IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La cultura sotto assedio: quando la memoria diventa propaganda e il sapere una merce

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di Pompeo Maritati

C’è una notizia che raramente conquista le prime pagine dei giornali, che difficilmente apre i telegiornali e che quasi mai genera le accese discussioni che accompagnano la cronaca politica quotidiana. Eppure è una delle questioni più importanti del nostro tempo: la progressiva perdita di autonomia della cultura. Non si tratta di un fatto improvviso, né di una congiura orchestrata da oscuri poteri. È piuttosto un processo lento, quasi impercettibile, che da alcuni decenni attraversa gran parte delle società occidentali e che sta modificando profondamente il rapporto tra cittadini, conoscenza, memoria storica e potere.

La cultura, almeno nella sua concezione più nobile, ha sempre rappresentato uno spazio di libertà. Un luogo nel quale le idee potevano essere discusse, confrontate, criticate e rinnovate. La cultura autentica non è mai stata una semplice raccolta di nozioni, ma uno strumento di emancipazione individuale e collettiva. Attraverso la cultura gli uomini hanno imparato a interrogare il potere, a mettere in discussione le verità ufficiali, a comprendere il passato e a immaginare il futuro.

Oggi questo ruolo sembra progressivamente indebolirsi. La cultura appare sempre più spesso subordinata a interessi politici, economici e mediatici che ne condizionano contenuti, finalità e linguaggi. In molti casi non viene più considerata un valore in sé, ma uno strumento da utilizzare per raggiungere obiettivi estranei alla sua natura.

Uno degli aspetti più evidenti di questa trasformazione riguarda il rapporto tra cultura e politica. La storia insegna che il potere ha sempre cercato di influenzare la produzione culturale. Dai faraoni dell’antico Egitto agli imperatori romani, dai monarchi assoluti ai regimi totalitari del Novecento, ogni forma di potere ha compreso l’importanza della narrazione storica e simbolica.

La novità del nostro tempo è che tale influenza si manifesta spesso in forme più sottili. Non assistiamo necessariamente alla censura esplicita o alla repressione delle idee dissidenti. Piuttosto osserviamo una progressiva selezione delle memorie da valorizzare e di quelle da marginalizzare. Alcuni eventi vengono continuamente celebrati, altri dimenticati. Alcune figure storiche vengono trasformate in eroi impeccabili, altre ridotte a caricature.

La storia, che dovrebbe essere una disciplina critica fondata sulla ricerca e sulla verifica delle fonti, rischia così di diventare un terreno di scontro ideologico permanente. Ogni schieramento politico tende a costruire una propria memoria selettiva del passato, enfatizzando gli episodi favorevoli alla propria visione del mondo e minimizzando quelli che potrebbero metterla in discussione.

Non è difficile trovare esempi. In numerosi Paesi europei e americani assistiamo a continue controversie sui programmi scolastici, sui monumenti pubblici, sulle intitolazioni delle strade, sulle celebrazioni nazionali e perfino sull’interpretazione di eventi accaduti secoli fa. La storia viene utilizzata come una riserva simbolica da cui attingere argomenti per le battaglie del presente.

Il rischio è evidente. Quando la ricerca storica cede il passo alla convenienza politica, la memoria collettiva perde credibilità e diventa uno strumento di propaganda. Invece di aiutare i cittadini a comprendere la complessità del passato, si offre loro una rappresentazione semplificata e spesso funzionale alle esigenze elettorali del momento.

Accanto alla pressione politica esiste poi una forza forse ancora più potente: il mercato. Negli ultimi quarant’anni il criterio economico ha progressivamente invaso ambiti che in passato venivano considerati relativamente autonomi. Scuola, università, editoria, musei, spettacolo, ricerca scientifica e persino il patrimonio artistico sono stati sempre più valutati secondo parametri di redditività.

La domanda che spesso guida le decisioni non è più: “Qual è il valore culturale di questa iniziativa?” ma piuttosto: “Quanti visitatori porterà? Quanto renderà? Quale ritorno economico produrrà?”

