La giustizia tra le righe e la sanzione della sintassi

Filosofia del diritto e dispositivi ermeneutici nel magistero di Ottavio Colecchi
di Ivan Pozzoni
- La sanzione della norma e la purificazione del dato testuale
Ogni impianto teorico che pretenda di normare l’agire umano o di decifrare i codici della convivenza civile, esaminato sotto la lente del pragmatismo giuridico e del movimento Law and Literature, si rivela anzitutto come un sistema di enunciati verbali in cui la legge scritta e la parola estetica cooperano ad istituire un ordine logico o a occultare un arbitrio strutturale. Nella Napoli degli anni ’30 dell’Ottocento, un microcosmo culturale eccezionalmente vibrante, il dibattito speculativo si converte in un laboratorio ermeneutico dove la ricezione del criticismo e la filosofia del diritto non sono esercizi astratti, ma veri e propri atti di posizionamento esistenziale e politico contro le censure del potere borbonico e le strettoie dell’alto clero. Quando la critica letteraria analitica si accosta all’oggetto di studio – vale a dire l’opera e l’insegnamento di Ottavio Colecchi- si imbatte in una radicale operazione di chirurgia testuale e concettuale. Il pensatore abruzzese, autodefinitosi nel suo epitaffio tombale «erroris et improbitatis hostis impensissimus», attiva un dispositivo di purificazione semantica volto a sradicare le letture psicologizzanti e utilitaristiche del diritto e della conoscenza fino ad ancorarle alla severa purezza del dovere razionale.
I meccanismi di questa rettifica agiscono principalmente attraverso la sanzione logica delle tesi del suo grande rivale dell’epoca, Pasquale Galluppi. Dal punto di vista della pragmatica del testo, l’intervento colecchiano si configura come una demolizione degli eufemismi gnoseologici che pretendevano di istituire un rapporto ingenuo, immediato e diretto tra lo spirito e l’oggetto esterno attraverso la pura percezione (Bonnot de Condillac, Destutt de Tracy o Cabanis). Colecchi decostruisce questa illusione dimostrando che l’essenza reale dell’essere, il noumeno, resta un’incognita inconoscibile, una x logica (Ding an sich kantiana); noi cogliamo unicamente il fenomeno, cioè un dato empirico strutturato e «rivestito» dalle forme soggettive del nostro stesso io pensante («Appercezione Trascendentale»). Questa bonifica concettuale priva il diritto di qualsiasi fondamento arbitrario o naturalistico, legando la legalità formale non a una percezione empirica e contingente, ma a una ferrea architettura delle facoltà intellettuali, in cui spazio, tempo, sostanza e causa agiscono come schemi regolativi originari.
- La pragmatica dei speech acts e il framing della giustizia
Attraverso gli strumenti della filosofia del linguaggio contemporanea e della critica analitica applicata al diritto, emerge con chiarezza come il saggio filosofico non sia un canale neutro di trasmissione, ma un dispositivo volto a modificare la forza degli illocutionary acts (atti illocutori) e a ridefinire il framing (l’incastonamento ideologico) dei concetti giuridici. L’autore manipola strategicamente le strutture linguistiche per confutare la dottrina del diritto pubblico universale di Gian Domenico Romagnosi e l’utilitarismo di David Hume, accusati di piegare onesto e giusto al calcolo egoistico della felicità sociale o del vantaggio materiale. Per Colecchi, i principi del diritto e della morale non possono essere precari o flessibili; essi risiedono nella ragione legislatrice, la quale «imperiosamente comanda di fare o non fare» (Critica della Ragione Pratica di Kant). La pragmatica della legge esige uno statuto d’azione assoluto, in cui la forza performativa del dovere è tanto radicata nella natura umana da risultare evidente prima di ogni calcolo sociale, cioè un vero e proprio fatto primitivo che non ha bisogno di formule astratte.
