IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Di Vincenzo Fiaschitello

Il cammino percorso dagli studiosi è stato piuttosto lungo per liquidare lo stereotipo sociale ed educativo che attribuiva la creatività a una cerchia ristretta di esseri umani con particolari attitudini e tendenze, capaci di favorire produzioni originali.

Il concetto di creatività è stato riveduto e ampliato, nel senso che essa viene considerata come una componente della personalità di ogni soggetto vivente.

Il primo passo significativo è stato quello di identificare il comportamento creativo e differenziarlo dal comportamento intelligente. Un tempo si era propensi a stabilire una stretta connessione tra creatività e intelligenza. Ora sul piano psicologico si è consolidata l’idea di un diverso ordine di fenomeni che scattano allorché si è in presenza di un comportamento creativo o di un comportamento intelligente. Gli studiosi, che si sono imbattuti in tale problema e hanno trovato una risposta accettabile, sono stati favoriti dal fatto che il termine intelligenza è stato sempre sorretto da riferimenti univoci: l’atto di intelligenza veniva legato sia alla capacità individuale di adattamento all’ambiente, sia al potere razionale della persona, sia a una specifica dote naturale attitudinale. In ogni caso si trattava sempre di una visione degradata e comunque limitata della personalità.

Con questa deformante premessa non è stato difficile vedere nella creatività una caratteristica della specie umana, un fenomeno molto complesso che coinvolge tutta la personalità. Messe da parte le indagini psicologiche tendenti a misurare aspetti singoli, quali la memoria, il quoziente intellettivo (Q.I.) ecc. la pedagogia è scesa in campo focalizzando l’attenzione sul pensiero, detto appunto creativo, la cui particolare caratteristica non è soltanto l’originalità e la divergenza, ma soprattutto la produttività. Se poniamo attenzione all’etimo greco (kraino), ci rendiamo subito conto che il termine creatività ha a che fare con la “capacità di fare, di portare a termine” qualcosa e quindi di produrre.

Viene spontaneo chiedersi: come fa il soggetto creativo a produrre qualcosa? Dalle lezioni del catechismo, sin da ragazzi, abbiamo appreso una nozione speciale di creazione, cioè di produzione primordiale con la famosa formula “creatio ex nihilo” e cioè che Dio creò l’universo dal nulla. Questo modello di creazione, che tra l’altro richiede una non semplice comprensione del concetto di nulla e ha dato origine a una serie di problemi ontologici ancora dibattuti dalla filosofia contemporanea, certo non è quello che appartiene all’uomo. Il soggetto produce manipolando, trasformando una materia già esistente. E qui come materia ovviamente deve intendersi non solo quella “solida”, come può essere il legno, il ferro, il marmo, ecc. ma anche le idee astratte e quindi tutto ciò di cui l’uomo può disporre per produrre situazioni creative che appunto possono essere concrete, tecnologiche, scientifiche, artistiche, mentali.

I brillanti saggi di Wertheimer, di Guilford, di Bruner, già sin dagli anni settanta del secolo scorso, hanno contribuito moltissimo a chiarire la modalità del processo creativo e la possibilità di educare alla creatività.

Per quanto riguarda la prima questione, hanno fatto intendere che la creatività non è un dono della natura, non è un talento gratuito, come invece è l’intelligenza. L’atto intelligente è qualcosa di immediato, una risposta a un problema, quasi più istintiva e emotiva che razionale, mentre al contrario il processo creativo si avvale di momenti graduali: vanno da una dinamica motivazionale più o meno intensa che lo accende (l’energia interiore che spinge al fare), al momento della ideazione e infine alla realizzazione.

