IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

La “magia” delle coincidenze

Scritture minute dal Salento: una vita fra concomitanze (da suggestione o da fede)

di Rocco Boccadamo

Sono un ragazzo di ieri, faccio il narrastorie e, prego tenere a mente il dettaglio che segue, porto il nome di battesimo di Rocco.

Comune, anzi comunissimo mortale, per venuta al mondo e per succedersi esistenziale, tuttavia, mi sembra, ho l’impressione, in taluni momenti scivolo addirittura a nutrire una sorta di convincimento, di ritrovarmi, involontariamente e senza alcun merito, portatore privilegiato, dentro o perlomeno accanto a me e intorno alle mie azioni e vicende, di una tanto singolare quanto casuale, e comunque già mai auto impostami, caratteristica.
Cioè a dire, coincidenze o concomitanze a iosa, dalle più svariate sfaccettature, che, improvvisamente e imprevedibilmente, si parano innanzi, intrecciandosi o ponendosi a braccetto con visioni, atti, pensieri, ricordi, incontri, accadimenti, in cui mi trovo coinvolto o che mi sfiorano, tanto nel ruolo di protagonista, quanto da semplice testimone o conoscente.

Invero, ho sempre convissuto in spirito di naturalezza con tale “strana” peculiarità soggettiva, non mancando, fra una lunga serie di perché e per come, di cercare di spiegarmene le origini.

Purtroppo, sul fronte di detta indagine, non sono riuscito a riscuotere risultati concreti. Salvo che, maturando e progressivamente rafforzando una sorta di credo nell’esistenza di un legame fra i miei ripetuti impatti con incroci e sintonie inspiegabili e qualcuno o qualcosa che, sopra di me (come, del resto, per umana estensione, suppongo accada sul capo di chicchessia) preordini e renda concreti determinati o indeterminati accadimenti, indicativi, ma anche minuti e irrilevanti, e, specialmente, li ponga in intersecazione fra soggetti, scansione temporale e materia.

Posso, in certo qual modo, affermare che sono accompagnato da una sequenza di coincidenze sin dalla nascita: 16 (sedici) marzo di un calendario lontanissimo, la data del mio primo vagito; 16 (sedici) agosto, il giorno in cui si festeggia, secondo il rito della Chiesa Cattolica, il santo (Rocco) di cui reco il nome.

In età adulta, già giunto a formarmi un mio diretto nucleo famigliare, presente mia moglie, da un’anziana compaesana marittimese, donna assai pia (tutta casa e chiesa come da definizione di una volta) ho casualmente avuto a ricevere una minuscola e però indicativa confidenza.

Durante la cerimonia del mio battesimo, io in braccio alla nonna paterna, il vecchio parroco del paese, don Francesco Nuzzo, osservandomi, ebbe a dire esprimendosi in dialetto: “Senti, Nena (così si appellava la donna pia), tu che ne pensi?”. “A me, questo bambino (vagnunceddru) sembra una roba buona”.

Lungo ormai cospicui decenni, i sincronismi inconsci capitatimi sono stati davvero innumerevoli e, di conseguenza, ne serbo memoria solo in minima parte.

Primo caso, intorno a una Santa Pasqua degli anni ‘80 del secolo passato, mentre lavoravo e risiedevo a Monza, mi ero recato, unitamente alla mia famiglia, a trascorrere uno scampolo di ferie al mare di Grado, anche per contemperare e mitigare la nostalgia del lontano Adriatico natio, almeno nominalmente la medesima distesa d’acqua.

Non esistendo, all’epoca, i cellulari e avendo necessità di parlare al telefono con qualcuno, sono entrato in una cabina pubblica della località e, nel formare il numero e in attesa del collegamento, ho notato, su una parete del box, la targhetta/marchio dell’azienda costruttrice di quell’attrezzatura, che, guarda caso, era da me conosciuta direttamente, giacché cliente della filiale bancaria brianzola che dirigevo.

Sortito dalla cabina, qualche istante dopo, ho preso a sfogliare il “Corriere” di quel giorno e, vedi un po’, sulla pagina dei necrologi, ho immediatamente colto il nome del fondatore e titolare, pure a me noto di persona, di quella ditta.

Breve scambio della notizia e, ovviamente, incrocio di sguardi stupiti fra me e mia moglie.

Altra occasione, anni dopo, fine settimana a Roma, sempre in compagnia di mia moglie. Passeggiando per un quartiere mai attraversato prima e perciò sconosciuto anche sul piano della toponomastica, è successo di entrare in un bar per bere un caffè e, all’uscita, di scorgere, sulla tastiera dei residenti nel portone accanto, il nome di un collega di lavoro, poco prima accennato a mia moglie, persona che, però, non sapevo assolutamente che abitasse da quelle parti (la capitale ha qualche milione di residenti e comprende migliaia di strade e piazze).

Poco tempo fa, in uno spaccato narrativo rievocante il mio passaggio, per lavoro – nel lontano 1965 – dalla città di Firenze, mi è capitato di menzionare un giovane brillante funzionario di quella filiale, Alessandro Braconi, in seguito andato a operare presso la sede di Milano della banca.

