IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La Festa di San Giuseppe in Sicilia: riti e piatti tipici della tradizione

di Giovanni Teresi

In Sicilia la festa di san Giuseppe si presenta come un sistema di elementi rituali che si distribuiscono variamente nel corso dell’anno. Essi sono: l’accensione di fuochi, chiamati vampi, luminari, pagghiara; le questue, individuali o collettive, di denaro ma anche di grano, legumi e cibi di vario genere; la vendita all’asta dei beni alimentari questuati; il banchetto, denominato cena, tavula, artari, virgineddi, vicchiareddi, offerto alla Sacra Famiglia; la processione con il simulacro del Santo; la sacra rappresentazione della Fuga in Egitto.

Tale quadro rituale, al di là delle funzioni in senso cristiano-cattolico di alcuni suoi tratti, conferma una lettura del ciclo del San Giuseppe quale complesso festivo che ha origine in antichi riti agrari di propiziazione. L’iterata presenza di questue alimentari, i falò accesi in suo onore la vigilia del 19 marzo, le tavole sontuosamente imbandite richiamano arcaiche forme di propiziazione della fertilità della terra ampiamente documentate nelle culture antiche e nelle società di interesse etnologico.

Il banchetto offerto alla Sacra Famiglia in cui dominano le primizie di frutta e ortaggi, i legumi e i cereali, i dolci e i pani finemente intagliati in figure zoomorfe, fitomorfe e antropomorfe, conferma l’originaria valenza simbolica di tutto il complesso rituale. Esso è un rito d’inizio d’anno in cui rinascita della vita e culto dei morti sono strettamente connessi. Da qui le figure antropomorfe di alcuni pani, chiamati pupi, pupiddi, oppure a manu e a varva del Santo, consumati durante il banchetto, la presenza delle fave simbolo dei trapassati, e naturalmente delle primizie che negli antichi culti erano offerte ai morti per ingraziarseli.

La valenza vitalistica legata al cibo si rivela in modo conclamato nella dimensione orgiastica delle tavole in cui si ostentano l’abbondanza e la varietà ricchissima delle pietanze preparate in onore di San Giuseppe: il loro consumo socializzato e la loro distribuzione comunitaria costituiscono ancora oggi momento essenziale di fondazione mitica dei valori della vita. A conferma di ciò le questue di grano realizzate dalle confraternite e “comitati” del Santo, come quelle individuali di cibo e denaro, esitando nella accumulazione, ostentazione e consumo orgiastico di beni, continuano a svolgere una funzione centrale, quella appunto di garantire coesione e continuità di gruppo: esigenza oggi tanto più avvertita dalle comunità contadine in rapida trasformazione.

Significative a questo proposito appaiono le modalità di celebrazione del San Giuseppe a Salemi. Qui vengono erette, oltre al tradizionale altare, anche delle strutture in legno ricoperte di fronde di mortella e di alloro che lo inglobano a mo’ di cappelle, sulle quali si fissano in grande quantità piccoli pani lavorati a guisa di animali, frutti, fiori, vegetali, astri e altri in figura umana.

Essi vengono impastati, intagliati, infornati dalle donne. È di particolare rilievo che durante la manipolazione plastica delle forme dei pani non sia consentito ritoccare o rifare quelle mal riuscite: «chiddu chi bbeni, rici c’un si sfascia… a divuzioni, a tradizioni rici c’un si sfascia, comu veni s’hannu a lassari». Cioè quello che è stato fatto non può essere disfatto e non soltanto perché le azioni agite in un tempo sacro hanno il valore di creare la realtà. Fatto è che se le donne, plasmando le forme della vita e dell’universo, fiori, animali, astri – il sole, la luna e le stelle – si pongono come forze cosmogoniche, gli uomini nell’ordinarle si pongono come gestori del logos, dell’ordine che si contrappone al caos originario della creazione, si offrono cioè come forze cosmologiche.

Pare che la tradizione nasca da un antichissimo rito ancestrale, che coincide con l’equinozio di primavera; un tributo pagano di origine greca rivolto alla dea Demetra.

La leggenda narra che la figlia di Demetra, Persefone, fosse stata trattenuta con l’inganno dal dio Ade nelle terre dell’oltretomba e che le fosse concesso di tornare sulla terra dei vivi solo sei mesi l’anno, che coinciderebbero con le stagioni del raccolto, primavera ed estate, mesi in cui Demetra, lieta di ricongiungersi all’amata figlia, rendeva le terre degli uomini fertili e fruttifere. In cambio, essi la ringraziavano allestendo grandi tavolate ricolme dei frutti della terra. Il rito venne poi cristianizzato durante il Medioevo e rivolto alla figura caritatevole di San Giuseppe, protettore della famiglia e dei lavoratori.

