IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

La Felicità Interna Lorda nel Mondo di Pompeo Maritati

Se mettessimo da parte il PIL dando più spazio al FIL gli individui diverrebbero un po’ più umani

La miopia con cui guardiamo il rapporto che ci lega con il nostro prossimo, spesso non ci fa godere della vera Felicità, in quanto ricercata nei luoghi sbagliati.

La Felicità è intorno a noi, nelle piccole cose, negli affetti familiari, nell’amicizia, nel rispetto del mondo che ci circonda, basta aprire le braccia e accoglierla.

Ed io spero con queste poche pagine di abbracciarvi e di augurarvi di riabbracciare la Felicità.

Introduzione alla Felicità

La Felicità è un vocabolo che in questi ultimi tempi pare sia diventato obsoleto. Facendo una veloce ricerca sull’immensa biblioteca mediatica di Wikipedia, rileviamo questa definizione:

Seppure ogni singola emozione sia importante e permetta a chi la sperimenta di sentirsi vivo, l’uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni ed emozioni che lo facciano star bene e lo appaghino, in una parola è alla ricerca di quello stato emotivo di benessere chiamato felicità”.

Quindi possiamo asserire che la Felicità è quello stato emozionale che l’individuo prova quando sta bene. Ě questo “star bene” che non è facile definire e soprattutto “quando?” Non va trascurata la capacità individuale di saper, a nostra volta, capire se l’emozione che stiamo vivendo è “vera felicità”.

Si è felici perché la persona amata ricambia i nostri sentimenti;

si è felici perché si è venuti fuori da un preoccupante malessere fisico;

si è felice perché, soprattutto oggi, si è trovato un posto di lavoro;

si è felici perché il proprio lavoro viene apprezzato;

si è felici perché un nuovo essere umano, nascendo ci tende la propria manina;

si è felici perché si è consapevoli di avere intorno persone che ci amano.

In poche parole si può essere felici per tanti innumerevoli motivi che dipendono dalla caratteristica caratteriale dell‘individuo.

Una mia sensazione di Felicità, per qualcun altro può risultare indifferente.

Altro aspetto, di non facile soluzione è stabilire quale sia la felicità vera da quella effimera.  

La felicità, come abbiamo detto, è una percezione emotiva ed è diversa tra gli individui e dipende, inequivocabilmente e inesorabilmente dal livello culturale del soggetto e del gruppo sociale a cui appartiene. Quanto più il gruppo è meno acculturato, tanto più è facile essere felici.

A proposito mi viene in mente (ironicamente) quel vecchio modo di dire, quando si voleva sfottere un amico: “beato te che non capisci niente”. Si attribuisce uno stato di beatificazione mentale a coloro che, secondo il nostro parere, non possedendo la conoscenza, vivono e sguazzano bene nell’ignoranza.

Da questa affermazione scaturisce un costrutto un po’ antipatico, difficile da digerire, ovvero che la cultura possa generare infelicità o quanto meno rendere più difficile il percorso per raggiungere la felicità. Per certi versi è proprio così. La conoscenza delle difficoltà oggettive, la partecipazione attiva e consapevole alla quotidianità, in quanto possessori di un bagaglio informativo al di sopra della media, rallenterebbe il processo formativo della felicità o laddove raggiunta, avrebbe questa, una intensità più blanda. Aspetto, quest’ultimo, che scaturisce dalla presa di coscienza di quanto la nostra società, anziché evolvere socialmente, è paurosamente degradata nell’esasperato materialismo. Si è più o meno felici in rapporto alla propria capacità di saper dare delle personali valutazioni ad aspetti della vita, il cui valore dipende dalle proprie esperienze.

Ho sin qui cercato di dare forma alla Felicità Soggettiva che si prova in vari momenti della propria vita per aspetti circoscritti alla propria sfera individuale. Esiste, però, secondo me, un’altra Felicità, quella derivante dalla consapevolezza di vivere in un contesto sociale dove l’individuo si sente parte integrante, non perché ci è nato e vissuto ma perché l’insieme dei servizi, il livello culturale ed economico non lo rendano un emarginato, in poche parole un cittadino di serie B. E quando dico cittadino di serie B ritengo di esprimere un giudizio alquanto ottimistico, visto che le categorie sociali, a volte, riescono ad andare nel fondo dell’elenco delle lettere dell’alfabeto.  

