IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La contessa di Cocumola, una storia a lieto fine

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di Pompeo Maritati

Nel lontano 1423 e precisamente il 23 di aprile, mercoledì, nel remoto e silenzioso borgo di Cocumola, una deliziosa signora, di nome Beatrice, avanti negli anni, passeggiava solitaria nei pareggi dell’unica chiesa esistente nel borgo. Il 21 di ottobre scorso aveva festeggiato i suoi 55 anni con i suoi familiari. Non si era mai sposata e asseriva di essere fidanzata con un caruso che risiedeva molto lontano, che nessuno, o quasi, aveva conosciuto. Lei ne era innamorata e rifiutava ogni avance da parte dei suoi compaesani.

Era rispettata e benvoluta da tutti, dotata di una dolcezza che non passava inosservata. Gentile, riservata, la sua disponibilità a rendersi utile alla comunità aveva favorito una grande stima nei suoi confronti e tutti le volevano un sacco di bene. Nel piccolo e modesto borgo sperduto nel profondo sud del Salento viveva uno scrivano, lo scribacchino, come qualcuno lo aveva soprannominato, conosciuto in tutta la contea, in quanto sapeva leggere e scrivere. Aveva avuto, in quanto figlio adottivo di una benestante famiglia di Tricase, la possibilità di studiare. Il suo nome era Modestino, così lo chiamavano tutti e tutti non conoscevano il suo vero nome. Modestino era oramai anziano, aveva compiuto da pochi giorni i 70 anni, era felicemente sposato da oltre 40 anni e viveva a discretamente bene del suo lavoro.

Scriveva lettere, predisponeva contratti agrari e tutti, bene o male, avevano bisogno della sua erudizione. Aveva una fervida intelligenza, astuto negli affari e ottimo conoscitore della legge. Nel borgo di Cocumola non si faceva nulla senza lo zampino di Modestino.

Beatrice e Modestino si erano incontrati una sola volta, avendo avuto, Beatrice, bisogno di una missiva da inviare, non si sa dove, ma certamente molto lontano.  Modestino era solito vantarsi sottolineando, senza modestia, la sua cultura e la scaltrezza negli affari e nel sapere trarre da qualsiasi cosa un tornaconto, che nella maggior parte delle volte andava a favorire non sé stesso, ma coloro che intorno a lui sapevano dimostrargli amicizia. Anche lui era stimato, perché aldilà della sua falsa modestia, era comunque sempre disponibile e altruista. Modestino e Beatrice, come anzidetto, si erano incontrati una sola volta e pur vivendo da tempo nello stesso piccolo borgo, non si conoscevano se non di nome ma non di fatto.

In una bella giornata di maggio, quando il sole stava tramontando adornando il borgo di una straordinaria luce dorata, Beatrice aveva finito di ricamare un centro tavola e stava recandosi a far vedere il suo lavoro ad una sua carissima amica. Era molto brava nei lavori con l’uncinetto. Non solo, la sua fervida fantasia le permetteva di realizzare, attraverso il ricamo, disegni molto apprezzati che, in un certo qual modo le consentivano di vivere. Nell’attraversare la piccola piazzetta antistante la sua abitazione, scivolò, e avendo piovuto nella mattinata, combinazione volle che il suo ricamo cadesse in una pozzanghera. Per fortuna non si bagnò del tutto, ma il fango lo aveva sporcato. Beatrice, che aveva riposto in quel lavoro la speranza di un ricavo che le avrebbe concesso di arrivare sino a fine mese, con discrezione, cercando di non farsi notare dagli altri, pianse. Più si allontanava dalla piazzetta e meno gente incontrava, più il suo pianto aumentava. Il destino volle che di fronte a lei sopraggiungesse Modestino che, salutandola, con la coda dell’occhio, si accorse del pianto di Beatrice. Fece due passi indietro e con fare gentile le rivolse la parola: «Signora, Signora Beatrice, buon pomeriggio, cos’ha? Ha bisogno del mio aiuto? Posso fare qualcosa per lei?».

Con lo sguardo rivolto a terra e con gli occhi tumidi, Beatrice rispose: «Grazie Signor Modestino, va tutto bene, ho un po’ di allergia agli occhi, poi con questo sole così bello ma accecante, fa aumentare di più il mio disagio».

Modestino non era stupido né tanto meno insensibile. Aveva notato il lavoro realizzato da Beatrice, oramai insozzato dal fango e forse non solo da quello, per cui, avendo compreso la situazione, con fare gentile, ma fermo, le disse: «Signora Beatrice, Beatrice, si faccia aiutare. Se vuole posso rimediarle il danno che ha subito, venga con me, qui appena fuori dal borgo c’è una piccola fontanella che nessuno usa perché un po’ fuori mano e nessuno sa che ha dei poteri magici. Venga, si fidi, non le costerà nulla, al limite avremo fatto una piacevole passeggiata insieme, sperando che la mia compagnia le sia gradita». Mentre Modestino proferiva queste parole, vide non poco lontano Cupido, che in quei tempi era solito interagire con gli umani. Gli sorrise e gli fece l’occhiolino.