Si consideri la citazione significativa che descrive l’evidenza immediata della virtù morale e del senso del giusto: «Propongasi in un esempio ad un fanciullo di dieci anni l’immagine della virtù pura, e si vedrà egli nel modo stesso come la mano destra dalla sinistra distingue, giudicherà sanamente della virtù e del vizio» (Colecchi, 1838). Questa affermazione introduce una netta distinzione testuale tra l’«uomo interno» (governato dalle regole etiche) e l’«uomo esterno» (governato dalle regole giuridiche e civili). Per Kant: «[…] Alle Gesetzgebung […] unterscheidet sich […] nach den Triebfedern. Diejenige, welche eine Handlung zur Pflicht und diese Pflicht zugleich zur Triebfeder macht, ist ethisch. Diejenige aber, welche das Letztere nicht ins Gesetz einschließt, mithin auch eine andere Triebfeder als die Idee der Pflicht selbst zuläßt, ist juridisch […]» (Kant, 1797); Fichte asserisce: «Der Begriff des Rechts wird keineswegs aus dem Sittengesetze abgeleitet, sondern er wird durch eine Einschränkung des ursprünglichen Vernunftvermögens selbst abgeleitet […] Das Rechtsgesetz hat mit der sittlichen Gesinnung gar nichts zu tun; es gebietet bloß, daß ein bestimmtes äußeres Verhalten stattfinde, oder nicht stattfinde, unabhängig von den Beweggründen, die den Handelnden dazu treiben» (Fichte, 1796). Tuttavia, per evitare che la legge si riduca a un’imposizione astratta, Colecchi compie un’operazione ermeneutica d’avanguardia all’interno del movimento Law and Literature, mettendo in dialogo la morale di Kant con lo storicismo di Giambattista Vico. Egli evidenzia come la legislazione, considerando «l’uomo qual è» (dominato da passioni distruttive come la forza, l’avarizia e l’ambizione), non annulli la giustizia, ma riesca a convertire questi stessi vizi materiali in virtù civili: la fortezza, l’opulenza e la sapienza, fondamenta di ogni repubblica (Colecchi, 1847). Questo accoppiamento tra testo letterario, evoluzione storica e codice giuridico anticipa le riflessioni dei filosofi contemporaneissimi della normatività e della decostruzione del linguaggio, svelando come la giustizia abiti sempre nelle pieghe della narrazione e della rettifica testuale (Jacques Derrida, Stanley Fish e Robert Cover).
- Neuroestetica della ricezione e habitus del sublime storico
Il dibattito scientifico fiorito nel venticinquennio compreso tra il 2000 e il 2026 ha radicalmente rinnovato l’approccio alla letteratura giuridica e filosofica dell’Ottocento, integrando la critica letteraria analitica con i modelli interpretativi della sociologia dell’arte, dell’antropologia e della neuroestetica. Gli studiosi di questo periodo hanno decostruito l’illusione della neutralità della forma estetica, dimostrando come le scelte linguistiche della terza critica kantiana – la Critica del Giudizio, ampiamente esplorata da Colecchi attraverso la mediazione delle opere di Friedrich Schiller- funzionino come sofisticati dispositivi di attivazione emotiva e condizionamento cognitivo. In questa prospettiva, la transizione dal bello al sublime non è un mero esercizio di stile, ma una mappatura dei processi biologici e cerebrali del soggetto investito dal trauma della storia. La storia universale viene descritta testualmente come un «conflitto delle forze naturali tra loro, e con la libertà dell’uomo», un teatro caotico che rischia di produrre nel ricevente una stimolazione angosciosa, assimilabile al disturbante (unheimlich). L’attivazione cognitiva del sublime spezza la paralisi prodotta da un «gusto ammollito» e dalle reti della sensualità: di fronte allo spettacolo delle rovine e del disordine morale – come la caduta di Cartagine o Siracusa- l’individuo riconosce la bizzarria della natura come l’immagine speculare della propria indipendenza interiore, riscoprendo la propria libertà etica. I marcatori verbali rintracciati dall’analisi microscopica testimoniano come l’arte possieda un «gran vantaggio» sulla natura: agendo nell’orizzonte dell’apparenza, essa permette di esperire la forza liberatoria del sublime senza subire le catene materiali del mondo sensibile. Si plasma così un preciso habitus di classe: quello dell’intellettuale risorgimentale, per il quale la fruizione estetica del testo letterario e la professione del diritto diventano strumenti di immunizzazione cognitiva contro i traumi della sottomissione politica.