Esiste, paradossalmente, un’altra dimensione della felicità, rappresentata da quell’insieme di valori, la cui dimensione è inversamente proporzionale alla conoscenza. Non c’è bisogno di storcere il naso se non siete d’accordo con questa mia affermazione. L’individuo privo di conoscenza, ovvero scarsamente acculturato, si accontenta di poco. Spesso non conosce i suoi diritti e si è assuefatto al suo stato da non mirare ad una condizione migliore. Angherie e abusi vengono agevolmente superati con il soddisfacimento dei bisogni primari, quali vitto, alloggio e un po’ di buona salute. D’altronde come non ricordare quel vecchio proverbio che recitava, che bastava la salute per superare ogni problema. Sarebbe meglio dire che questo torpore psicologico, veniva espresso con sincera convinzione, in quanto uno stato di salute buono, poteva sopportare meglio l’ingiustizia. Ovviamente ciò era consentito e propiziato dall’ignoranza. Diciamocelo chiaramente: un motto utile per prendersi per i fondelli da soli.

Da ciò scaturisce un nuovo ordine mondiale, che pare stia condizionando il processo di organizzazione economico e soprattutto sociale della società dei giorni nostri. Procedere con perversa intelligente astuzia, verso un appiattimento culturale, attraverso processi di manipolazione informativa, atta ad abbassare il livello culturale della massa e di conseguenza la loro capacità di contestare l’ingiustizia.

A questo punto, ma di questo ne riparleremo in seguito, s’innesta parallelamente un altro aspetto iniquo e perverso, anch’esso legato alla lenta ma costante riduzione dei diritti sociali acquisiti in questi ultimi due secoli di storia. Un vero a proprio smantellamento, lento, progressivo ma altrettanto efficace, atto a ridurre il sostegno sociale delle fasce più deboli della popolazione. D’altronde non possiamo negare che questo processo non sia sotto i nostri occhi e che sia incontestabile affermare che la classe media sta scomparendo, lentamente assorbita da quella inferiore, trasferendo la propria ricchezza a quella superiore.

Siamo entrati da quasi due decenni nel terzo millennio e anziché procedere verso una società paritaria, concetto e finalità sublime del pensiero sociale dei due secoli passati, si è invece prepotentemente avviata una involuzione. Quello che una volta era definito il diritto al lavoro, oggi questo si è trasformato in una aspettativa, che non dipende più da scelte di ordine politico, ma dall’ esclusiva convenienza economico-finanziaria. Il potere politico ha da tempo oramai abdicato a favore di quello della finanza, la quale imperversa incontrastata, applicando asetticamente un’alchimia finanziaria e monetaria il cui risultato, altro non è che l’”utile”, che è diventato più importante dello stato di salute sociale di interi popoli. Peggiore del perseguimento dell’utile, rappresentato dalla produttività e redditività esasperata, è la speculazione finanziaria. Ingenti masse di liquidità monetaria, conseguente al facile arricchimento di pochi, favorito da un sistema di sfruttamento legalizzato, consente di fare il bello e il cattivo tempo economico in varie aree del mondo, spostandosi secondo dove più spira il vento speculativo 

Anche di questo, in seguito, avremo modo di approfondire le macroscopiche storture di un sistema che molti definiscono capitalista, mentre io in disaccordo con loro, lo ritengo solo “la nuova moderna dittatura travestita da finanza”. Basta volgere lo sguardo a est del Mediterraneo, alla Grecia, al suo Popolo, letteralmente sottoposto ad una vera e propria dittatura finanziaria da parte della Troika[1]. Un comportamento subdolo, antieuropeistico, posto in essere proprio da coloro che asseriscono, ipocritamente, falsamente, di perseguirne lo spirito unitario. Christine Lagarde, ex direttrice del Fondo Monetario Internazionale nonché grande fautrice della politica del rigore applicata al popolo greco, da pochi giorni alla guida della banca Centrale Europea, avendo Mario Draghi, concluso il suo mandato, ha asserito, dopo 12 anni di lacrime e sangue, che quella politica è stata sbagliata.

Una sincera ammissione di colpa ma che comunque mi fa dubitare sulla sua reale capacità di condurre una istituzione così importante e delicata quale la BCE.   Una Europa Unita che consente, aldilà delle politiche giuste o sbagliate poste in essere dai precedenti governi ellenici, che un popolo venga privato dei servizi essenziali, quali sanità, istruzione, comunicazioni, solo per il raggiungimento di obiettivi economici/finanziari, lo ritengo iniquo. Trovo tutto ciò anacronistico, condividendo, per certi versi, la definizione che è stata data a questa politica, ovvero una economica finanziaria da IV Reich, ovvero il ritorno del nazismo travestito da finanza.

