La carne del verbo e il corpo dell’Europa: anatomie biopolitiche nel dispositivo Canini
di Ivan Pozzoni
L’urto pragmatico dell’inattuale: il testo come dispositivo de-strutturante
Il profilo intellettuale di Marco Antonio Canini non si lascia ricondurre alle coordinate consolatorie di una storiografia lineare: esso si configura piuttosto come un cortocircuito epistemologico proiettato sulle macerie del Canone ottocentesco. In un’epoca nella quale la nascente glottologia tendeva a sottoporre la varietà linguistica a procedure rigorose di osservazione, comparazione e classificazione, la posizione di Graziadio Isaia Ascoli costituisce termine di confronto significativo. Nel Proemio all’«Archivio glottologico italiano», infatti, Ascoli assegna alla ricerca linguistica un compito eminentemente storico-scientifico: l’Archivio dovrà promuovere «l’esplorazione scientifica dei dialetti italiani ancora superstiti», raccogliendone «materiali genuini e nuovi» e procedendo alla loro illustrazione storica (Proemio all’«Archivio glottologico italiano», in Archivio glottologico italiano, I, Loescher, 1873, VII). È rispetto a questa vocazione conoscitiva che l’operazione di Canini produce uno scarto radicale: la ricerca dell’origine linguistica non permane entro la funzione descrittiva e ricostruttiva del dato glottologico, tende a trasformarsi in un dispositivo di produzione identitaria, nel quale l’etimologia diviene argomento, la comparazione diviene genealogia e la parola assume una funzione apertamente performativa. Il dato linguistico, in altri termini, non è soltanto ciò che deve essere spiegato, è ciò attraverso cui una comunità è in grado di essere nominata, ricostruita e politicamente immaginata. Il semantic mismatch caniniano nasce, dunque, dalla collisione fra lingua come oggetto di scienza e lingua come atto di fondazione simbolica. La distanza rispetto a una concezione lineare della storia culturale italiana deve essere ulteriormente precisata attraverso Carlo Dionisotti, il quale, proprio a proposito del Proemio ascoliano, ne sottolinea la natura eccezionalmente letteraria e intellettuale, definendolo «uno dei capolavori in senso assoluto della letteratura italiana» (Geografia e storia della letteratura italiana, Einaudi, 1967, 101). La formulazione di Dionisotti è significativa perché sottrae implicitamente la glottologia ascoliana alla caricatura di una mera disciplina tassonomica: il Proemio è anche un intervento sulla cultura nazionale, sulla formazione civile e sulle condizioni storiche dell’unità linguistica. Proprio in questa intersezione fra rigore filologico e conflitto politico-culturale si colloca, per contrasto, la singolarità di Canini: egli radicalizza la componente performativa del discorso sulla lingua, facendo dell’indagine sull’origine non soltanto una pratica di conoscenza, ma una tecnologia simbolica di costruzione dell’identità nazionale. Leggere il Libro dell’amore o le Études étymologiques significa confrontarsi con un testo che agisce da vero e proprio dispositivo di deformazione del reale. La sovrapposizione tra le radici preindoeuropee e il mito mazziniano della Weltliteratur attiva un’illocuzione ironico-metafisica in cui l’enunciato devia dal referente tradizionale fino a trascinare la riflessione geopolitica in una dimensione archetipica. La lingua rumena non nasce da un mero paradigma storico, scaturisce da un sostrato pelasgico che ha alimentato tanto la fioritura latina quanto quella italica, in una sorta di metafisica acronia o pancronia dell’espressione. Questo campionamento di epoche e lingue disparate richiama le dinamiche di de-automatizzazione teorizzate nella critica tardomodernista contemporanea (da Giorgio Linguaglossa a Slavoj Žižek), in cui la forma-opera si trasforma in un campionamento del caos. In quest’ottica, la tensione cosmopolita di Canini incapsula l’assurdità del presente e l’inoperosità dell’istituzionale: l’Europa di Canini svela il mondo come un rebus burocratico ed esistenziale, dove l’ideale politico sopravvive solo attraverso l’irriducibilità del gesto poetico-avanguardistico.
