IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

La città divisa: architettura della separazione sociale

Città che cambiano-

di Gianvito Pipitone

Le città europee appaiono oggi più frammentate che integrate. Quartieri interi si sono trasformati in mondi autonomi, dove la convivenza non implica comunicazione. L’integrazione, spesso solo tollerata, ha generato società parallele. La polarizzazione cresce, la socialità si ritira, e il tessuto urbano si sfibra. Il futuro delle città non dipenderà dalla somiglianza, ma dalla capacità di coesistere. Un viaggio attraverso l’Europa, con uno sguardo ravvicinato su Londra, dove le tensioni urbane raccontano molto più di ciò che si vede.

Il multiculturalismo non è una novità, soprattutto per le grandi capitali europee del nord. Londra, Berlino, Bruxelles, Parigi: da decenni convivono con una pluralità di lingue, culture, religioni. È una realtà sedimentata, non certo un fenomeno recente. Eppure oggi l’impressione è che qualcosa sia cambiato – e non necessariamente in meglio. Non si tratta tanto di numeri o densità, quanto piuttosto di atmosfera. L’aria è diversa, e le linee di frizione sono diventate più evidenti. Si percepisce una tensione sottile, un irrigidimento nei codici della convivenza. Il mosaico urbano, un tempo fluido e poroso, sembra essersi frammentato in compartimenti stagni.

Non è una suggestione da turista distratto: è una realtà tangibile, stratificata, visibile a occhio nudo. Lo testimonia chi vive la città da anni e l’ha vista cambiare nel tempo. Alcuni quartieri sono diventati veri e propri ecosistemi culturali, dove l’immigrazione ha ridefinito il paesaggio urbano, le abitudini e le relazioni sociali. E dove, ormai, la quiete non è più garantita. Quel multiculturalismo che un tempo sembrava un orizzonte, ora che il futuro è arrivato, ha preso forme diverse da quelle immaginate.

Nel 2023, secondo l’Office for National Statistics (ONS), il Regno Unito ha registrato una migrazione netta di 906.000 persone, la cifra più alta della sua storia. Di questi, l’86% erano cittadini non UE, provenienti soprattutto da India, Nigeria e Pakistan. Un dato che non racconta solo un flusso, ma una ridefinizione profonda del tessuto urbano di quel paese. È così che le città non si limitano più solo ad accogliere: si trasformano, si ristrutturano, si ricompongono attorno a nuove presenze, nuove abitudini e nuovi codici. E la convivenza, in questo scenario, non è più né automatica né garantita.

Parlare di “ghetto” può sembrare eccessivo, eppure è ciò che viene in mente passeggiando per alcune vie appena fuori dal centro di Londra, Parigi, Berlino, Bruxelles. A differenza di un tempo, questa nuova atmosfera non nasce da una segregazione imposta, ma spesso da un’aggregazione spontanea. Interi quartieri si intestano culturalmente, si colorano di lingue, odori, abitudini, religioni: Saint-Denis e buona parte dei quartieri a nord di Parigi; Scharbeek, Molenbeek e Anderlecht a Bruxelles; Whitechapel, Marylebone, Tottenham, Southall a Londra; Neukölln, Kreuzberg e Marzahn a Berlino; St. Georg ad Amburgo; le zone attorno alle stazioni centrali di Francoforte e Monaco di Baviera.

Passeggiare in questi quartieri significa entrare in microcosmi sedimentati nel tempo, dove i locali etnici non sono semplici esercizi commerciali, ma presìdi identitari. Insegne in lingue straniere, negozi halal, ristoranti libanesi, kebabberie turche, panetterie pakistane con naan appena sfornato, minimarket africani dove si vendono manioca, fufu e spezie in sacchetti trasparenti. I pub e le brasserie tradizionali si trovano con il lumicino, mentre al loro posto si sono diffuse caffetterie dove si serve tè alla menta, shisha lounge con narghilè in primo piano, luci soffuse, divanetti bassi e sottofondo musicale tra raï algerino e pop egiziano. Luoghi prevalentemente maschili, dove la presenza femminile è discreta, talvolta assente.

