IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La Partizione che Divise il Mondo: Geopolitica della Nascita di Israele e del Conflitto Mediorientale

di Pompeo Maritati

La storia della destabilizzazione del Medio Oriente affonda le sue radici in una decisione internazionale che, sebbene presentata come un tentativo di risoluzione pacifica, si rivelò un atto di ingegneria geopolitica miope e profondamente divisivo. Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 181, che prevedeva la partizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Questa delibera, sostenuta attivamente da Stati Uniti e Gran Bretagna, fu il culmine di decenni di tensioni, promesse contraddittorie e interessi imperiali. Per comprendere appieno la portata di questa scelta e le sue conseguenze, è necessario ripercorrere le tappe che portarono alla sua formulazione e analizzare le dinamiche che ne scaturirono.

La Palestina, dopo la Prima Guerra Mondiale, fu posta sotto mandato britannico dalla Società delle Nazioni nel 1920, in seguito alla disgregazione dell’Impero Ottomano. Già in questa fase iniziale, la Gran Bretagna si trovò a gestire una regione complessa, abitata prevalentemente da arabi palestinesi, ma oggetto di crescente interesse da parte del movimento sionista, che mirava alla creazione di una patria ebraica. Nel 1917, il governo britannico aveva emesso la Dichiarazione Balfour, in cui si dichiarava favorevole all’istituzione di un “focolare nazionale” per il popolo ebraico in Palestina, a condizione che non fossero pregiudicati i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche. Questa dichiarazione, ambigua e politicamente motivata, fu interpretata dai sionisti come un impegno concreto, mentre gli arabi la percepirono come un tradimento delle promesse di autodeterminazione fatte durante la guerra.

Durante il mandato britannico, la tensione tra le due comunità aumentò progressivamente. L’immigrazione ebraica, incentivata dalle persecuzioni in Europa e dalle politiche sioniste, crebbe in modo significativo, soprattutto negli anni ’30, quando il nazismo rese evidente la necessità di un rifugio sicuro per gli ebrei europei. Gli arabi palestinesi, che vedevano minacciata la loro terra e la loro identità, reagirono con proteste, rivolte e atti di resistenza. La Gran Bretagna, incapace di gestire il conflitto, oscillò tra concessioni agli arabi e sostegno agli ebrei, cercando di mantenere il controllo su una regione strategica, ma sempre più instabile.

La Seconda Guerra Mondiale cambiò radicalmente il quadro. L’Olocausto rese impellente la questione ebraica, e il movimento sionista intensificò la pressione per la creazione di uno Stato. Gli Stati Uniti, emergenti come potenza globale, iniziarono a sostenere apertamente la causa sionista, sia per motivi umanitari sia per calcoli strategici. La Gran Bretagna, esausta e indebolita, cercò di uscire dal pantano palestinese, rimettendo la questione nelle mani delle Nazioni Unite. Fu in questo contesto che nacque la Risoluzione 181, una proposta di partizione che assegnava circa il 55% del territorio al futuro Stato ebraico, nonostante gli ebrei rappresentassero meno di un terzo della popolazione e possedessero solo una piccola parte delle terre.

La delibera fu accolta con entusiasmo dal movimento sionista, che la considerò una legittimazione internazionale del progetto di Stato. Al contrario, il mondo arabo la respinse con forza, denunciandola come un’imposizione coloniale e un’ingiustizia storica. I leader arabi avevano avvertito le potenze occidentali che la creazione di uno Stato ebraico in Palestina avrebbe provocato una reazione violenta e duratura. Stati Uniti e Gran Bretagna, pur consapevoli del rischio, scelsero di sostenere la partizione, ritenendo che la pressione morale post-Olocausto e gli interessi strategici in Medio Oriente giustificassero la decisione.

Le conseguenze furono immediate e drammatiche. Già il giorno dopo l’approvazione della Risoluzione 181, scoppiò la guerra civile tra le comunità ebraica e araba in Palestina. Le milizie sioniste, meglio organizzate e sostenute da armi e fondi esteri, iniziarono una campagna militare per assicurarsi il controllo dei territori assegnati e, in molti casi, anche di quelli non previsti dalla partizione. Il 14 maggio 1948, David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. Il giorno seguente, cinque Stati arabi — Egitto, Siria, Giordania, Libano e Iraq — invasero il neonato Stato, dando inizio alla prima guerra arabo-israeliana.

La guerra del 1948 si concluse con la vittoria di Israele, che non solo consolidò il territorio previsto dalla Risoluzione ONU, ma ne ampliò i confini, occupando circa il 78% della Palestina mandataria. Circa 750.000 palestinesi furono costretti all’esilio, in quello che i palestinesi chiamano la Nakba, la “catastrofe”. I rifugiati si stabilirono in campi in Libano, Siria, Giordania e Gaza, dando origine a una crisi umanitaria e politica che perdura tutt’oggi. La questione dei rifugiati palestinesi divenne uno dei nodi centrali del conflitto mediorientale, alimentando rancore, instabilità e radicalizzazione.

La creazione di Israele e la sconfitta araba del 1948 segnarono l’inizio di una nuova fase geopolitica. Il Medio Oriente si polarizzò attorno alla questione palestinese, che divenne il simbolo della lotta contro l’imperialismo occidentale. I regimi arabi, spesso autoritari e in cerca di legittimità, usarono la causa palestinese per consolidare il consenso interno e giustificare politiche aggressive. Nacquero movimenti panarabisti, come quello di Nasser in Egitto, che cercavano di unificare il mondo arabo contro Israele e i suoi alleati occidentali. Allo stesso tempo, la sconfitta del 1948 alimentò la frustrazione e la radicalizzazione, favorendo l’ascesa di gruppi islamisti e nazionalisti.