Metamorfosi delle radici: fonosimbolismo e critica d’analogie
L’impostazione metodologica di Canini prefigura, sul piano strutturale, alcune successive forme di classificazione globale delle lingue e quella tensione analogica propria del simbolismo francese. Albert Thibaudet individua nell’analogia mallarmeana un procedimento fondato sul «mouvement à deux temps : apercevoir instinctivement une analogie, trouver une raison de cette analogie» (La Poésie de Stéphane Mallarmé, Gallimard, 1926, 301). Analogamente, nel caso italiano, Gianfranco Contini definisce «pregrammaticale» la dimensione fonosimbolica del linguaggio pascoliano (Varianti e altra linguistica, Einaudi, 1970, 219-245). Canini anticipa, non per filiazione diretta, ma per affinità epistemologica, il passaggio dalla lingua come oggetto classificabile alla lingua come sistema di corrispondenze. Il testo etimologico non si limita alla fredda ricognizione del vocabolo, ne analizza il valore acustico ed evocativo-spaziale attraverso la giustapposizione di fonemi e concetti. L’analisi dei cluster radicali proposta da Canini mostra chiaramente questo meccanismo: le sequenze kal, gal, gla, kar, harr, hor vengono ricondotte al nesso primigenio di luce e calore, legate all’idea di ardere e insieme di brillare; le radici ard, art, ryt, lat, loth si collegano alla matrice indoeuropea *rt, indicante ordine, equilibrio, ritmo, scansione regolare, donde arte ed armonia, intese, dantescamente, come la luce che riscatta l’oscurità della materia; le sequenze esplosive e sorde kad, kat, kt evocano fonicamente l’idea di tagliare, troncare, uccidere; le radici man, amn, men, mn intrecciano la mania, il pensiero e l’acqua fluente, sovrapponendo la sfera della follia (excessus mentis) all’ispirazione divina e alle Mousai, quali del mortale pensiero animatrici. Anche la pratica traduttiva di Canini si fa carico di questo fonosimbolismo dinamico. Nella resa di Omar Khayyam, la successione di liquide e sibilanti asseconda il movimento fluido della meditazione sul tempo, trasformando il ritmo della lingua d’arrivo in una forma di continuità sonora. Analogamente, nella traduzione di Aleksandr Puškin, l’alternanza di consonanti vibranti e vocali aperte intensifica la dimensione luminosa e mobile del paesaggio, facendo della materia fonica un equivalente percettivo dell’immagine poetica. La traduzione caniniana non si limita dunque alla trasposizione semantica: ricostruisce acusticamente il movimento dell’immagine, attribuendo al significante una funzione cromatica e cinetica.
L’utopia balcanico-mediterranea e il revoco dell’Europa istituzionale
Sul piano biopolitico e politico, l’europeismo di Canini si fonda su un modello policentrico, alternativo alle tradizionali gerarchie egemoniche: l’Europa è pensata come spazio slavo, balcanico, danubiano e mediterraneo. La centralità attribuita alla Romania e alla sua lingua diviene strumento di ricomposizione dello spazio europeo, in una prospettiva affine a quella mitteleuropea di Giani Stuparich. La lingua assume, inoltre, una funzione politica: come osserva il glottologo Pietro Trifone, «il linguista è in grado di fornire indicazioni sull’adeguatezza alla situazione comunicativa delle scelte operate dai parlanti» («“Giovanni lo voglio bene”. Il linguista al bivio», in Per i linguisti del nuovo millennio, Sellerio, 2011, 69). In Canini, il riscatto linguistico diviene riscatto della comunità e ridefinizione dei confini europei. Citando Edgar Quinet nella Prolusione al corso di lingua rumena (1884), Canini ricorda che «au milieu de ce mystère, on dirait que la nature attristée garde seule, à la place de l’homme, la conscience des choses passées». È attraverso la riscoperta filologica delle radici che un popolo riappropria se stesso e la sua memoria storica. La lingua, nel recuperare le sue stirpi canore, diviene contemporaneamente physis e techne, architettura della cultura e immediatezza della natura. Come osserva Gianfranco Contini, «la lingua è sempre una forma, e la forma è sempre una lingua» (Varianti e altra linguistica, Einaudi, 1970, 5).Tuttavia, il percorso profetico delineato da Canini si scontra con la prassi storica. L’Europa sognata dal patriota veneziano rimane un’utopia romantica, progressivamente deformata dagli interessi economici e dalle logiche istituzionali. Come osserva Francesco Guida, Canini fu un uomo «profondamente veneziano e cosmopolita, agitatore politico, cospiratore, intellettuale, filologo e letterato» («Un progetto per diffondere la cultura italiana nei principati romeni a metà Ottocento», in Orizzonti culturali italo-romeni, XIII, n. 11, 2023). Proprio nello scarto tra questa vocazione cosmopolita e la successiva irrigidita organizzazione dello spazio europeo si misura la sua bruciante inattualità: il verbo caniniano continua a risuonare come una premonizione rimasta inascoltata.
