IL PENSIERO MEDITERRANEO

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“La cucina italiana diventa Patrimonio dell’Umanità: un riconoscimento che nasce nelle case e parla al mondo”

Riconoscimento cucina italiana

di Antonio Pistillo

Il 10 dicembre 2025, alle ore 10:44 italiane, a New Delhi il Comitato intergovernativo dell’Unesco ha espresso un “sì” destinato a segnare un’epoca: la cucina italiana entra ufficialmente nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.
È un momento storico.
Non viene riconosciuto un piatto, una ricetta o un disciplinare, ma un modo di vivere, un sistema culturale fatto di gesti quotidiani, relazioni, ritualità condivise. Una dimensione che l’Unesco definisce “pratica sociale”, e che noi italiani conosciamo bene come cucina degli affetti.
Un mosaico fatto di comunità, biodiversità e memoria La cucina italiana non è un modello unico e immobile. È un mosaico dinamico di cucine regionali, locali, familiari: un organismo vivente che cambia, si adatta, accoglie, innova senza tradire le radici.
Nel dossier presentato all’Unesco — “La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale” emerge un concetto centrale: il valore della biodiversità. È la terra che parla nei nostri piatti.
È la cicoria del Sud che racconta il mare e il vento. È il risotto ai bruscandoli che narra la pianura.
Sono gli uliveti secolari che definiscono il paesaggio mediterraneo.
E nel Mediterraneo, culla di scambi e contaminazioni, il cibo diventa linguaggio comune. La cucina italiana non si chiude: dialoga, ascolta, si arricchisce. È un ponte. La cucina degli affetti: la nostra vera identità Il riconoscimento dell’Unesco non celebra soltanto la qualità gastronomica. Celebra un modo di stare insieme.
La tovaglia che si macchia, il ragù che sobbolle per ore, il pane che passa di mano in mano, la discussione ironica sulle ricette “originali”, la convivialità che diventa cura.
Sono questi gesti che fanno della cucina italiana un patrimonio vivo.
E soprattutto un patrimonio di tutti, non dei soli chef o degli accademici: delle famiglie, degli agricoltori, dei pescatori, degli artigiani del gusto che ogni giorno tengono in vita questa identità.
Un impegno, non un trofeo.
Il riconoscimento non va inteso come un marchio di superiorità.
Anzi: come ricorda lo storico Massimo Montanari, è un invito all’umiltà culturale. La cucina italiana è ciò che è grazie alle molte culture che l’hanno attraversata.
Ora spetta all’Italia proteggere questo patrimonio, investendo in:
educazione alimentare,
musei del gusto,
archivi della memoria culinaria,
sostegno alle filiere agricole,
promozione delle pratiche sostenibili,
ricerca e trasmissione intergenerazionale.
Ogni sei anni dovremo dimostrare all’Unesco come stiamo preservando questo sapere. È un patto con il futuro, non un punto di arrivo.
Una nuova arma contro l’Italian sounding Il riconoscimento offre anche uno strumento culturale contro il fenomeno dell’Italian sounding. Oltre alle Dop e alle Igp, ora la nostra tradizione culinaria è protetta da un sigillo internazionale che rafforza la lotta a falsificazioni e appropriazioni improprie.
Ma la battaglia più importante non è contro i prodotti falsi: è contro la riduzione della nostra cucina a stereotipo turistico, a folklore da cartolina. Un brindisi che diventa responsabilità Oggi, in tutta Italia, si brinderà a questo traguardo.
Un brindisi meritato, costruito da secoli di saperi tramandati, da mani che impastano, raccolgono, pescano, cucinano.
Ma più del brindisi conta la promessa: continuare a meritarlo.
Continuare a difendere la terra,
a rispettare le stagioni,
a tramandare i gesti,
a innovare senza dimenticare,
a rendere il cibo uno strumento di inclusione e non di divisione.
Una verità semplice, più forte di ogni riconoscimento.
Da oggi la cucina italiana è patrimonio dell’umanità.
Ma e questo l’Unesco non può scriverlo resta prima di tutto patrimonio di chi ogni giorno si mette a tavola.
Di chi prepara.
Di chi condivide.
Di chi accoglie.
Di chi crede, come noi del Pensiero Mediterraneo, che il cibo sia cultura, identità, dialogo.
E soprattutto, futuro.


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