Naturalmente sarebbe ingenuo ignorare le esigenze finanziarie. Musei, biblioteche e istituzioni culturali hanno bisogno di risorse per sopravvivere. Tuttavia esiste una differenza sostanziale tra sostenibilità economica e subordinazione al profitto. Quando il successo commerciale diventa il principale criterio di valutazione, la cultura rischia di trasformarsi in un semplice prodotto di consumo.

Il settore editoriale offre un esempio particolarmente significativo. Negli ultimi decenni il mercato del libro ha conosciuto profonde trasformazioni. Da una parte si registra una produzione editoriale enorme, con decine di migliaia di nuovi titoli pubblicati ogni anno. Dall’altra il numero dei lettori forti rimane relativamente limitato. Secondo diverse indagini statistiche europee, una quota consistente della popolazione legge pochissimi libri durante l’anno o non ne legge affatto.

In questo contesto gli editori sono spesso spinti a privilegiare opere che garantiscano risultati immediati. Cresce così il peso dei fenomeni editoriali costruiti attorno alla visibilità mediatica, mentre diventa più difficile sostenere autori emergenti, saggi specialistici o opere che richiedono tempi lunghi di maturazione culturale.

Un discorso analogo riguarda il mondo dei musei. Negli ultimi anni molte istituzioni hanno registrato aumenti significativi dei visitatori grazie a strategie di comunicazione sempre più sofisticate. È certamente positivo che milioni di persone frequentino musei e siti archeologici. Tuttavia emerge talvolta la tentazione di privilegiare l’evento spettacolare rispetto alla ricerca scientifica, la mostra mediaticamente accattivante rispetto al lavoro di conservazione, il marketing culturale rispetto all’approfondimento.

L’Italia rappresenta un caso emblematico. Possiede uno dei patrimoni artistici e archeologici più ricchi del pianeta e negli ultimi anni ha investito risorse significative nel recupero di siti storici, musei e aree monumentali. I grandi progetti di restauro hanno restituito al pubblico importanti testimonianze del passato. Tuttavia le risorse disponibili restano spesso insufficienti rispetto all’immensità del patrimonio da tutelare. Molti piccoli musei, archivi e biblioteche sopravvivono grazie alla dedizione di personale sottodimensionato e a finanziamenti limitati.

Accanto a queste difficoltà emerge un fenomeno ancora più insidioso: la progressiva confusione tra cultura e intrattenimento. Non tutto ciò che genera attenzione mediatica può essere definito automaticamente cultura. Eppure assistiamo sempre più spesso all’attribuzione di una dignità culturale a prodotti che hanno come unico obiettivo l’audience, il profitto o la provocazione.

La parola cultura è diventata una sorta di contenitore universale nel quale può essere inserito quasi tutto. Programmi televisivi costruiti sulla spettacolarizzazione del conflitto, contenuti digitali privi di qualsiasi approfondimento, fenomeni virali destinati a scomparire nel giro di pochi giorni vengono frequentemente presentati come espressioni culturali.

Non si tratta di difendere una visione elitaria del sapere. La cultura popolare ha sempre avuto una sua dignità e spesso ha prodotto opere di straordinario valore. Il problema nasce quando viene meno ogni criterio di distinzione qualitativa. Se tutto è cultura, allora nulla lo è davvero.

Questa deriva produce conseguenze profonde sul piano educativo. Le nuove generazioni crescono immerse in un flusso continuo di informazioni, immagini e stimoli. Hanno accesso a una quantità di contenuti impensabile per le generazioni precedenti. Tuttavia la disponibilità di informazioni non coincide automaticamente con la formazione culturale.

La conoscenza richiede tempo, concentrazione, capacità critica e confronto con la complessità. Richiede anche la disponibilità ad accettare dubbi e contraddizioni. Una cultura ridotta a consumo rapido tende invece a privilegiare la semplificazione, l’emozione immediata e il giudizio istantaneo.