Nel sottoporgli il mio racconto che toccava la nostra comune esperienza bancaria, ho fatto memoria del già menzionato funzionario al collega e caro amico Enrico Siena, che vive a Milano e, a suo tempo, aveva pure lui conosciuto e apprezzato Alessandro Braconi.

Enrico Siena, mi ha a sua volta riferito che il suddetto Alessandro Braconi, dopo la parentesi meneghina, si era trasferito ed era rimasto a vivere in una città svizzera.

Nel medesimo giorno del colloquio telefonico con Enrico Siena, mi è venuto di compiere una ricerca su Google, digitando semplicemente, per esteso, Alessandro Braconi.

Immediata e particolare la risposta trovata sul web, in questa circostanza non so se definirla positiva o negativa, sotto forma, ancora, di un annuncio (vero e proprio manifesto funebre) in lingua francese: “Monsieur Alessandro Braconi è deceduto a Losanna il giorno 1° novembre…, le esequie si svolgeranno a Losanna, nella cappella di San Rocco, in via San Rocco, 19”.

Va da sé, non è per nulla una notizia particolare, la partecipazione di una fine vita – evento che, inevitabilmente, toccherà a ciascuno di noi -, tuttavia, nella specifica fattispecie, al mio sentire, non poteva rimanere inosservato il corollario di quel nome, il mio, ricorrente per la chiesa e la via correlate all’ultimo saluto al defunto, la persona che avevo appena ricordato in una narrazione.

Recentemente, uscendo da una biblioteca di Lecce, ho incontrato, sulla soglia, due ragazze indossanti abiti che mi sono sembrati identici, pantaloni o leggings di colore blu scuro e giacca a vento di tonalità gialla. Spontanea e accompagnata da un sorriso, la mia domanda alla coppia: ”Ma, la vostra, è forse una divisa?”. Al che, il sorriso ha contagiato pure loro. Percorsi pochi metri nel centro storico della città, mi sono imbattuto in un’altra coppia di ragazze, queste, però, indossanti una divisa autentica, nuovissima, di recente foggia, delle Ferrovie dello Stato.

Sul filo del precedente, quasi simultaneo, incontro, naturale la mia osservazione alle due ferroviere: “Complimenti per questa bellissima mise, davvero elegante”. Con l’aggiunta allegra e scherzosa: “Mi piacerebbe che anche i servizi dei treni delle Ferrovie dello Stato nel nostro territorio fossero parimenti brillanti ed efficienti”.

Anche qui, un sorriso accanto alla replica: “Beh, le cose non vanno poi così male; intanto, almeno noi, siamo brillanti ed efficienti”.

La chiesa parrocchiale cui appartengo è affidata alle cure, ovviamente, di un sacerdote, il quale si avvale anche della collaborazione di due diaconi permanenti.

Questi ultimi, alternandosi, affiancano il titolare, specialmente durante i riti religiosi della domenica.

Pochi giorni fa, nel recarmi alla cartoleria nei pressi di casa, ho fortuitamente incontrato, prima, uno dei diaconi, di cui non conoscevo neanche il nome, e, poi, a distanza di tre/quattro minuti, l’altro, che sapevo si chiamasse Antonio.

D’istinto, ho rivolto un saluto a quest’ultimo, riferendogli di aver appena visto il suo collega.

Visibilmente stupita la meraviglia dell’interlocutore di fronte alle mie conoscenze riguardo al loro ruolo religioso, quindi l’accenno, per parte sua, in merito al nome di battesimo dell’altro collega, Luigi, e, infine, conclusione dell’insolito “a tu per tu” con le sue parole “sono infinite le vie del Signore anche in fatto d’incontri e coincidenze particolari, gloria a Lui lassù”.

Giuliana e Nino, due amabili coniugi, sono miei cari e fraterni amici.

Con lei, Giuliana, in particolare, per via della parallela o quasi età, uso sovente celiare sulla nostra condizione di “persone ormai senza tempo”.

Del tutto casualmente, ho da poco scoperto che Giuliana è nata il 18 di aprile, giorno che corrisponde, ovviamente in almanacchi diversi, alla data del mio matrimonio.

Reciproco compiacimento su tale particolare coincidenza, con l’auspicio che porti bene.

In chiusura di questi sequenziali episodi, non posso non riportare che, attraverso il matrimonio di due dei miei figli, a distanza di anni l’uno dall’altro, mi è successo di ritrovarmi con due consuoceri, residenti rispettivamente in Lombardia e nella Germania settentrionale, portanti, guarda caso, il medesimo nome di battesimo, precisamente Ermanno e Hermann.

Fra l’altro, appellativi certamente non proprio comuni.

Difatti, riflettevo ieri mattina, ho presenti solo due persone omonime.

La prima è il mio caro amico salentino Ermanno Inguscio, l’altra quel ragazzino toscano, Ermanno Lavorini, che, alcuni decenni fa, fu vittima di un clamoroso e turpe omicidio.

E, concomitanza ultima riguardo al giovanissimo scomparso, è successo che, sempre nella giornata di ieri, la RAI abbia trasmesso un breve servizio concernente il triste episodio.

Sempre, sempre, sempre, mera casualità?

19 gennaio 202

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