Ma chiediamoci: dove pesca di più il processo creativo nella emotività o nella logica? E’ questo un punto nodale. Come si fa a sostenere che la personalità creativa riceve impulsi solo dalla razionalità? Bisogna sicuramente ammettere che l’individuo creativo utilizza entrambe le fonti: i processi alogici che agiscono sotto il livello della coscienza e i processi razionali. Questi ultimi non bastano, proprio perché la sola razionalità di solito “mette in prigione” la creatività, che invece necessita di immagini fluide, sensitive, libere. Ma mentre l’atto di intelligenza può essere spontaneo, unico e immediato (ho in mano un martello e d’improvviso, se in pericolo, lo uso come arma di difesa), l’atto creativo deve calarsi nella realtà di un prodotto. La metafora di Jerome Bruner della mano sinistra e della mano destra è probabilmente quella che meglio di qualsiasi discorso ha fatto comprendere come il pensiero dell’uomo, volto alla innovazione, riceva spinte significative dall’unità dinamica di forze sprigionate sia dalla parte oscura della coscienza, dalla immaginazione e sensitività  (mano sinistra), sia dalle capacità logiche (mano destra).

Tale consapevolezza ha avuto una profonda e importane ricaduta sulle educazione. In questo ultimo cinquantennio, la pedagogia ha infatti contribuito a rinnovare i programmi scolastici, avendo di mira soprattutto questa possibilità di educare i ragazzi alla creatività, abbandonando quel nozionismo tanto caro alla scuola radicata nel positivismo. Il nuovo orientamento ha certamente dato i suoi frutti nella società attuale, sempre affamata di nuovi brevetti, di nuovi medicinali, di nuove tecnologie, di strumenti tecnologicamente più sofisticati.

Ma attenzione! Combattere la matrice culturale anticreativa non può e non deve avere solo questi scopi, ma anche e soprattutto quello di aiutare la persona a non restare irretita dalla dipendenza degli altri, dai tabù, dai pregiudizi, dalle barriere del conservatorismo. E qui tocchiamo il versante delle idee.

Il comportamento creativo non è ben accetto in quelle società che definiamo chiuse e dominate da un potere conservatore, dispotico e totalitario. Le idee nuove, la capacità di prospettare soluzioni innovative che fanno traballare la quiete esistente, non possono assolutamente piacere ai cosiddetti benpensanti e ai politici, per cui sono aspramente combattuti.

Ma non facciamoci illusioni, anche nelle società aperte, democratiche, che predicano il multiculturalismo, la comprensione tra i popoli, notiamo, e ce lo confermano le statistiche, che le novità, il pensiero divergente, non allineato, fa paura. Accade ancora infatti che nella scuola i ragazzi creativi vengano visti con sospetto.

Dobbiamo francamente ammettere che viviamo in un momento storico particolare in cui la cultura ha bisogno di una ricostruzione dalle fondamenta, non essendo più valida la premessa greco-cristiana, alla quale per secoli siamo rimasti aggrappati. Da Nietzsche in poi abbiamo sfiduciato l’episteme, cioè quel sapere stabile, immutabile, quei valori che hanno da sempre guidato la nostra vita. Per questa opera di ricostruzione, dunque, può esserci qualcuno che oggi ritiene di poter fare a meno dei soggetti creativi, degli innovatori, dei portatori di nuove speranze, di progetti, di idee, per il futuro che ancora non possiamo nemmeno immaginare?

Certo è che il pensiero filosofico odierno, spianando la strada alla tecnologia con la rimozione del limite etico, morale, religioso, imposto da una Verità assoluta e immutabile (si ricordi la voce di Nietzsche: Dio è morto), per cui lo scienziato si sente libero nella sua ricerca e capacità creativa, per esempio sui problemi del fine vita, della clonazione, della manipolazione genetica, ecc. Ma al tempo stesso esso si trova dinanzi alla ricostruzione di una nuova etica, di cui nessuno riesce a intravedere i contorni.

Riflettendo sulla storia dell’umanità, possiamo solo prevedere che l’etica dovrà essere sempre presente e rispecchiare quello che in termini comuni si dice la moda, il clima, il costume, il modo di vivere di una società, non potendo tutto affidare alla tecnologia, pur se questa promette la felicità, perché tale felicità, avendo bisogno di continua conferma, non è priva di angoscia e di paura per l’uomo, che a ogni passo temerà di perderla.

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