Non c’è nulla di sbagliato nel voler ricreare in scala i luoghi del proprio paese: dove la vitalità culturale resiste, si tengono vive le tradizioni dei paesi d’origine, da sempre ricchezza per un Occidente sempre più smemorato delle proprie. Il punto è che, quando questi luoghi attraggono quasi esclusivamente una clientela identitaria, qualcosa si irrigidisce. Il barbiere halal non taglia i capelli a chi non parla arabo. Il ristorante libanese non accoglie chi non conosce il menù. Il tè alla menta diventa codice, non invito. Lo spazio di incontro si trasforma in spazio di conferma, appartenenza e reciproca esclusione. E quando la città smette di essere organismo aperto e poroso, diventa somma di compartimenti stagni. Il quartiere non è più casa, ma frontiera.

Sono tornato a Londra per lavoro, dopo un paio d’anni di assenza. La città che mi accoglie oggi non è quella che ho conosciuto quasi trent’anni fa, quando da studente cercavo di orientarmi tra un Costa Coffee e un McDonald, con il grembiule da cameriere come passaporto alla sopravvivenza. In seguito l’ho vista cambiare stagione dopo stagione, stratificarsi, reinventarsi, perdere pezzi e guadagnarne altri. Ma mai come ora mi è sembrata così contraddittoria: appariscente, scintillante, verticale e, insieme, più inquieta. Basta guardare le uscite della Tube, tappezzate di clochard, per intuire che sotto la superficie lucida qualcosa si è incrinato.

Londra oggi è meno inglese. O forse è semplicemente più difficile capire cosa voglia dire esserlo. In centro è avvenuto qualcosa di silenzioso ma evidente: un lento svuotamento verso le periferie. I quartieri cambiano pelle. I nuovi ricchi si spostano fuori, portandosi dietro yoga, brunch e biciclette pieghevoli. I vecchi abitanti – immigrati, lavoratori, famiglie popolari – vengono spinti altrove, talvolta attratti dai nuovi ghetti urbani che si formano proprio nel cuore della città.

Così Brixton, Peckham, Lewisham, Wandsworth, una volta sinonimo di zone “difficili”, sono diventati templi del lifestyle, con caffè minimalisti e coworking pieni di laptop e piante grasse. Qui la chiamano gentrificazione. Non è una malattia, ma un sintomo. Un segnale che qualcosa si è spostato, che le città non si evolvono in modo neutro, ma seguendo traiettorie che spesso lasciano indietro chi non può tenere il passo.

E mentre il centro si svuota, quartieri storici come Paddington, Marylebone ed Edgware Road, un tempo custodi dell’eleganza vittoriana, cambiano fisionomia. Le strade, i negozi, i volti raccontano una Londra diversa, dove l’identità urbana si è ridisegnata sotto nuove influenze. In certi angoli, l’atmosfera evoca più Islamabad o Istanbul che Westminster: una densità culturale che non si limita a colorare il paesaggio, ma ne riscrive i codici, le abitudini, i ritmi quotidiani.

Anche l’abbigliamento racconta il cambiamento. Se un tempo ci si adeguava allo standard europeo, oggi le strade si popolano di abiti tradizionali: djellaba, caftani, salwar, sari, hijab, abaya. Le donne africane sfoggiano tessuti vivaci e turbanti geometrici; quelle mediorientali, sempre più spesso, coprono interamente il volto con niqab o burqa. È una scelta culturale, certo. Ma in un contesto occidentale, dove il volto è linguaggio, genera distanza. E così, la città che dovrebbe favorire l’incontro, finisce per amplificare la separazione.

Nel frattempo, l’uomo medio della strada – bianco, sedicente autoctono, disilluso – nutrito da anni di retorica populista, intolleranza normalizzata e violenza verbale sdoganata, reagisce con crescente ostilità a ciò che percepisce come una perdita di controllo sul proprio spazio urbano. Di fronte a questo vecchio ma rinnovato sbandieramento identitario, fatto di lingue, abiti, rituali e presenze che non riconosce come proprie, si irrigidisce.

