastico], alla chiesa che prende il nome dal Cesare imperatore” e cioè nel Cesareo, da poco trasformato in chiesa cristiana. Qui, “incuranti della vendetta e dei numi e degli umani questi veri sciagurati massacrarono la filosofa”, denuncia il pagano Damascio, aggiungendo: “e mentre ancora respirava un po’ le cavarono gli occhi”. E il cristiano Socrate [Scolastico] “la spogliarono delle vesti, la massacrarono usando cocci aguzzi (ostraka), la fecero a brandelli. E trasportati quei resti al cosiddetto Cinaron, li diedero alle fiamme”. […] Secondo Esichio, citato da Suida: “Fu fatta a brandelli dai [cristiani] alessandrini, e i pezzi del suo corpo brutalizzato vennero sparsi per tutta la città, e questo lei patì per invidia (phthonos) della sua straordinaria saggezza, ma soprattutto per ostilità contro la sua sapienza astronomica”. Il pagano Damascio definisce il linciaggio “una macchia enorme, un abominio per la loro città”. Ma anche per il cristiano Socrate [Scolastico] fu “una non piccola infamia questa compiuta da Cirillo e dalla chiesa di Alessandria. Poiché assassini e guerriglie e cose simili sono qualcosa di totalmente estraneo allo spirito di Cristo”» (v. O. cit., pp. 58-60r).
Per questo efferato omicidio nessuno venne punito. Nessuno pagò mai. La mostruosa fine di Ipazia è un dolore che domina ancora oggi ogni persona di buona volontà, credenti e non credenti. Uccidendo lei, in un certo senso, fu uccisa una parte della filosofia al femminile.
Scritto ciò, poteva per me una donna come Ipazia d’Alessandria d’Egitto, filosofa matematica, astronoma, musicologa, figlia di Teone il Matematico, non essere una amante della cultura e dei libri?
Alcuni storici la indicano come la curatrice di alcune prime edizioni degli stessi Tolomeo, e poi di Euclide, Archimede, Diofanto, Platone, Aristotele, Aristarco, Plutarco, altri ancora. Studi di archeologia del libro dicono che Ipazia fu l’autrice di tre volumi certi, i cui titoli sono: Commentario alla Aritmetica di Diofanto; Commentario al Canone astronomico; Commentario alle sezioni coniche d’Apollonio Pergeo, scoperti nella Vaticana nel 1400. Purtroppo questi sono solo dei titoli perché il loro contenuto non è stato finora rintracciato. Altre sue opere andate perdute sono: alcuni libri di matematica e di astronomia, di filosofia, un’edizione commentata de Le coniche, con un’analisi matematica delle sezioni del cono; un’edizione commentata degli Aritmetica, di Diofanto di Alessandria, noto come il padre dell’Algebra; probabilmente anche una tavola astronomica, in un certo senso una rivisitazione di quella che suo padre Teone aveva inserito nel suo studio sull’Almagesto. Occorre risalire anche a lei per quanto riguarda le invenzioni dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio.
Nel dipinto La Scuola di Atene, di Raffaello Sanzio, ubicato nella Stanza della Segnatura in Vaticano, l’unica donna (Ipazia) dipinta, di spalle, si trova proprio davanti all’autoritratto dello stesso Raffaello, all’estrema destra del dipinto. Si capisce che è una donna dai capelli raccolti e dal diadema su di essi. La filosofa regge un globo terracqueo. Altri hanno detto che quella figura rappresenta Teone (suo padre), ma sia dall’abbigliamento sia dai capelli tutto lascia pensare che si tratti di una donna. Appunto Ipazia, l’unica donna filosofa presente in tutto l’affresco. Il giorno che la uccisero Ipazia si stava recando alla sua casa-biblioteca, dove aveva vissuto felice tra rotoli di papiro e pergamene di ogni epoca. Aveva forse solo 45 anni.
IPAZIA, O DELLA FILOSOFIA!
È l’Inizio!
Forse.
È l’Inizio?
Forse.
È l’Inizio dell’Inizio?
Forse.
È l’Inizio dell’Inizio della Fine?
Forse.
È l’Inizio della Fine?
Forse.
È l’Inizio della Grande Fine?
Forse.
È l’Inizio della Grande Fine per l’Inizio dell’Inizio?
Forse.
Inizio!
Certo.
Ipazia non è morta!
Certo.
È l’Inizio della Fine del Supplizio!
Certo.
È l’Inizio della Fine della Morte!
Certo.
Ipazia respira ancora in quella parte del nostro povero cuore al femminile!
Certo.
La pietra che ha schizzato il cervello dal cranio di Ipazia è solo una piuma dell’Angelo confuso tra i ramarri di Badisco!
