IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

L’ etica democratica e i valori dell’antifascismo

Democrazia

di Paolo Protopapa


Sotto il soffio dello scirocco e dentro il grigio perlaceo novembrino, altro grigio cementificato si aggiunge ad cielo rabbuiato che appare come un enorme, pubblicitario catino. Qui, in una impersonale periferia leccese che più non-luogo di così non può essere (M. Augé), mi sono apparsi in mente i mostri mediatici del “Chi non salta, comunista è” dei tristi coreuti elettorali adunati a Napoli. Può ben darsi che due squallori, quello spaziale affogato in questo grigiore, e quello morale, imputridito nello splendore partenopeo, mi ispirino lo stesso sentimento, la rabbia e l’idea. Vale a dire lo sdegno per l’offesa, gratuita e vile, contro i maggiori protagonisti del nostro riscatto nazionale, i comunisti; ma soprattutto l’idea, pulita e speciale, di gratitudine e di rispetto per quanti salvarono la patria – come predisse Gramsci – dai criminali fascisti che ‘l’avevano mandata in rovina”.

Perché, ci chiediamo, i discendenti diretti e gli affiliati ideologici degli affossatori di una giovane nazione – certo non ancora pienamente liberale, ma pur sempre di dignitosa tradizione legale – saltano come zimbelli a ludibrio dei comunisti? Per giunta in una grande, storica, generosa e popolare capitale del Sud? Parliamo di una Napoli antifascista, che con le sue eroiche giornate si affrancò ottant’anni fa dai miasmi del regime insolente e traditore, e che ora assiste allo spettacolo di gente smemorata, senza né misura né pudore. Niente di più di una piccola folla, scompostamente chiassosa, apparentemente in un normale esercizio democratico preelettorale, ma che irride, senza ombra di coscienza e di onore, verso i costruttori di questa nostra ancora viva e vivente Costituzione antifascista e solidale. Siamo purtroppo giunti, dopo tre anni di governo di destra (togliamo il velo pietoso del ‘centro’ appiccicato come foglia di fico) all’oscenità di un vero e proprio vilipendio della memoria storica. I comunisti, sviliti dalla gazzarra destrorsa dei governanti esagitati, non sono i cinesi e neppure i nordcoreani, entrambi esoterici e strani. No. Sono, invece, quei comunisti italiani del glorioso PCI gramsciano e togliattiano, figli dei partigiani liberatori e eredi orgogliosi di un’Italia per vent’anni mortificata da una truce dittatura, oggi pericolosamente in via di strisciante riabilitazione pseudo-sentimentale.

Ci chiediamo, allora, se sia bastata una affievolita vittoria da parte di una compagine politica conservatrice, male amalgamata e mediocremente attrezzata – anche grazie ad un astensionismo record e ad una sinistra ingenua e infragilita – per suonare la ‘revanche. Perciò non vogliamo assistere allo smantellamento dei valori simbolici in cui riverbera la Repubblica Costituzionale, che non vogliamo sia preludio a qualcosa di ben più grave e strutturale per il destino civile e democratico del Paese. Siamo troppo drastici e allarmisti?
Qualunque discorso pubblico, in questo momento oggi assai delicato, appare in predicato; e il realismo politico ci deve insegnare che i grandi compromessi istituzionali, quale la conquista della “Costituzione democratica fondata sul lavoro”, trovano nell’antifascismo il sinallagma essenziale per la lotta e per tutela dei valori di uguaglianza e di giustizia sociale.

Illudersi che le nuove forze di governo, in gran parte di formazione reazionaria e neo-fascista, condividano una tale architettura ideologica e culturale, è un errore. Nei complicati e contraddittori processi storici dell’Europa contemporanea, la conquista del potere non è mai riducibile a passeggeri avvicendamenti di ceti dirigenti neutrali, ma connotata dal comando – e per le destre di debole tempra liberale – dal dominio tendenzialmente autoritario della macchina dello Stato. Ecco perché la cifra ideologica di una guerra tra simboli contro qualcuno, considerato irriducibile nemico democratico storico, riveste un’importanza primaria. “Chi non salta, comunista è”, lasciato ai tifosi da curva sud da stadio, è slogan risibile. Elevato, invece, a rituale, volgare esibizione di governanti e notabili della nuova destra è molto di più di una semplice caduta di stile e di folklorica goliardata. Guai se da cittadini antifascisti, legati alla custodia e alla passione del costituzionalismo civile, sottovalutassimo il rischio che la nostra sovranità democratica sta correndo.


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