La BCE aumenta il tasso di sconto dello 0,25%: una decisione che tutela la finanza, non i cittadini
Profitti Privati e Debiti Pubblici
di Pompeo Maritati
L’aumento dello 0,25% del tasso di sconto deciso dalla BCE arriva come un colpo improvviso, quasi brutale, in un momento in cui l’Europa avrebbe avuto bisogno di tutt’altro. È difficile non provare un senso di smarrimento, persino di indignazione, nel vedere un’istituzione che dovrebbe proteggere la stabilità economica dei cittadini scegliere invece una strada che sembra parlare più alla grande finanza che alle persone comuni. Basta guardare lo stato reale delle economie europee, e in particolare dell’Italia, per rendersi conto di quanto questa decisione appaia stonata, quasi insensibile alla realtà che milioni di famiglie e imprese stanno vivendo ogni giorno.
Con i costi dell’energia che continuano a mordere i bilanci domestici e aziendali, con guerre che destabilizzano mercati e approvvigionamenti, con un’intelligenza artificiale che avanza senza freni e che sta già cancellando migliaia di posti di lavoro, ci si aspetterebbe una politica monetaria capace di sostenere, non di aggravare. E invece la BCE sceglie di aumentare il costo del denaro, rendendo più pesanti i mutui, più onerosi i prestiti, più rischiosi gli investimenti. È come se si chiedesse ai cittadini di stringere ancora di più la cinghia, mentre chi vive di rendita finanziaria osserva tutto questo con distacco, protetto da meccanismi che sembrano costruiti apposta per tutelarlo.
La giustificazione ufficiale parla di inflazione da contenere, ma è impossibile non percepire un senso di incoerenza. L’inflazione che stiamo vivendo non nasce da un eccesso di domanda, non è figlia di consumi impazziti o di economie surriscaldate: è un’inflazione generata da tensioni geopolitiche, da speculazioni sulle materie prime, da un mercato energetico che sfugge a qualsiasi logica. Aumentare i tassi in questo contesto non riduce l’inflazione, non la sfiora nemmeno. Colpisce invece chi ha bisogno di credito per vivere, lavorare, crescere. Colpisce chi ha un mutuo, chi ha un’azienda, chi ha un progetto. Colpisce chi tiene in piedi l’economia reale.
E qui il paradosso italiano diventa quasi doloroso. Siamo un Paese con salari bassi, con una produttività che fatica a crescere, con un tessuto economico fatto di piccole e medie imprese che vivono di credito, con famiglie che già oggi devono fare i conti con bollette insostenibili e con un costo della vita che aumenta più velocemente degli stipendi. In questo scenario, vedere il costo del denaro salire ancora, genera un senso di impotenza, come se le istituzioni che dovrebbero proteggerci avessero voltato lo sguardo altrove. E ciò che pesa di più non è solo la decisione della BCE, ma il silenzio dei governi europei, un silenzio che sembra quasi complice, come se nessuno avesse il coraggio di dire che questa strada non porta alla stabilità, ma alla fragilità.
È difficile non provare un moto di impeto, una reazione emotiva forte, davanti a una scelta che appare così distante dalla vita reale delle persone. Perché mentre la finanza internazionale continua a muoversi con la sua logica, i cittadini vedono diminuire la loro capacità di spesa, le imprese rinunciano a investire, i giovani si trovano davanti a un futuro sempre più incerto. E tutto questo accade senza che nessuno, nei palazzi del potere, sembri battere ciglio. E questa appare la cosa più sconcertante. Non ho sentito alzare la voce da parte di nessun capo di governo, nessun ministro delle finanza dell’Unione Europea ha commentato questa deleteria decisione della La Garde, che ricordiamo essere stata la direttrice del Fondo Monetario Internazionale al tempo della scellerata gestione della crisi economica greca e che prima di ricoprire il ruole nell’ambito della Banca Centrale Europea ammise che le scelte fatte in merito alla Grecia furono sbagliate .
L’aumento dello 0,25% del tasso di sconto non è una semplice misura tecnica: è un segnale politico, un messaggio chiaro su chi viene protetto e chi viene lasciato indietro. È una scelta che non aiuta l’Europa, non sostiene la crescita, non difende i cittadini. È una scelta che rafforza la finanza e indebolisce l’economia reale. E finché i governi continueranno a restare in silenzio, questo meccanismo continuerà a funzionare perfettamente: profitti privati, sacrifici pubblici. Ed è proprio questo, più di tutto, a generare quel senso di impeto, di partecipazione emotiva, di protesta interiore che spinge a dire che no, così non va bene, e che l’Europa merita una politica economica che guardi finalmente alle persone, non solo ai mercati.
Ma guarda un po’, la BCE aumenta i tassi e la politica europea… applaude in silenzio. Ormai sembra che i governi abbiano preso l’abitudine di piegarsi con eleganza ogni volta che la finanza schiocca le dita. Che dire: almeno la schiena è allenata, visto che la posizione è sempre la stessa. Intanto famiglie e imprese pagano il conto, ma tranquilli: l’importante è che i mercati siano felici.
È incredibile come ogni decisione della BCE finisca per colpire chi lavora e premiare chi specula, e la politica? Zitta. Immobile. Sembra quasi che abbiano paura di disturbare le lobby che li accarezzano da anni. Aumentano il costo del denaro mentre l’economia arranca, e nessuno ha il coraggio di dire una parola. Ma certo, perché quando si tratta di difendere i cittadini, improvvisamente diventano tutti muti.