Gli Stati Uniti, dopo un iniziale tentativo di mediazione, divennero il principale alleato di Israele, fornendo aiuti militari, economici e diplomatici. Questo legame, rafforzato dalla Guerra Fredda e da interessi energetici, rese Washington un attore centrale nel conflitto mediorientale, spesso percepito come parte del problema piuttosto che della soluzione. La Gran Bretagna, pur mantenendo un ruolo più defilato, continuò a influenzare la regione attraverso legami storici, economici e militari. Entrambe le potenze, consapevoli delle implicazioni della loro scelta del 1947, cercarono di gestire le conseguenze, ma spesso con politiche contraddittorie e inefficaci.

Le guerre successive — 1956, 1967, 1973 — consolidarono la posizione di Israele e approfondirono la frattura tra il mondo arabo e l’Occidente. La Guerra dei Sei Giorni del 1967, in particolare, cambiò radicalmente la mappa del Medio Oriente, con Israele che occupò Gaza, la Cisgiordania, il Golan e il Sinai. Queste occupazioni, considerate illegali dal diritto internazionale, alimentarono ulteriormente la tensione e la resistenza palestinese. Nacquero movimenti come l’OLP, guidata da Yasser Arafat, che cercavano di rappresentare il popolo palestinese e ottenere il riconoscimento dei suoi diritti.

La destabilizzazione del Medio Oriente, dunque, non fu un effetto collaterale imprevisto, ma una conseguenza diretta di una scelta geopolitica calcolata. Stati Uniti e Gran Bretagna, pur consapevoli delle reazioni arabe, ritennero che la creazione di Israele fosse un obiettivo prioritario, sia per ragioni morali che strategiche. Questa decisione, presa senza un reale coinvolgimento delle popolazioni locali e senza un piano efficace per garantire la convivenza, ha generato una spirale di conflitti, esodi, radicalizzazioni e guerre che ha segnato la storia della regione per oltre settant’anni.

Oggi, la ferita aperta della Palestina continua a sanguinare. Le soluzioni diplomatiche si scontrano con interessi geopolitici, rivalità regionali e una profonda sfiducia reciproca. I tentativi di pace, come gli Accordi di Oslo del 1993 o la Conferenza di Annapolis del 2007, hanno prodotto momenti di speranza, ma nessuna soluzione duratura. La questione palestinese è diventata un prisma attraverso cui si riflettono tutte le tensioni del Medio Oriente: la rivalità tra sunniti e sciiti, la lotta tra autoritarismo e democrazia, il confronto tra modernità e tradizione, e soprattutto il rapporto tra il mondo arabo e l’Occidente.

Israele, nel frattempo, ha consolidato la propria posizione militare, economica e diplomatica, diventando una potenza regionale con legami sempre più stretti con gli Stati Uniti e, negli ultimi anni, anche con alcuni Stati arabi, come dimostrano gli Accordi di Abramo del 2020. Tuttavia, questa normalizzazione non ha risolto la questione palestinese, né ha sanato le ferite storiche. Gaza rimane sotto assedio, la Cisgiordania frammentata da insediamenti e barriere, e milioni di palestinesi vivono ancora in esilio o sotto occupazione, privati di diritti fondamentali e di una prospettiva di futuro.

La destabilizzazione del Medio Oriente, innescata dalla delibera ONU del 1947 e dalla successiva creazione dello Stato di Israele, non può essere compresa senza riconoscere il ruolo cruciale delle potenze occidentali. Gran Bretagna e Stati Uniti, agendo in nome di interessi nazionali e pressioni ideologiche, hanno ignorato le dinamiche locali e le conseguenze a lungo termine delle loro scelte. Hanno imposto una soluzione dall’alto, senza costruire le basi per una convivenza reale, e hanno contribuito a creare un conflitto che ha travalicato i confini della Palestina, trasformandosi in una crisi globale.

La lezione geopolitica di questa vicenda è chiara: le soluzioni imposte, prive di legittimità locale e di visione storica, generano instabilità e conflitto. La pace non può essere costruita solo con risoluzioni internazionali o con trattati diplomatici, ma richiede giustizia, riconoscimento reciproco e una profonda trasformazione delle relazioni di potere. Il Medio Oriente, ancora oggi, vive le conseguenze di quella scelta del 1947, e solo affrontando le sue radici storiche sarà possibile immaginare un futuro diverso.

In conclusione, la delibera ONU propiziata da Gran Bretagna e Stati Uniti non fu semplicemente un atto di diplomazia post-bellica, ma un intervento geopolitico che ha ridisegnato il destino di un’intera regione. La creazione dello Stato di Israele in Palestina, pur rispondendo a una necessità storica e morale, fu gestita con superficialità e arroganza, ignorando le implicazioni per il mondo arabo e per la stabilità globale. Oggi, più che mai, è necessario rileggere quella storia con lucidità, non per alimentare rancori, ma per comprendere le dinamiche che ancora plasmano il presente e per costruire, finalmente, una pace fondata sulla verità, sulla giustizia e sulla dignità di tutti i popoli coinvolti.


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