Ogni città siciliana vanta una propria peculiarità, ma molti riti nella celebrazione del Santo Patriarca si ripetono in più città dell’Isola, vediamo alcune delle tradizioni più diffuse per la festa di San Giuseppe in Sicilia:

  • Il pane, che spesso si presenta nelle forme più svariate (come ad esempio gli attrezzi da falegname), è l’arcaico simbolo agrario del rinnovamento della natura ed è l’icona indiscussa della festa di San Giuseppe in Sicilia. Il pane, infatti, riveste un significato sociale, religioso e sacro; è l’emblema del lavoro umile del Santo e viene tradizionalmente benedetto durante la celebrazione eucaristica del 19 marzo.
  • La cavalcata di S. Giuseppe, una folkloristica sfilata di cavalli o muli bardati, che trainano i coloratissimi carretti siciliani della tradizione. Solitamente questi carretti riportano scene raffiguranti la Sacra Famiglia. Il rito della cavalcata rievoca la fuga in Egitto della Sacra Famiglia in cerca di accoglienza. Il percorso, in alcuni casi, è illuminato da falò (pagghiari, luminarie o vampe di San Giuseppe).
  • La calata dell’angelo prevede la scesa di un fantoccio o putto alato dal campanile della chiesa sino al sacrato, dove i fedeli esultano e inneggiano tra applausi e giochi pirotecnici.
  • L’asta dei doni votivi, aste a cui i devoti donano beni di ogni genere (solitamente frutti della terra e cacciagione) e il cui ricavato viene poi devoluto ai più bisognosi.
  • Gli altari, tavolate o mense, spesso incantevoli tesori artigianali lignei adorni di preziose e ricamate tovaglie di lino, sono ricchi banchetti, dove predominano pietanze tipiche siciliane a base di legumi, organizzati dalle famiglie del paese per i più indigenti, che secondo tradizione venivano invitati a prendere parte al banchetto insieme alla famiglia ospitante.
  • I Santi sono tre persone scelte per rappresentare la Sacra Famiglia, che in fuga verso l’Egitto cercava ospitalità. “I Santi” o “i tri pirsuni” sono solitamente interpretati da una donna nubile, un uomo sposato e un bambino di età non superiore ai 13 anni. Questi tre individui prendono parte ai banchetti organizzati nella città e in alcuni casi sfilano durante la processione, in una posizione privilegiata, accanto al fercolo del Santo.
  • Le novene in dialetto, tradizionale recita di cantilene e preghiere, litanie o canti, antiche laudi popolari in dialetto, tramandate oralmente di padre in figlio, che vengono recitate dai devoti, davanti agli altari e al Santo. Questi monologhi a soggetto sacro, in rima baciata o alternata, diventano vere suppliche di fedeli che, con passione devota e fede profonda, inneggiano alla vita del Patriarca ed esaltano la ricchezza della cena a gloria dell’Altissimo. Ogni composizione in versi, con l’incisività del dialetto e con la ritmata cadenza, esprime la forza dei sentimenti della gente isolana semplice e spontanea.

A Ribera, in provincia di Agrigento, i rituali in onore di San Giuseppe cominciano già la domenica che precede il giorno di festa con la cosiddetta “entrata dell’alloro”, ovvero una sfilata di uomini a cavallo che reggono in mano rami di alloro addobbati di nastri variopinti.

Uno degli elementi che caratterizza la festa nel paese agrigentino è la “stragula“, una torre di circa 10 metri eretta sopra un carro che porta in giro per il paese il quadro di San Giuseppe – “padre della provvidenza” – ed è ricoperta di varie forme di pane benedetto (cadduri), successivamente distribuite ai partecipanti come segno di abbondanza. Inoltre, folkloristica è la visita del gruppo di pellegrini (rappresentato da San Giuseppe, Maria e il Bambino Gesù) alle case dei devoti, dove precedentemente è stato allestito un ricco banchetto di piatti tipici siciliani, aperto anche al pubblico, tra cui spicca la tradizionale minestra di fave e finocchi.

Invece, a Bagheria (PA), con la vampa, ovvero il tradizionale falò in cui un tempo si dava fuoco alle cose vecchie, si rievoca il rito pagano che dice addio all’inverno e dà il “la” a una nuova stagione. Ma le più grandi celebrazioni dedicate al Santo si svolgono la prima settimana di agosto, mentre quelle del 19 marzo hanno un carattere prevalentemente religioso.

Il fuoco e le mense ricche e articolate si presentano, come detto, nella provincia di Trapani.