LA CANDELORA. Tra la luce delle candele e l’ombra della marmotta
di Alessandra De Matteis
Si sa: per gli amanti più tenaci del periodo Natalizio, il 2 febbraio è il momento di separarsi dal presepe e dalle lucine. Tradizionalmente, infatti, la Candelora è considerata il limite massimo entro il quale è concesso tenere gli addobbi.
Ma se oggi celebriamo questa festa in tale data, in tempi antichissimi essa ricorreva il 14 febbraio, ossia quaranta giorni dopo l’Epifania: la scrittrice romana Egeria, vissuta tra il IV e il V secolo dopo Cristo, nella sua Peregrinatio parlava infatti di una festa detta “del lucernario”, durante la quale si accendevano lampade e ceri “facendo così una luce grandissima”, molto simile ai Lupercali romani che, appunto, cadevano a metà febbraio.
I Lupercali vennero poi aboliti su richiesta di Papa Gelasio I, tra il 492 e il 496, e sostituiti dalla festa della Candelora che, solo nel VI secolo e per volere di Giustiniano, fu anticipata al 2 febbraio, data in cui ancora oggi viene officiata.
In realtà, le somiglianze tra il preesistente rito pagano e l’attuale cristiano non sono poche né di poco conto: entrambi prevedono l’uso delle candele e in entrambi è fortemente radicato il concetto di purificazione.
Difatti, benché la Candelora attualmente sia legata alla presentazione di Gesù al tempio, riconosciuto e acclamato da Simeone quale “luce delle nazioni” (ragion per la quale durante la cerimonia vengono benedette le candele), in origine era chiamata festa della purificazione della Beata Vergine Maria.
La legge di Mosè prevedeva che ogni primogenito maschio venisse considerato sacro al Signore (Es. 13: 1-2) e che i genitori portassero in sacrificio un dono, nel caso di Maria e Giuseppe, considerata la loro posizione economica e sociale, una coppia di tortore o giovani colombi (Lc 2, 22-24); la stessa legge considerava “impura” una donna per un periodo di 40 giorni dal parto se il nuovo nato era maschio, 66 se femmina. Secondo le disposizioni, i due momenti dell’offerta del primogenito e della purificazione della madre si sovrapponevano, e, stabilita la data del Natale nel giorno del 25 dicembre, venivano a coincidere nella data del 2 febbraio.
Fu solo con il Concilio Vaticano II che si spostò la centralità dell’evento su Cristo, trasformando così la festa mariana in festa cristologica.
Ma alla Candelora è assegnato anche un potere profetico sulla durata residua dell’inverno, legato alla meteorognostica (dal greco μετέωρος, metéōros, cose celesti e γνῶσις, gnôsis, conoscenza), ossia l’insieme di quei sistemi di previsione non scientifici del tempo basati sull’osservazione di segni ed eventi naturali.
Sono numerosissimi i proverbi propri delle culture delle diverse regioni d’Italia secondo le quali, in base alle condizioni meteorologiche di quel giorno, si può prevedere se la fine della stagione fredda sia più o meno vicina. Tali proverbi, a dire il vero, non sono tutti concordanti: per cui se a Padova si crede che “se ghe xè sołe a Candelora, del inverno semo fòra; se piove e tira vento, del inverno semo drento”, e lo stesso dicasi per Trieste, nella Puglia settentrionale della “Cannëlôrë, ci non neveche e non chiove, a vernet non è fore”, mentre a Gallipoli si suole dire che “te la Candalora la nvarnata è ssuta fora, ma ci la sai cuntare nc’è nu bbonu quarantale”.
Non sono solo i proverbi ad accomunare luoghi anche ben distanti tra loro nella convinzione di poter prevedere quanto manchi alla fine dell’inverno osservando il comportamento della natura il 2 febbraio: e così, in Piemonte questo giorno viene chiamato “il giorno dell’orso” il quale, svegliandosi alla fine del letargo, esce dalla tana dando uno sguardo a quanto lo circonda, decidendo così se il tempo è abbastanza buono per svegliarsi definitivamente. E a considerare l’orso come simbolo della forza della natura che si risveglia dopo il lungo riposo dell’inverno sono anche i cittadini di Mentoulles e quelli di Putignano, vicini nella tradizione di inserire questa figura nelle feste proprie del carnevale.
Negli Stati Uniti e in Canada, invece, il Candlemas Day (come viene chiamata la Candelora, su diretta derivazione del detto scozzese “If Candlemas Day is bright and clear there’ll be two winters in the year”, ossia Se il giorno della Candelora è luminoso e chiaro ci saranno due inverni nell’anno) è più conosciuto sotto il nome di Groundhog day, ossia il giorno della marmotta.
Tra la fine del XVII secolo e gli inizi del XVIII, infatti, in Pennsylvania cominciarono i primi flussi migratori dalla Germania e, in misura più contenuta, da Paesi Bassi, Svizzera e Alsazia, detti i Pennsylvania Dutch, i quali avrebbero portato con loro le tradizioni e le credenze legate alla meteorognostica. Scelsero pertanto un animale a cui affidare questo compito, la marmotta “monax”, in quanto molto somigliante al tasso, animale che le antiche popolazioni tedesche ritenevano capace di prevedere situazioni future.
Secondo la tradizione, se il due febbraio, mettendo la testa fuori dalla sua tana, la marmotta vedrà la sua ombra proiettata dal sole, si spaventerà e tornerà nella tana per continuare il letargo, segno che l’inverno durerà altre sei settimane; al contrario, se la giornata è nuvolosa e quindi l’animale non vedrà la sua ombra e non si spaventerà, uscirà dal suo rifugio e andrà a cercare cibo, e sarà invece segno che l’inverno è finito.
Questa tradizione nasce ufficialmente nella cittadina di Punxsutawney nel 1886, e da allora ogni anno in questa cittadina si osserva il comportamento di Phil, come viene chiamata la marmotta alla quale è affidato il compito di emettere il responso.
Ma Phil è anche, e non a caso, il nome del protagonista (interpretato da Bill Murray) del film del 1993 “Groundhog day”, in italiano “Ricomincio da capo”, un giornalista dal pessimo carattere che, inviato a Punxsutawney proprio per seguire l’evento, finisce con il restare intrappolato in un costante loop temporale, condannato a rivivere lo stesso giorno che si annuncia con il suono della sveglia alle 6 in punto e la radio che passa “I got you babe” di Sonny & Cher.
Il film, che ha avuto un remake italiano nel 2004 intitolato “E’ già ieri”, con protagonista Antonio Albanese, ha ispirato anche l’utilizzo dell’espressione “groundhog day” per indicare una situazione di stallo che resti sempre uguale a se stessa.
Non ci resta, a questo punto, che aspettare il 2 febbraio per sapere se la primavera è vicina.