IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

La Foresta Urbana di Lecce

a cura di Maria Gabriella de Judicibus – Presidente Pro Loco Lecce

“FARE PRO LOCO” in una città come Lecce, capoluogo salentino famoso per il suo “barocco”, significa anche far scoprire e promuovere  alcuni tesori nascosti agli occhi dei visitatori occasionali che, invece,  raccontano la storia del nostro territorio molto di più di altri monumenti e siti ben noti.  La stessa Basilica di S. Croce, gioiello ammirato da turisti che ormai fanno di Lecce e del Salento la mèta più ambita d’Italia, non sarebbe mai esistita senza la “pietra” tipica di questo territorio  e senza il terribile, massacrante lavoro dei tagliapietre ed il raffinato cesello degli “scalpellini”.

 Nel cuore di Lecce, dunque, al numero civico 45 di Via San Cesario, un miracolo della natura e della buona volontà umana si svela agli occhi del visitatore: un polmone verde  che  ridona ossigeno alla città e fa proprio di una vecchia cava in disuso un vero e proprio parco naturale con circa due ettari di bosco, macchia, frutteto, deliziosi angoli fioriti.

Ingresso alla Foresta urbana. Sulla destra, il prof. Vittorio De Vitis

Si tratta della “foresta urbana”,  creatura della tenacia della sezione WWF Salento che accanto alle nutrite schiere di studenti salentini, ha accolto anche  studenti provenienti da altre regioni italiane grazie alla collaborazione tra WWF Salento e Pro Loco Lecce.  Gli studenti hanno potuto “scoprire” un esempio unico di turismo sostenibile nel Salento, attraverso un sito urbano, un tempo degradato ed ora interamente recuperato ed aperto all’interazione con i visitatori.  

Con la sapiente guida del prof. Vittorio De Vitis, Presidente della sezione WWF Salento ed “anima” del progetto e  della dott.ssa Elisabetta De Giovanni, referente P.R. di Pro Loco Lecce, studenti e studentesse hanno potuto apprendere e “toccare con mano” la storia della pietra che ha dato vita all’impareggiabile barocco leccese: una storia che inizia, appunto, dalle “tajate” o tagghiate, enormi fossati che si spalancano per ettari, nel ventre di questa roccia sedimentaria salentina, tagliata su file concentriche con la sola forza delle braccia, dall’infaticabile opera dei picconi dei “cavapietre”, gli operai che avevano il compito di scavare la pietra, lasciando alla raffinata arte degli   “scalpellini”, il compito di “ricamarla” da veri e propri artisti, trasformandola in putti, cariatidi, capitelli decorati da foglie di acanto e rose.

Parete della vecchia cava in pietra

Da una cava abbandonata, che era divenuta  una vera e propria discarica a cielo aperto,  oggi  apre le sue braccia verdi al visitatore la “foresta urbana”, esempio di ritrovata alleanza tra l’uomo e  la natura che con la sua vita rigogliosa, è riuscita a far tornare  bellezza ed armonia dove prima era incuria e degrado.

Sottobosco

Provate ad inoltrarvi in uno dei tanti sentieri che hanno nomi affascinanti come ” Via Gaia” o ” Il Giardino dei Semplici” e, chiudendo gli occhi,  vi accorgerete, con stupore, che la città è divenuta lontana anni luce e udrete solo il canto degli uccelli, lo stormire del vento tra le fronde, il crepitio delle foglie secche   nei vialetti ghiaiosi, lo scorrere lieve dell’acqua corrente…

Purtroppo, il sito ha bisogno di ulteriori migliorie: un ascensore o un montacarichi, ad esempio, per consentire di ovviare all’impervia scala scavata nella roccia  che pur nel rispetto dell’ambiente e della sicurezza ( è munita di corrimano) si presenta comunque non facilmente praticabile da persone con disabilità o anziani e altre agevolazioni che consentano di fruire dello splendido luogo in tutte le stagioni.