Analisi accademica e meccanismi critico-teorici: la biopolitica del verbo
La saggistica e l’opera linguistico-traduttiva di Canini costituiscono un terreno d’indagine d’elezione per la linguistica pragmatica e la critica analitica della letteratura. L’intera impalcatura del testo lavora sulla costante sovversione delle presuppositions (presupposizioni implicite) e delle conversational implicatures teorizzate da Paul Grice (Logic and Conversation, 1975). Nel momento in cui Canini stabilisce equazioni filologiche tra famiglie linguistiche geograficamente e storicamente lontane (come l’accostamento tra il dio greco Zeus e il vedico Dyaus, attraverso l’antica radice indoeuropea *dyēus, «cielo luminoso»), l’autore mette in atto una palese violazione della massima di relazione (flouting of maxims). Questo genera uno speech act ad altissimo coefficiente d’urto deittico. La fusione tra categorie etimologiche storiche, mitologemi ed esegesi estetica produce un netto semantic mismatch: la referenzialità positiva del dato linguistico positivista collassa, lasciando spazio a una pura performance sintattica e ontologica in cui l’enunciato poetico non descrive il reale, ma performa l’originario archetipico. Sotto il profilo neuroestetico, assumendo come riferimento gli studi di Semir Zeki sulla percezione estetica e la prospettiva dell’embodied cognition di Vittorio Gallese, la traduzione caniniana deve essere letta come un dispositivo capace di produrre scarti predittivi e riorganizzazioni percettive. Nella resa di Omero, ad esempio, la concentrazione di consonanti occlusive e vibranti nelle descrizioni dello scontro fisico accentua acusticamente la sensazione di urto e movimento, mentre l’alternanza fra suoni duri e liquide introduce una modulazione ritmica della tensione. Analogamente, nelle traduzioni di Sa‘di, la prevalenza di liquide e sibilanti accompagna la dimensione fluida e contemplativa dell’immagine. La parola diviene evento fonico-corporeo, nel quale suono, movimento e rappresentazione visiva concorrono alla costruzione del significato. Sul piano della biopolitica e della sociologia dell’arte (nel solco delle riflessioni di Michel Foucault sulla biopolitica, Roberto Esposito sulle categorie di communitas e immunitas, e Pierre Bourdieu in Les Règles de l’art), l’opera di Canini si configura come una resistenza alla disciplina dei corpi e dei linguaggi esercitata dagli Stati-nazione del XIX secolo. La contrapposizione tra Canini e Graziadio Isaia Ascoli riflette il conflitto biopolitico tra un linguaggio-dispositivo controllato dalla burocrazia statale (la norma glottologica positivista) e un linguaggio-vita incarnato (bios), la cui vitalità travalica i confini geografici e biologici. Canini fa della lingua una incarnazione organica e antropologica, in cui la radice etimologica non è una reliquia morta, è la carne stessa della parola che pulsa di energia sociale e comunitaria, opponendosi all’immunizzazione artificiale e rigida dei nazionalismi ottocenteschi. Sul piano della politologia dell’arte, Canini trasforma il discorso linguistico e letterario in una critica delle forme di omologazione istituzionale. In termini schmittiani, il contrasto deve essere letto attraverso la dialettica fra ordine normativo ed eccezione, dove l’apparato statale rappresenta la pretesa di ricondurre la pluralità culturale entro un sistema unitario. Contro questa logica, la scrittura caniniana riafferma la specificità delle lingue e dei popoli come forze non integralmente governabili. La sua politica non coincide dunque con la propaganda o con l’appartenenza partitica, ma con una pratica di dislocazione dell’ordine, nella quale il gesto poetico-linguistico riapre continuamente lo spazio del possibile e restituisce alla pluralità culturale una funzione antagonistica.
Conclusione
In sintesi, liberando la figura di Canini dai tecnicismi accademici, la sua lezione è semplice e potente: le lingue e l’arte non sono strumenti freddi gestiti dalla burocrazia o dal potere per dividere i popoli, sono l’espressione stessa della vita e della libertà umana. Attraverso lo studio del suono delle parole e dell’origine comune dei linguaggi, Canini ha voluto dimostrare che i popoli e le comunità non si uniscono con la forza delle leggi o dei mercati, ma riconoscendo la vita, la sensibilità e le radici profonde che ci accomunano tutti. Anche se le esigenze politiche del suo tempo hanno preferito i confini rigidi e il calcolo economico alla sua visione romantica, Canini ci lascia un insegnamento fondamentale: un’Europa o una comunità vera non può nascere dall’imposizione dell’alto, ma solo dal respiro libero e condiviso delle persone e delle loro culture.
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