Il suo sbigottimento e la sua incredulità furono alquanto apparenti per cui Beatrice gli chiese cosa lo stesse turbando.

Sarà stato Cupido, quel bel pomeriggio di sole di silenzio e di serenità, la voce suadente e il volto radioso di Beatrice, che Modestino incurante di quanto stava per fare, preso da una irrefrenabile voglia di abbracciare Beatrice, le disse: «Beatrice, non so cosa mi sta succedendo, ma la tua presenza ha scatenato in me un grande desiderio di abbracciarti, di accarezzare il tuo viso, di baciarti sulle labbra. È come se tutto ad un tratto mi sentissi un ragazzino, che alla presa dei suoi primi amori gli batte forte forte il cuore. È qualcosa che inconsapevolmente da tempo mi porto dietro e solo adesso me ne rendo conto. Non vorrei sembrare sfrontato e irrispettoso ma sentivo l’irrefrenabile bisogno di dirtelo».

Beatrice non si sarebbe mai aspettata una reazione di questo tipo. Nutriva della simpatia per Modestino, forse in cuor suo le voleva pure bene, ma non al punto di ricambiare il suo amore. «Modestino, quello che mi hai detto mi lusinga, comprendo la tua genuina sincerità, ti voglio bene anch’io, ma il mio non è amore come quello che tu hai dichiarato a me. Vedi questo anello? È del mio amore lontano. Mi spiace, comprendo il tuo sentimento ma non posso ricambiarlo».

Modestino rattristito, mortificato, con gli occhi lucidi, baciando la mano di Beatrice con un fare gentile come mai aveva fatto in vita sua, accomiatandosi, le disse di lavare la tovaglia alla fontanella, di portarla in casa e stenderla ad asciugare per tutta la notte.

Si salutarono, Modestino prese la strada di casa e Beatrice andò a lavare la tovaglia come le era stato consigliato e tornata a casa la stese e dopo una frugale cena andò a dormire. Non prese sonno subito, le parole di Modestino le avevano lasciato il segno. Una dichiarazione d’amore inaspettata ma non disdegnata, perché Modestino, se pur non rappresentasse per lei l’amore era una persona a cui ci teneva. Tra un pensiero e l’altro, prese sonno per svegliarsi il mattino dopo, un mattino splendente che solo le terre del Salento sanno regalare.

Nel recarsi in cucina, dove la sera prima aveva steso la tovaglia, si accorge che la tovaglia non c’è più. Sparita. Il suo sguardo viene attratto dalla sedia vicino al camino dove scorge la sua tovaglia ben piegata. Il tutto le sembra inverosimile e il turbamento e una certa preoccupazione prendono il sopravvento. Vuoi vedere che Modestino durante la notte è abusivamente entrato in casa? Oddio cosa sarà successo? Queste sono le perplessità che frullano nella testa di Beatrice. Prese la tovaglia e la stese sul tavolo accorgendosi che tutti suoi ricami si sono trasformati in oro, con un centinaio di pietre preziose incastonate. Aveva perso la parola. Sbigottimento e incredulità lasciarono ben presto il posto a tanta felicità.

Uscì di casa e ai suoi vicini chiese se avessero mai utilizzato la fontanella appena fuori il borgo. Le risposero che non esiste nessuna fontanella né tanto meno che abbia qualche potere magico. Chiese se avessero visto Modestino. Modestino chi? Le risposero in coro. Lo scribacchino. Lo scribacchino? Alcune delle sue amiche si preoccuparono dello stato confusionale di Beatrice in quanto sia la fontanella nonché Modestino non erano mai esistiti. Turbata, disorientata, sconvolta, corse a casa per verificare se anche la tovaglia altro non fosse stata che un sogno fatto ad occhi aperti.

La tovaglia era ancora sul tavolo, splendente e raggiante con i suoi filamenti d’oro e con le pietre preziose.

Pensò immediatamente a Modestino, avrebbe voluto abbracciarlo, ringraziarlo, ma non sapeva come fare. Per giorni e giorni chiese per tutta la contea di Modestino, ma tutti sembravano essersi messi d’accordo nell’asserire di non aver mai conosciuto o sentito parlare dello scribacchino Modestino.

Beatrice successivamente sposò il suo amore lontano, con le pietre preziose comprò un grande castello e con il castello anche il titolo di contessa. Ebbe una vita felice e spensierata e non dimenticò mai Modestino, non perché da lui ebbe questa grande fortuna, ma perché le rimase scolpito nel cuore la dolcezza con cui quell’essere irreale le aveva detto di amarla.


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