LA LISSA

di Seia Montanelli
Mia nonna aveva una parola per tutto quello che non andava in me. La chiamava lissa. E me lo diceva spesso.
In messinese, il dialetto delle mie origini, che capisco ma non parlo, la lissa è una forma di insofferenza verso il mondo così com’è. Una piccola irrequietezza mentale, il disagio sottile di chi si aspetta sempre qualcosa di più e non riesce mai a rassegnarsi a quello che c’è. Non è rabbia, né malinconia. È qualcosa di più fastidioso e più preciso: il senso che le cose potrebbero andare diversamente, e invece vanno così.
Ho passato la vita a volere una cosa per poi scoprire che non era come l’avevo immaginata. Voglio andare in un posto, ci arrivo, e penso già al ritorno. In Sicilia no. Lì resto. Non so se accada perché la Sicilia è già imperfetta in partenza — antica, incrinata, troppo di tutto — e allora non delude mai. O perché è la mia casa, anche se non ci ho vissuto abbastanza da poterlo dire ad alta voce.
È la lissa, ripeterebbe mia nonna.
Con le persone è lo stesso. Non sono quasi mai all’altezza delle mie aspettative, e mi deludono; ma le amo comunque.
Le amo anche se.
In quell’anche se c’è la distanza tra quello che mi aspetto e quello che c’è. Compresa la scelta di restare.
Lissa viene dal greco, Λύσσα, Lýssa — figlia di Nix, la Notte, nata dal sangue di Urano. Era la dea della rabbia ardente, del furore cieco. In Euripide è una Furia che si impossessa di Eracle e lo fa impazzire; su un cratere a campana conservato a Boston si vede la stessa Lissa aizzare i cani di Atteone contro il loro padrone, rivoltare le bestie contro chi le ama.
Il messinese l’ha conservata per millenni, questa parola — è uno dei segni più vivaci del suo sostrato greco. L’ha addomesticata, le ha tolto il sangue di Urano e ci ha lasciato dentro solo il morso quotidiano. È quello che fanno i dialetti con le cose grandi: le rimpiccioliscono fino a renderle abitabili.
Il poeta messinese Pasquale Salvatore, nella silloge Tràstuli, la chiama noia — verme velenoso e senza pace, che rode notte e giorno.
È già più vicino a quello che intendo. Quella sensazione che qualcosa rimanga sempre irrisolto, che il mondo manchi per un millimetro di essere quello che dovrebbe.
Potrebbe sembrare affine al bovarismo — la malattia bella e letale di Emma Bovary, divorata dalla distanza tra sogno e realtà — o all’inquietudine di Bernardo Soares, l’abitare il disagio come una stanza in cui ha smesso di cercare la porta.
Non lo è. La lissa non distrugge e non si rassegna. Resta sveglia.
La troviamo invece nella Russia di Cechov: le sue sorelle aspettano tutta la vita di andare a Mosca, e non ci arrivano mai.
Ma è Leopardi ad averne colto, senza saperlo, il senso più fondo: il desiderio infinito che la realtà finita non può soddisfare. Ci ha costruito un’intera filosofia, un universo in cui sono la prima cittadina. La differenza è che Leopardi ne soffriva. Io, più o meno, ci ho fatto pace.
Quella parola stramba che mia nonna usava come diagnosi per i miei malumori è mito, letteratura, tormento quotidiano. E me la porto appresso da sempre.