“La ninna-nanna de la guerra di Trilussa” lirica attuale della Letteratura Italiana
Commento di Giovanni Teresi
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
Tra le poesie sulla guerra più celebri, pungenti e spaventosamente attuali dell’intera letteratura italiana, spicca senza dubbio la Ninna nanna della guerra di Carlo Alberto Salustri, universalmente noto con lo pseudonimo anagrammatico di Trilussa. Componimento scritto nell’ottobre del 1914, alla vigilia del primo conflitto mondiale, quest’opera in dialetto romanesco non si limita a essere una semplice filastrocca infantile, ma si rivela un feroce atto d’accusa contro l’assurdità dei conflitti armati, l’avidità delle borse internazionali e la spietata ipocrisia dei potenti.
Il contesto storico e la genesi dell’opera
La genesi di questa lirica si colloca in un momento cruciale della storia moderna: l’ottobre del 1914. La Prima guerra mondiale è scoppiata da pochi mesi, innescata dall’attentato di Sarajevo, e l’Europa sta già sprofondando in un bagno di sangue senza precedenti. L’Italia, tuttavia, si trova ancora in una fase di neutralità (entrerà attivamente nel conflitto solo nel maggio del 1915). In questo clima di estrema incertezza e di accesi dibattiti tra neutralisti e interventisti, Trilussa fa sentire la sua voce fuori dal coro, pubblicando sulle colonne de Il Messaggero un’opera che smaschera le vere e inconfessabili ragioni del conflitto.
Dietro l’apparente innocenza di una “ninna nanna” cantata da un genitore per far addormentare il proprio bambino, il poeta romano nasconde una spietata analisi socio-politica. Non c’è eroismo nei suoi versi, non c’è il trionfo del vero amor patrio: per Trilussa la guerra è semplicemente un “gran giro de quatrini” orchestrato da sovrani avidi che, una volta finita la carneficina, torneranno a stringersi la mano come se nulla fosse mai accaduto, a spese del popolo sacrificato in trincea.
Significato e analisi di una delle più potenti poesie sulla guerra
Effettuando un’attenta e approfondita analisi, Trilussa ci restituisce una fotografia disincantata, cinica ma incredibilmente realista della società e della politica europea dell’epoca. Il componimento si regge su un brillante e drammatico cortocircuito emotivo: il netto contrasto tra il ritmo dolce, cullante e ipnotico tipico della ninna nanna infantile, e il contenuto atroce, violento e sanguinoso del messaggio che la voce narrante sta veicolando.
La guerra come inganno: propaganda, denaro e interessi di potere
Uno degli aspetti più moderni, sorprendenti e sconvolgenti di questa Ninna nanna della guerra di Trilussa è la lucida individuazione delle cause reali dei conflitti. Nel 1914 la propaganda di Stato lavorava a ritmi serrati per convincere i cittadini della sacralità dell’intervento armato. Il poeta, con un colpo di spugna, spazza via tutta la retorica patriottica, nazionalista o religiosa: il Dio invocato e l’ideale della “razza” non sono altro che un “riparo”, una scusa inventata ad arte per manipolare le masse e spingerle a uccidersi a vicenda. Il vero motore della macchina bellica è, nudo e crudo, il profitto economico. I versi “è un gran giro de quatrini / che prepara le risorse / pe li ladri de le Borse” rappresentano una denuncia dal sapore incredibilmente contemporaneo.
I potenti e il popolo: il sarcasmo amaro di Trilussa sul dopoguerra
L’apice del sarcasmo e della tragica disillusione si raggiunge nelle ultime due strofe della lirica. Trilussa ci ricorda che i potenti d’Europa, coloro che firmano le dichiarazioni di guerra e mandano a morire milioni di giovani soldati, non solo non combattono in prima linea sporcandosi le mani nel fango delle trincee, ma sono spesso intimamente legati o imparentati tra loro. Al termine del conflitto, questi “Sovrani macellari” si siederanno comodamente a un tavolo della pace, “senza l’ombra d’un rimorso”, per stipulare nuovi accordi commerciali e spartirsi i territori, tornando “boni amichi come prima”.
Il bersaglio finale della feroce ironia di Trilussa, tuttavia, è anche e soprattutto lo stesso popolo. Definito senza mezzi termini “popolo cojone” (ovvero ingenuo, stupido, facile da raggirare e manipolare), viene accusato di subire passivamente le decisioni dei potenti, abbassando la testa e credendo ciecamente alla vuota retorica “su la Pace e sul Lavoro” propinata, con facce di bronzo, da chi fino al giorno prima lo aveva mandato al massacro sotto i colpi di cannone.