Ne siamo tutti convinti.
Ne è convinto anche l’uomo dei curli (Antonio L. Verri), che continua a giocare a fare il matto sui cornicioni del santuario di Athena a Santa Maria della Leuca sacra.
Ipazia è nuda tra i Parabolani della Morte!
Trema.
Trema come il nostro povero cuore al femminile!
Trema.
È nuda.
Cogliamo il profumo della sua pelle straziata dalla rugosità delle pietre.
Ipazia ci inonda di profumo di rose e mimose.
È l’Inizio della Fine?
Sì.
È l’Inizio della Fine delle Tenebre?
Sì.
È l’Inizio dell’Inizio della Luce?
Sì.
Tremolano i capelli di Ipazia al passo armato degli uomini inflessibili.
I Parabolani terrorizzano.
Terrore globale.
Fondamentalismo!
È l’Inizio della Fine della Storia?
Forse.
È l’Inizio dell’Inizio della Grande Fine!
Certo.
Ipazia guarda desolata i solchi del selciato della città egizia.
La sua città:
Alessandria.
Il suo corpo è tenero e splendente come foglia nella tormenta.
Il tormento del nostro povero cuore al femminile
Piange Ipazia.
Non per il suo dolore, ma
per la doglianza dell’umanità.
È solo una donna!
Nuda.
Piange!
È colpita.
Ferita.
Smarrita.
Piange!
Una pietra le colpisce un occhio.
Sono lacrime di miele amaro.
Anche il marmo della divinità Serapide piange l’antico verde-rame.
Ipazia piange, perché sulla carne straziata del suo corpo sente l’ora dell’Inizio della Grande Fine!
Non per la sua povera fine di donna.
Ipazia.
Ah! Povera mia Ipazia.
Piangi per l’Inizio della Fine della mano che ti uccide!
Piangi per l’Inizio della Grande Fine del Verbo.
Sì, è l’Inizio dell’Incanto della Parola.
Ipazia sente che la Parola sostituirà il Verbo.
È l’Inizio della Parola di Ipazia che effonde l’Inizio della Luce.
Certo tutti lo sanno.
Una pietra colpisce l’ampio Ventre di Ipazia.
È l’Utero dell’Inizio del Creato.
Ipazia non piange più.
I suoi occhi sono miele e camomilla per l’Umanità.
La sua doglianza è forza.
Il corpo straziato eppure bello si attorciglia sul selciato.
Gli occhi della Filosofa si riempiono di gratitudine.
Ipazia non piange più.
Vede la sua Ellisse Matematica invadere la Sabbia della Vita.
È l’Utero Creatore.
È la Luce della Ragione.
È l’Armonia dei Sensi.
Il corpo di Ipazia:
è Nudo,
straziato.
Eppure:
è bello,
splendente,
accogliente.
Una pietra colpisce una Mammella di Ipazia.
Il sangue scorre.
Sporca i marmi del Serapeo.
I Parabolani gridano vittoria.
I loro indici e medi in alto nel segno della V.
Atrocizzano.
Ancora calci e pugni.
E pietre più pesanti, più devastanti.
Ipazia addolora.
Ipazia torna a piangere.
Non per lei.
Per la spietata violenza.
Il travaglio del corpo non l’offende più.
Ipazia piange per la doglianza dell’Umanità.
È impotente.
Disarmata.
Indifesa.
Sputata.
Lapidata.
Il suo Martirio ora è sacro.
Il suo corpo emana Luce splendente.
Gli occhi dei Parabolani avvertono il
Grande Caos nella Morte di Ipazia.
È l’Inizio della Grande Fine.
È l’Inizio dell’Inizio della Luce.
Ipazia è la Filosofia!
Ipazia è la Matematica!
Ipazia è la Logica!
Ipazia è l’Ellisse!
Ipazia è la Sintesi!
Ipazia è la Vita!
Ipazia è il nostro povero cuore al femminile!
Era il 3 maggio 2010, una sera non come tante, a Lecce, nel rione di San Lazzaro, in un Cinema (“Santa Lucia”), si proiettava il film Agora, che mostrava l’Inizio della Grande Fine e l’Inizio dell’Inizio della Luce. Tre persone vedevano il film: l’artista Francesco Pasca, alquanto turbato; l’editore Lorenzo Capone, che diceva: «È una bella botta!»; ed io che lacrimavo, pensando che oggi la Chiesa di Roma, se volesse sanare le ferite del suo stesso corpo violentato da violenze, crimini e misfatti, dovrebbe avviare un serio periodo di riflessione su quegli eventi e fare come ha fatto con Galilei, rivedere cioè quei tempi, quei processi e riconsiderare il grande apporto dato all’umanità anche dalla filosofa Ipazia.