Non sorprende quindi che molte istituzioni educative segnalino crescenti difficoltà nella comprensione di testi complessi, nella capacità di argomentazione e nella conoscenza storica di base. Non si tratta di un declino irreversibile dell’intelligenza collettiva, ma del risultato di un ecosistema comunicativo che premia la velocità rispetto alla profondità.

Di fronte a questo scenario sarebbe facile cedere al pessimismo. Molti osservatori descrivono il presente come un’epoca di decadenza culturale irreversibile. Eppure una simile conclusione sarebbe probabilmente affrettata. La storia insegna che la cultura possiede una straordinaria capacità di rigenerazione.

Esistono ancora numerosi anticorpi sociali e culturali che potrebbero contribuire a invertire la tendenza. Il primo è rappresentato dalla scuola e dall’università, nonostante tutte le difficoltà che attraversano. Ogni giorno migliaia di insegnanti, ricercatori e studenti continuano a svolgere un lavoro silenzioso di trasmissione del sapere e di costruzione del pensiero critico.

Un secondo anticorpo è costituito dalle biblioteche, dagli archivi, dalle associazioni culturali e dalle piccole realtà editoriali indipendenti. Pur disponendo spesso di risorse limitate, questi soggetti mantengono vivo uno spazio di confronto libero dalle logiche puramente commerciali.

Un terzo elemento di speranza proviene paradossalmente dalla stessa tecnologia che molti considerano una minaccia. Internet ha certamente favorito la diffusione di contenuti superficiali, ma ha anche reso accessibili patrimoni documentari, biblioteche digitali, corsi universitari e strumenti di conoscenza che in passato erano riservati a una minoranza.

Esiste poi una crescente domanda di autenticità. Molti cittadini mostrano segni di stanchezza nei confronti della comunicazione urlata, delle semplificazioni ideologiche e dell’intrattenimento permanente. Si osserva una rinnovata attenzione verso la storia, la filosofia, la divulgazione scientifica e le grandi questioni etiche. Il successo di festival culturali, incontri pubblici e iniziative di approfondimento dimostra che esiste ancora una parte significativa della società interessata a comprendere il mondo oltre gli slogan.

Forse il vero nodo della questione non riguarda la sopravvivenza della cultura, ma la sua capacità di conservare autonomia. Una cultura completamente subordinata alla politica rischia di diventare propaganda. Una cultura completamente subordinata al mercato rischia di trasformarsi in merce. In entrambi i casi perde la propria funzione essenziale: aiutare gli individui a pensare con la propria testa.

La speranza risiede proprio nella difesa di questa autonomia. Non attraverso nostalgie sterili o atteggiamenti elitari, ma mediante la costruzione di spazi nei quali la complessità possa ancora trovare cittadinanza. La cultura non deve necessariamente essere redditizia, né deve servire una parte politica. Deve prima di tutto contribuire alla formazione di cittadini consapevoli.

Resta dunque una domanda finale. Esistono ancora motivi per non disperare? Probabilmente sì. Ogni volta che un giovane scopre il piacere della lettura, ogni volta che un insegnante accende una curiosità intellettuale, ogni volta che una biblioteca resiste alla marginalizzazione, ogni volta che una rivista culturale continua a pubblicare articoli di approfondimento anziché inseguire esclusivamente il traffico facile, si manifesta una forma di resistenza civile.

Forse gli anticorpi non sono forti come vorremmo. Forse sono frammentati, silenziosi e poco visibili. Ma esistono. E la storia insegna che spesso le grandi rinascite culturali nascono proprio da minoranze tenaci che rifiutano di arrendersi all’impoverimento del pensiero. Se c’è una speranza per il futuro, essa risiede nella capacità di queste energie diffuse di riconoscersi, collaborare e tornare a considerare la cultura non come una merce, non come uno strumento di propaganda, ma come uno dei fondamenti stessi della libertà umana.

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