Tornando sul concetto della determinazione culturale della felicità, la risultanza delle nostre osservazioni, ci porta a determinare che la troppa conoscenza dovrebbe favorire la partecipazione e il coinvolgimento degli individui nel processo di sviluppo economico determinando la giusta politica. Il processo inverso, di conseguenza, produce una politica sottomessa al potere finanziario, in quanto culturalmente ed eticamente non orientato verso l’auspicato processo di equa distribuzione della ricchezza. L’appiattimento culturale di cui dicevamo, in essere da alcuni decenni, non ha permesso alla politica di svolgere il suo vero ruolo, avendolo abdicato ai poteri forti delle lobbies.     

Non ho citato ancora quel tipo di felicità che viene ricercata sempre più raramente, vista l’individuale indifferenza verso i problemi del prossimo che ci circonda, che è rappresentata dall’emozione di aver contribuito, attraverso la solidarietà, a rendere felici altri individui.  Trattasi questa di una Felicità poco frequentata, ma che della quale il mondo del XXI secolo pare ne abbia uno spasmodico bisogno.

E’ qui che vorrei illustrare la mia personale convinzione, che la nostra società sta vivendo ancora un periodo che definirei preistorico alla “globalizzazione della solidarietà”. Oramai tutto ciò che riguarda la nostra sopravvivenza sulla terra è globalizzato. Consumiamo prodotti che ci rivengono da tutte le parti del mondo; ci spostiamo per turismo, lavoro e studio in ogni angolo remoto di questo pianeta. E, nonostante tutto ciò vaste aree del mondo ancora oggi vivono nell’indigenza, una indigenza consapevole, ovvero conosciuta e per certi versi anche pilotata ad uso e consumo dei poteri forti. La solidarietà ancora oggi viene vista come un atto di generosità lasciato alla spontanea sensibilità caritatevole del singolo individuo. Una vera e propria elemosina.

Numerosissime sono oggi le organizzazioni di volontariato nel mondo, che attraverso le donazioni spontanee ricevute, cercano di intervenire a lenire le innumerevoli quanto immense sofferenze di centinaia di milioni di individui, rappresentando, in poche parole, il solito granello di sabbia.

Vige, soprattutto nella mentalità del mondo occidentale, il concetto di meritocrazia, ovvero più sono bravo e più proficuamente partecipo al processo produttivo e ho diritto di mangiare e stare meglio. L’arretratezza economica, accompagnata di pari passo a quella culturale di varie aree del pianeta, viene vista quasi come una colpa di quelle popolazioni, che nulla hanno fatto per accelerare il processo di acculturamento e che pertanto dovrebbero ringraziarci, se qualche volta, veniamo presi da un raptus di bontà e doniamo qualche briciola caduta dalle nostre tavole.

Il concetto di solidarietà è ancora inteso nella nostra società in modo embrionale, incompleto, in quanto riferibile alla semplice elemosina: dono qualcosa, se voglio e quando voglio, senza alcun obbligo. Perché è questo che la nostra cultura, la nostra impostazione sociale ci fa credere. Un orientamento culturale che giustifica l’arricchimento intellettivo a sfavore dell’ignoranza improduttiva.

Ovviamente ce ne guardiamo bene di andare ad approfondire le motivazioni ambientali e sociali che hanno determinato l’arretratezza culturale ed economica di un popolo. Anzi, spesso, questa arretratezza è fonte dell’altrui arricchimento.

Ě qui che vorrei inserire il mio pensiero sulla solidarietà globalizzata, ovvero che non sia una collettiva azione di donazione verso chi sta peggio di noi, ma un innovativo processo culturale che cambi il modo di vedere e fare la solidarietà. Questa dovrà essere vista come il fine primario dell’esistenza dell’uomo. Non può un essere umano vivere la sua vita nell’indifferenza, sapendo che altrove suoi simili muoiono di fame. La società del domani dovrà essere impostata prioritariamente alla soluzione dei problemi primari di tutti gli individui e di questa problematica farne il proprio punto di forza. Abbiamo inserito nella nostra Costituzione, per tacitare i mercati, l’obbligo della parità di bilancio, ma ce ne guardiamo bene di inserire nelle nostre carte costituzionali l’obbligo di partecipare ad una solidarietà globalizzata. Operare con il primario fine di vedere tutti gli individui della terra vivere nelle stesse condizioni economiche e sociali. Di godere di tutti i diritti umani di cui tutti dovremo sentirci i primari protettori. Sentirci appagati per aver partecipato con il nostro lavoro, studio ecc. al benessere della collettività, dovrebbe rappresentare la vera ed unica solidarietà globalizzata.

Definitela utopia, forse avrete ragione voi, ma io spero e credo che il mondo, ripresosi da questa sbornia di egoismo e indifferenza, prima o poi comincerà a capire quanto sia errata e deleteria questa strada, che peraltro è quella che da millenni genera i soliti conflitti bellici.