- Frammentazione tardo–moderna e il controllo dell’alterità concettuale
Questo imponente lavoro di addomesticamento e ordinamento della complessità selvaggia dell’esperienza instaura una convergenza speculativa profonda con le riflessioni della filosofia contemporaneissima dedicate alla manipolazione dei codici culturali e alla normatività del linguaggio (Michel Foucault, Giorgio Agamben, Peter Sloterdijk o Judith Butler). Il disperato tentativo della cultura del tempo di arginare le spinte rivoluzionarie e la censura borbonica attraverso la costruzione di un sistema concettuale rigido evoca il monologo assimilatore descritto dalle odierne teorie della governamentalità biopolitica (Neoliberalismo digitale di Nikolas Rose, Thomas Lemke e Byung-Chul Han; Capitalismo cognitivo di Maurizio Lazzarato e Roberto Esposito; Necropolitica di Achille Mbembe e Rosi Braidotti). Il legislatore del testo non si limita a registrare la storicità delle forme, ma impone le proprie regole semantiche sull’alterità del reale, convertendo il disordine del mondo in un feticcio ordinato in cui la classe egemone possa specchiarsi per trovare legittimazione estetica e civile. La «leibnizzazione» del criticismo operata da Colecchi e la sua originale critica allo schematismo kantiano, interpretata dalla storiografia recente come un’anticipazione ante-litteram del Neokantianismus di Marburgo (da Cohen a Cassirer), dimostra come la filosofia del diritto napoletana della prima metà dell’Ottocento non fosse una periferia passiva, ma un centro di irradiazione teorica avanzato. Questa scuola privata, fondata in vico Papa, si rivela un dispositivo pedagogico ed eversivo di straordinaria potenza: educando lo sguardo dei giovani alle nozioni pure di giustizia e dovere morale, Colecchi prepara la struttura intellettuale di coloro che guideranno l’unificazione politica e culturale italiana, da Luigi Settembrini a Silvio e Bertrando Spaventa, fino a Francesco De Sanctis. Quest’ultimo, ereditando l’intuizione del maestro sul legame indissolubile tra arte, storia e sviluppo civile, firmerà la Storia della letteratura italiana, traducendo il magistero logico del filosofo in un monumento identitario della nuova coscienza nazionale.
Conclusioni: il riscatto della parola e la chiarezza del diritto
Per riassumere l’intera questione con maggiore chiarezza e con parole più semplici, possiamo dire che l’analisi dell’opera di Ottavio Colecchi ci mostra come la filosofia, la letteratura e il diritto siano strettamente uniti nel definire la libertà dell’uomo. Colecchi ha ripulito il pensiero del suo tempo da due grandi errori: l’idea che la giustizia sia solo un calcolo di convenienza economica o utilità pratica, e l’illusione che le nostre leggi derivino in modo passivo dall’esperienza dei sensi. Egli ha dimostrato che il concetto di bene e di giusto è un fatto originario, scritto nella stessa ragione umana, universale e comprensibile a chiunque, proprio come la capacità di distinguere la mano destra dalla sinistra. Anche quando la storia appare ingiusta, violenta e dominata dal caos, l’essere umano ha la capacità di sollevarsi sopra questa realtà materiale attraverso l’esperienza dell’arte e del sublime, riscoprendo la propria dignità e la propria indipendenza morale. In conclusione, la traduzione della filosofia in azione civile operata da Colecchi ha trasformato la parola scritta in uno scudo contro l’arroganza del potere: insegnando ai suoi allievi il rigore logico e il dovere etico, egli ha posto le basi culturali ed educative per la nascita di una società di cittadini realmente liberi.