La forza rivoluzionaria delle riforme possibili
di Paolo Protopapa
Nell’incontro a Londra, pochi anni prima della scomparsa, tra Marx, Il comunardo socialista (poi nazionalista) Jules Guesde e i generi P. Lafargue e C. Longuet, l’anziano comunista schizzò il programma delle elezioni politiche di Parigi richiestogli da Jules Guesde.
Marx non si era certo convertito (forse lo era, invece, Guesde al marxismo!), però fu sorpreso dei risultati ottenuti dai socialisti francesi col suffragio universale. In particolare i benefici scaturiti dall’amnistia per i condannati nella rivoluzione della ‘Commune’ di 15 anni prima.
La sua casa londinese era molto frequentata, tra gli altri, da Eduard Bernstein e numerosi socialdemocratici europei, che ormai – pur mantenendo le loro gelose differenze e diffidenze ideologiche – avevano nel Moro Il punto di riferimento più importante d’Europa per lucidità teorica e autorevolezza ideologica. Una qualche attualità, mutatis mutandis, di questa lunga e tormentata dialettica politica tra rivoluzionari e riformatori – a pensarci bene – non si è mai esaurita nel dibattito pubblico dei progressisti autentici, assai diversi dai massimalisti alla moda. Magari atteggiandosi, questo purtroppo accade oggi ‘in pejus’, in populisti ed estremisti contrari ad una visione riformatrice della società. E, in questa anima inquieta, possente “coscienza infelice” del socialismo moderno, Engels ebbe un ruolo assai significativo in quel contesto culturale. Non solo perché tutte le opere giovanili marxiane (quelle fondative e formative del movimento operaio) videro i due combattenti in intensa cooperazione; ma perché Engels, almeno tendenzialmente, mitigava in parte gli aspetti più radicali e drastici di Marx. Pur potendo, talora, accadere il contrario.
Gli anni Ottanta dell’ottocento prepararono, dunque, il revisionismo teorico, che dalle socialdemocrazie transitò poi verso Labriola e Gramsci.
Il pensiero engelsiano e marxiano, seriamente revisionista e meno estremizzante, non attecchì diffusamente nel leninismo, che qui si tradusse, nella prassi stringente del Paese dei Soviet. Ed entro le cui prospettive autoritarie, accentuando tono e politiche particolarmente aspri, si impose e degenerò prima in stalinismo autoritario e dogmatico della guerra fredda e, in seguito, nella fine dell’URSS e nella miseria attuale del putinismo dispotico e aggressivo.
Riprendere questi temi e approfondire il discorso sul socialismo, articolato tra riforma e rivoluzione, in assenza e grave fragilità del soggetto storico che si plasmò come protagonista politico incarnato nel movimento operaio, può sembrare paradossale. Come delineare, infatti, una società egualitaria in assenza del suo necessario attore universale, garanzia di palingenesi etica e di rigenerazione sociale? E su quali forze e inedite energie vitali riuscire, nella presente lotta di ‘classe senza classi’ e di ‘socialismo senza socialisti’ costruire il formidabile destino della politica? Misurarsi, per formidabile azzardo, sia con la protervia populista dominante, sia con l’evanescenza dei moderati infiacchiti da una estenuante pratica del potere, è questo il compito che ci tocca. Nonostante tutto.