Non chiedo che si diventi tutti dei buoni samaritani, ma che almeno si evitino quelle scene di grande ipocrisia, dove centinaia di milioni di persone, comodamente sedute a consumare cibo e quant’altro, quasi sempre aldilà di quanto effettivamente necessario, guardino indifferenti, servizi televisivi di altrettante centinaia di milioni persone, che non hanno nulla di cui cibarsi. Io la definisco questa situazione, l’apoteosi dell’ipocrisia dell’uomo moderno.   

La globalizzazione ha azzerato la dimensione dello spazio riuscendo a comunicare alla velocità della luce e anziché favorire la solidarietà, pare che, invece, abbia contribuito ad innalzare enormi muri d’indifferenza verso le popolazioni più disperate della terra.    

Anzi, l’abdicazione della politica alla finanza, ha consentito l’applicazione di strategie economiche che hanno prodotto un nuovo tipo di guerra che non viene combattuta con le armi tradizionali, bensì con lo stillicidio sociale: la guerra tra poveri.  Da non confondere con le guerre in corso, che a quanto pare sono numerosissime e riguardano ampie aree del nostro pianeta. Mi riferisco allo stato di disagio economico in cui oggi grandi strati della popolazione sopravvivono e dove spesso, leggi scellerate, che dovrebbero regolamentare l’attività di alcune categorie, sviluppano situazioni di litigiosità, in quanto alcuni si sentono dimenticati se non addirittura penalizzati dalle nuove norme, che in un certo qual modo vanno a favorire ceti più privilegiati.

Colpa peraltro, di un sistema sindacale inadeguato, ai limiti della credibilità, che ha da tempo smesso o meglio dimenticato quale sia effettivamente il proprio ruolo. Un sindacato che ancora oggi si spende per far ottenere incrementi salariali a determinate categorie, in presenza di una disoccupazione giovanile macroscopica, solo perché alcune di queste categorie pagano loro delle tessere, è da me ritenuto e definito “balordo” e fuori dalle logiche sociali del tempo.

Come posso, in presenza di categorie lavorative particolarmente colpite da crisi aziendali, da delocalizzazioni, portare avanti contemporaneamente lotte sindacali per far ottenere miglioramenti salariali? Questo per esempio è uno dei concetti di arretratezza mentale del sindacato. Per loro una categoria di lavoratori è un mondo a se, slegato dagli altri comparti, le cui fortune dipendono solo dall’andamento di mercato del loro settore merceologico. Se va bene, ok, tutto bene, se va male son cavoli loro e basta. E’ ancora una visione medievale del mondo del lavoro. Se sei uno statale, non ti caccerà mai via nessuno per tutto il resto della tua vita lavorativa, anche se sei fannullone e addirittura anche se fai il furbo e anche se il tuo lavoro è diventato inutile per soprannumero. Se sei un dipendente del settore privato invece, devi mettere un cero alla Madonna, affinché il tuo settore non vada in crisi, altrimenti il giorno dopo ti troveresti con il sedere per terra seduto su un marciapiede. E se penso che alcuni mesi fa hanno rinnovato il contratto di lavoro dei pubblici dipendenti, riconoscendo loro aumenti salariali, in presenza di una dilagante disoccupazione e precariato, mi viene il voltastomaco.

Forse, alla luce di quanto anzidetto, ci verrebbe quasi quasi di ritenere la felicità una qualcosa di astratto, di una vera e propria chimera, visto lo stato di degrado generalizzato della nostra società.

In queste prime pagine introduttive ho voluto costruire la scenografia della storia che andrò a raccontare, con la speranza di riuscire a trovare, dietro l’angolo di qualche parte remota della nostra esistenza quella felicità vera, duratura, che ci consenta di guardare al futuro del mondo con gioia e soddisfazione di aver partecipato a renderlo un tantino migliore.

Che sia questa la Felicità?


[1] [1] Il termine troika (dal russo тройка, trojka, terzina) è usato solitamente per indicare un triumvirato, ossia un comitato costituito da tre persone. In gergo comunitario europeo è il triumvirato composto da tecnici dell’Unione europea, della Bce e del Fondo monetario internazionale, le tre istituzioni coinvolte nei programmi di salvataggio della Grecia (ancora in corso) e di Irlanda e Portogallo (già conclusi). La troika ha il compito di monitorare il rispetto degli impegni sottoscritti in cambio dei prestiti ricevuti per uscire dalla crisi. La Lagarde, appena lasciata la Direzione del Fondo Monetario Mondiale, assumendo la carica di Governatore della Banca Centrale Europea, al posto di Mario Draghi, ha asserito che le politiche di rigore applicate alla Grecia, sono state sbagliate. Che strano affermarlo ora.

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