IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

La conoscenza come ‘curiositas’ e ‘pathos’

Aula scolastica

di Paolo Protopapa

In una stagione lontana, ma non lontanissima per i tempi assai veloci che corriamo, fui invitato dall’amico preside gallipolino doc, a fare una breve supplenza (alla quale non ero tenuto perché la mia cattedra era completa) in una quarta magistrale allocata sul nostro liceo classico. Nel corridoio si sentiva un gran baccano e il bidello mi anticipò una sorta di usuale turbolenza in attesa. Gli alunni si alzarono in piedi e mi salutarono. Due di loro, in fondo all’ultimo banco, erano più o meno abbracciati e in coppia, con la ragazza seduta sulle ginocchia del giovane. Chiesi loro (preciso che non mi era mai accaduto prima una situazione del genere) se la loro fosse una postura normale e mi risposero di sì, poiché lo facevano da tempo con una certa consuetudine e libertà. Dissi loro che io, invece, chiedevo ai miei alunni – loro coetanei – di distinguere l’impegno scolare quotidiano dalle effusioni affettive, sicuramente lecite e importanti, ma da liberare in spazi diversi e tendenzialmente privati. Aggiunsi anche che, tra l’altro, quella postura auto-costrittiva impediva di prendere appunti individuali circa i temi trattati nella lezione. Feci, dunque, lezione, nonostante qualche prevedibile mugugno, trattandosi di supplenza ‘una tantum’. Cosicché una parte dei ragazzi trovò utile (ancorché bizzarro) appuntarsi qualcosa.

Ora, non vorrei sembrare ingenuo o presuntuoso. Constato che i tempi cambiano. E, tuttavia, rimango convinto che il professore debba almeno avere, in ogni tempo e luogo, due virtù. Anzitutto la consapevolezza che insegnare è il difficile, spesso penoso compito di trasmettere agli altri molte cose che assolutamente egli non sa, cioè non conosce sufficientemente. E che, seppure sa e conosce, non per questo gli argomenti curriculari debbono interessare e catturare chi li ascolta. Ed ecco allora il secondo punto, davvero dirimente. Ossia imparare a raccontare i temi disciplinari in modo interessante e, augurabilmente, ampi e interculturali. Non perché ci sia comodo perdere rigore e analiticità e trasformarsi in battutisti seriali e banali. No, ma perché, mentre racconti, stai imparando anche tu come i tuoi discenti, e ti appassioni al rapporto che si va instaurando.
È questo il miracolo della scuola. Docente/ discente si integrano in una comune ed empatica condizione di passione conoscitiva. Qualora la conoscenza, ad ogni livello (e specialmente nelle fasi in cui la mente è fisiologicamente ‘assorbente’) resta mero ‘flatus vocis’, cioè suono che passa e non lascia segno, vincono la noia e la disperazione dei tempo morti da cui si vorrebbe fuggire e sprofondare. Tutti siamo stati alunni di professori orribili, che hanno cercato di supplire alla deficienza professionale con inanità o autoritarismo.

Crediamo davvero che questo mestiere, come tutti i mestieri e lavori in genere, possa essere comunicato senza viverlo e soffrirlo (da ‘pàtein’, parteciparlo intimamente) in comunione con giovani intelligenze in progress?

La scuola è rapporto, non gerarchia. Devi guadagnarti autorevolezza, non esercitare autorità senza merito. I vecchi convitti erano caserme, alcune funzionanti, altre no. La democrazia inventa e plasma uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale. L’antifascismo viene da qui. Come rifiuto, radicale e irreversibile di una società autoritaria e, quindi, tendenzialmente razziale e razzista. Perciò l’educazione è l’anima della democrazia. Sia privata, sia pubblica. Partire dall’illuminismo e dagli Illuministi, e approdare all’esercizio delle libertà, con responsabilità e dignità diffuse e praticabili. Questo è un mondo adulto, difficile, colto, dove il comando si trasforma in scelta e governo condiviso e partecipe. La divisa lascia il posto alla condivisione e non trasforma in emergenza totalitaria i doveri e gli oneri della coesione sociale tra pari.


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