IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Jina Khayyer, Nel cuore del gatto, Iperborea 2026, pag.304, traduzione di Silvia Albesano

Jina Khayyer, Nel cuore del gatto

di Marisa Cecchetti

“L’Iran è un gatto” si legge in Jina Khayyer, scrittrice di origini iraniane ma nata e cresciuta in Europa, che ne disegna il contorno felino ed elenca tutti gli stati confinanti. Proprio Nel cuore del gatto ci porta la voce narrante di questa storia, turbata dall’assassinio di Jina Mahsa Amini da parte della polizia morale nel 2022, una ventitreenne curda in visita a Teheran, che non aveva indossato bene l’hijab, il velo obbligatorio.

Preoccupata per la sorte della sorella e della nipote che vivono a Teheran, nonché di quella di quattro anziane zie paterne, Jina – lo stesso nome della ragazza curda, che significa colei che dà la vita – segue la rivolta delle donne iraniane che sfidano la violenza della polizia morale, sfilando per le strade a capo scoperto al grido di Zan, Zendegi, azadi – donna, vita, libertà – e rischiando di cadere nelle mani dei basij, picchiatori comprati per agire contro i dimostranti. Finire nel carcere di Evinè una discesa all’inferno: Qui non c’è Dio, è scritto sopra il portone, sul lato dove lo leggono i detenuti. Per le donne ci sono la violenza, lo stupro, l’umiliazione, più sono giovani maggiore è la brutalità, perché, se escono vive, non osino mai più scendere in strada a protestare e lo proibiscano ai loro figli. Gli ospedali sono perquisiti in cerca di feriti, e “se li trovano li fanno fuori sul posto o li arrestano per scoraggiare altri feriti a farsi curare”.

Intanto Jina ricorda un viaggio in Iran nel 2000, quando aveva incontrato le zie mai conosciute prima, la sorella Roya e il marito, la nipotina Nika di pochi mesi.

Nascosta anche lei da velo e lungo soprabito, in taxi a fianco della sorella, scopre subito il rigido codice comportamentale, perché dappertutto ci sono occhi che spiano, anche guardiani della morale in abiti civili pronti a intervenire se la donna non ha rispettato il codice, secondo loro. Comunque, in caso di improvvise irruzioni in casa per ispezioni, importante è mostrarsi sereni. Una sola parola sbagliata e scompari.

In un paese che è la culla della poesia, dove il linguaggio stesso della comunicazione è carico di leggerezza, non si trovano libri di qualità perché sono tutti censurati tranne i poeti antichi come Hafez, Sadi, Rumi: “la maggior parte dei mullah non ha nemmeno finito le elementari, cancellano la nostra storia, ne inventano una nuova”. Nei libri tutto quello che non va bene agli ayatollah viene annerito o riscritto. Si proibisce la danza e il corpo femminile si nega. L’omosessuale è condannato a morte. Non possono parlare tra loro un ragazzo e una ragazza, tantomeno tenersi per mano, una rigidità imposta perché apra la strada all’isteria “che diventa fervore bellico e adorazione del capo”.

Ma se alti muri di pietra nascondono le case, Roya ha creato un muro di milioni di rose; se i libri e il vino sono proibiti, vengono in aiuto l’ingegno e l’intelligenza. Le donne sanno scoprire i loro spazi di intimità, di libertà, e di questa spargono i semi. La bellezza non muore.

Imam, la guida di Jina e Roya per il viaggio nel cuore dell’Iran, come segno di ribellione si è rasata i capelli. Camuffata da ragazzo riesce a lavorare e sfuggire ai controlli: no hair, no care. Lei accompagna le sorelle a scoprire il fascino delle antiche città persiane – Isfahan, ai margini del Grande deserto salato; Shiraz, paese delle rose, degli usignoli dei cipressi e del vino, terra della poesia, con il suo splendido giardino di Hafez;Persepoli con la bellezza sconvolgente delle rovine; Yazd con l’intero centro di argilla di novemila anni d’età; Kavir nel cuore del deserto, quello che “al chiarore lunare si colora d’oro, senza luna diventa argento, i cristalli di sale in quel caso riflettono le stelle, la terra diventa lo specchio dell’universo”. Di notte la volta celeste è così fitta di stelle e così bassa che sembra di poterle afferrare, le stelle.

La terra degli avi emerge in tutta la sua bellezza, carica di storia, di arte, di meraviglia, tutto ciò che alimenta una struggente nostalgia delle proprie radici. Questa è la terra dove la gestualità e la parola sono gentili, dove esistono centinaia di modi per dire grazie: “Se qualcuno fa qualcosa per te usando le mani, diciamo: Che le mani non ti facciano male; se qualcuno si complimenta per il tuo aspetto, diciamo: Chesmet roshane, I tuoi occhi sono luminosi”. La poesia è un fatto esistenziale, spiega la guida alle sorelle, permea la lingua le cui espressioni sono ispirate ai poeti, “ogni formula esprime un sentimento forte attraverso un’immagine”. Allo stesso tempo è piena di brutalità, infatti per far tacere qualcuno si dice khafeh sho, soffoca!

Là dove la brutalità del regime dilaga, possono pure frustare, manganellare, incarcerare, violentare, stuprare, ma la forza delle donne non verrà mai meno. Possono uccidere tutti quelli che ricordano cos’è la libertà, ma la libertà non morirà. Lo sostiene Nika, ormai grande, che durante le dimostrazioni per l’assassinio di Jina Mahsa Amini si espone personalmente al rischio. “L’ingiustizia incombe ad ali spiegate su tutto il paese come un mostruoso uccello rapace,” ha scritto Hafez nel XIV secolo. Resta ancora da trovare l’arco e la freccia che riescano ad abbattere il mostro.


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