Non è un caso se, appena due settimane fa, il 13 settembre, Londra è stata teatro di una delle più imponenti manifestazioni dell’estrema destra britannica. Organizzata da Tommy Robinson, ha radunato oltre 150.000 persone nel cuore della capitale, culminando in gravi scontri con la polizia, decine di arresti e agenti feriti. È il segnale di una tensione crescente, di una polarizzazione che non si limita ai margini, ma invade il centro stesso della città. Un sintomo evidente che il tessuto urbano non tiene più, e che le fratture identitarie stanno diventando terreno di conflitto aperto.

E non è raro che proprio in questi “luoghi di frizione” – mercati etnici, stazioni affollate, piazze dove si radunano giovani di seconda generazione, moschee visibili, minimarket africani, negozietti etnici – si concentrino tensioni, scontri, provocazioni, e talvolta vere e proprie sacche di resistenza.

Sono spazi pubblici dove la visibilità delle minoranze è alta, e dove la distanza culturale si fa più evidente. Luoghi dove il bianco europeo si sente straniero nella propria città, e dove il figlio dell’immigrato rivendica appartenenza con gesti che possono sembrare sfida: musica alta, abbigliamento marcato, linguaggio diretto, occupazione fisica dello spazio. Gridano, provocano, si fanno notare. Si muovono in gruppo. È rabbia? È bisogno di riconoscimento? È solo gioventù? Difficile dirlo.

Forse è tutto insieme. Ma la frattura resta ed è il segnale che qualcosa non ha funzionato. Che l’integrazione non è avvenuta, o è avvenuta male. Oppure è stata solo tollerata, mai davvero accolta e digerita.

L’errore non è di chi è arrivato trenta o quarant’anni fa. Ma di chi ha accolto senza includere. Di chi ha accettato con riserva. Di chi ha guardato dall’alto, con quella sottile, persistente puzza sotto il naso che non dice nulla, ma lascia intendere tutto. Di chi ha detto “sono loro che non si vogliono integrare” senza chiedersi se l’integrazione fosse davvero possibile, o solo auspicata.

Così abbiamo creato società parallele. Non per cattiveria, ma per pigrizia, paura, e anche comodità. La diversità si è sedimentata senza mescolarsi. E ora ci stupiamo se non ci capiamo più.

Nell’era in cui tutti gridano e nessuno ascolta, bisognerebbe concentrarsi su una semplice parola: rispetto. È l’ABC della convivenza. Viene prima della razza, della religione, della cultura. È riconoscere l’altro come parte dello stesso mondo. È fondamento civile, gesto quotidiano, grammatica minima della cittadinanza.

Le città continuano a cambiare, ma non sempre tengono insieme le loro parti. I confini si spostano, le abitudini si sovrappongono, le lingue si moltiplicano. E intanto qualcosa si perde: il collante. Il senso comune, la trama condivisa, la capacità di stare nello stesso spazio senza sentirsi estranei. La polarizzazione, il culto dell’identità, l’abbandono della socialità hanno scavato distanze che l’urbanistica da sola non può colmare.

Urgono soluzioni sociali, oltre che politiche. Servono scelte architettoniche che non separino, ma avvicinino. Servono spazi pensati per essere attraversati, non solo abitati. Serve una cultura della prossimità, che non si limiti a tollerare, ma provi a cucire.

Uno studio pubblicato su Nature nel 2024 ha rivelato che le grandi città, contrariamente alla retorica del melting pot, favoriscono la segregazione: la probabilità di incontrare persone di status socioeconomico diverso è del 67% più bassa rispetto ai centri urbani sotto i 100.000 abitanti. Le metropoli offrono più scelta, ma anche più separazione. La progettazione urbana non è neutra: può favorire o ostacolare l’incontro. Piazze condivise, centri civici interculturali, parchi inclusivi, scuole aperte al quartiere sono idee già esistenti, ma che troppo spesso restano ai margini.

Il mosaico è però già qui, visibile in ogni strada, in ogni gesto. Non si tratta di ricomporlo, né di idealizzarlo. Solo di capire se vogliamo davvero viverci dentro. Senza nostalgia e illusioni. E con la consapevolezza che, se qualcosa può ancora tenerci insieme, non sarà la somiglianza. Sarà il modo in cui decidiamo di stare accanto.


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