La “critica”, come professione settoriale di arte, cinema, letteratura, tra la percezione sensoriale e l’elaborazione intellettuale
di Riccardo Rescio
Ogni critico, per quanto animato da integrità intellettuale e da una solida preparazione, combatte una battaglia persa in partenza contro un avversario insidioso e onnipresente: la propria vulnerabilità indotta.
Questo stato di condizionamento permanente non costituisce una colpa, ma una caratteristica intrinseca e ineliminabile della sua funzione.
La sua lente interpretativa non è mai perfettamente trasparente, presentando impercettibili, ma decisive, distorsioni generate da una costellazione di preconcetti, influenze culturali, educazione e persino da un inconscio agglomerato di esperienze personali.
Anche agendo nella più assoluta buona fede, il critico rimane un prodotto della sua epoca, del suo ambiente sociale e del suo personale sentire, elementi che agiscono come un filtro inevitabile sul materiale che si accinge a valutare.
La sua mente assomiglia a una stanza le cui pareti sono state dipinte con colori di cui egli stesso ignora l’intensità, tingendo così ogni oggetto che in essa viene osservato.
Questa vulnerabilità sistemica si traduce in un paradosso insormontabile per chi attribuisce alla critica un’aura di assoluta attendibilità. L’attendibilità, in senso proprio, implica la capacità di un’affermazione di essere verificata, confutata e condivisa attraverso parametri comuni e ripetibili.
Il giudizio critico, per sua stessa natura, sfugge a questa logica.
Le considerazioni personali che formula, per quanto brillantemente argomentate, rimangono dei fenomeni unici e irripetibili, legati alla singolarità della sua coscienza.
Non esiste un laboratorio in cui poter verificare oggettivamente se un film sia profondamente commovente o sentimentalmente banale, se un romanzo risulti genialmente caotico o strutturalmente confusionario.
Questi giudizi risiedono nel regno dell’esperienza soggettiva, un territorio dove non è possibile tracciare mappe universali. Due critici di uguale competenza possono legittimamente giungere a conclusioni diametralmente opposte sullo stesso opera, e entrambe le posizioni potranno apparire, nei rispettivi contesti, ugualmente valide e supportate da ragioni.
La figura del perito, in questo contrasto, emerge con una lucidità ancora maggiore. Mentre il critico naviga l’oceano aperto e tempestoso delle interpretazioni, il perito opera nel porto sicuro dei protocolli.
La sua affidabilità non risiede nell’essere immune da errori, ma nel fatto che il suo operato può essere sottoposto a scrutinio e replicato da qualsiasi altro esperto del settore, applicando gli stessi identici parametri. L’autenticità di un manufatto o la causa di un guasto meccanico sono quesiti che ammettono una risposta definitiva, o quantomeno probabile in base a evidenze fattuali.
La grandezza di un’opera d’arte, al contrario, è un interrogativo che ammette infinite e legittime risposte, nessuna delle quali può vantare un diritto di primogenitura sulla verità.
Ridimensionare l’attendibilità della critica non significa sminuirne il valore, bensì liberarla da un peso che non le appartiene e restituirle la sua autentica missione.
Il suo scopo non è emettere sentenze inappellabili, ma generare un dialogo, stimolare la riflessione e arricchire la percezione del pubblico offrendo un punto di vista informato, sebbene parziale. Smascherare la sua intrinseca soggettività significa invitare il fruitore a un atto di libertà: quello di accogliere le argomentazioni del critico non come dogmi, ma come stimoli per costruire una personale e consapevole esperienza estetica.
La critica, privata della pretesa di un’obiettività che non potrà mai possedere, ritrova la sua più alta dignità, non come arbitro del gusto, ma come compagno di viaggio nell’interpretazione, sempre fallibile eppure sempre necessaria, del multiforme spettacolo della cultura.