IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

La pittura incantata di Giuseppe De Nittis

Immagine in Evidenza

di Gabriella Colletti

La natura, io le sono così vicino…

Quante gioie mi ha dato!

Mi ha insegnato tutto:

amore e generosità…

amo la vita, amo la natura.

Amo tutto ciò che ho dipinto.

Giuseppe De Nittis

È prestando il suo corpo al mondo che

il pittore trasforma il mondo in pittura.

Per comprendere tali transustanziazioni,

bisogna ritrovare il corpo operante ed

effettuale, che non è una porzione di

spazio, un fascio di funzioni, che è un

intreccio di visione e di movimento.

Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito

L’arte e la bellezza avrebbero cambiato il mondo, questo sognava Giuseppe De Nittis, il pittore della vita moderna. Ma la vita moderna – immortalata nella Ricerca del tempo perduto di Proust – così frenetica, fatta di salotti, innumerevoli balli, gala, impegni mondani e, poi, le incessanti ore al cavalletto finiranno con l’ucciderlo. Giuseppe De Nittis entra nella leggenda dei giovani geni morti anzi tempo. Ma, con Rilke, “muore giovane chi piace agli dèi.”

Nonostante l’amore incondizionato per la vita, nel pieno del vigore, purtroppo Peppino muore improvvisamente a soli 38 anni, colpito da ictus. Verrà sepolto al Père-Lachaise, dove riposano le spoglie dei grandi parigini. Sulla sua tomba campeggia l’epitaffio di Alexandre Dumas figlio: “Qui giace il pittore Giuseppe De Nittis morto a trentotto anni. In piena giovinezza. In pieno amore. In piena gloria. Come gli eroi e i semidei”.

Non saranno sufficienti i ritiri in campagna, a Saint-Germain-en-Laye, anche per curare i problemi alla vista che cominciano ad affliggerlo dagli anni ’80 dell’Ottocento, per cui scrive nei taccuini: “Quanti bei progetti ho per l’avvenire!”, e nell’agosto del 1884 all’amata Léontine: “Prima di tutto ce ne andremo da Parigi, dove la vita mi soffoca: Parigi distrugge tutti. E se poi, un bel giorno, mi dovessi ritrovare simile agli altri, immeschinito dall’ambizione, dalla stanchezza e dalla collera?”

Perché è quando si è stanchi che si diventa nervosi, arrabbiati, e lo spleen ti si attorciglia dentro come un serpente. Ambizione, stanchezza, collera non fanno altro che generare confusione, e non si può gioire, e non si ha mai pace. Che altro è lo spleen se non la coda di Mefistofele che si insinua in ogni progetto di felicità? La campagna, invece, è il juste-milieu, un sogno di armonia per Peppino, un arioso ritorno en plein air, un ritorno all’infanzia, nella sua Barletta fatta di cielo azzurro vasto e sovraumano, e luce. Alle vivaci scene cittadine con le belle parigine alla moda che tanta fama gli avevano dato, ora saranno luminose istantanee famigliari, fino all’ultimo capolavoro, testamento spirituale dell’artista: La colazione in giardino, presentato al Salon del 1884. Il 21 agosto 1884, Peppino muore improvvisamente nella sua casa di campagna. Nello studio, tra le molte tele incompiute, l’ultimo ritratto di Léontine, di cui esistono diverse versioni, tra cui L’amaca e Sull’amaca II. “Voglio cominciare un nuovo ritratto di mia moglie. Ella posa in un’amaca sospesa sotto gli alberi”, così Peppino aveva scritto nel taccuino. 

Che altro è l’ambizione? Sogno vano, specchietto per allodole, un’altra faccia del materialismo travestito da successo, ma vacuo come ogni materialismo. Mentre l’arte, invece, che altro è se non un riverbero di luce dove risuona la voce di Dio? L’arte non c’entra niente col mercato dell’arte. Tutta l’arte è spirituale. 

Molte le affinità di sentire fra De Nittis – il pittore della vita moderna – e il primo poeta della vita moderna, Baudelaire. Innanzitutto, la pura visione, che si declina nel tenersi lontano da temi epici e mitologici che puzzavano di stantio, così accademici, e perciò superati. La sfida ora è l’invenzione di una nuova epica, dei tempi moderni, appunto, con propri miti, riti ed eroi, e di una nuova estetica, capace di inventare un nuovo tipo di bellezza.

Per essere pura – la visione – occorre oltrepassare ciò che l’occhio vede, per addentrarsi in una “foresta di simboli”. Come in Appuntamento nel bosco di Portici (1864). Guardando il quadro è impossibile non pensare a Marcel, alle passeggiate con la nonna, dettagliatamente descritte ed evocate nella Récherche.

Una donna con parasole passeggia e intanto legge, ignara dell’uomo con cilindro ed elegantemente vestito nascosto dietro il tronco di un albero. Si tratta di un appuntamento amoroso e l’uomo sta attendendo la sua amata. Ma non è pittura narrativa: quelle sforbiciate di luce che lambiscono l’arco delle fronde degli alberi vanno ben oltre le cose rappresentate, il selciato diventa il mare dorato di uno stupefacente après-midi fuori dal tempo e dallo spazio.

Nell’estate del 1867 Peppino approda a Parigi per visitate l’Expo Universale. Come desiderava andare nella ville lumière,… ed ora, ne resta folgorato, tanto da stabilirvisi. Non la lascerà mai più, pur mantenendo relazioni e contatti con l’Italia e l’Inghilterra. Parigi moderna, caotica, mondana, vivacissima, è proprio il suo ambiente ideale. Entusiasta Peppino scrive nel diario: “Nessun francese ama la Francia con una passione più alta e disinteressata di me.”

L’ambiente artistico e cittadino è competitivo, e lui non mastica nemmeno una parola di francese, ma ben presto conosce il pittore Ernest Meissonier, lo scrittore e critico letterario Edmond de Goncourt e la giovane donna che gli cambierà la vita: Léontine Gruvelle.

Si trovava nella dimora dei famosi costumisti teatrali, i Morin, quando nell’ottobre del 1868 conosce Léontine, soprannominata Titine. È amore a prima vista. Entrambi orfani, Peppino e Léontine si sposano il 29 aprile 1869. Lui ha 24 anni, lei è più grande di tre anni. Presenza costante, compagna di vita e musa ispiratrice, Léonthine incarna il modello della donna parigina contemporanea: colta, raffinata, elegante. Sarà lei a pubblicare i ricordi autobiografici del marito in cui il ritratto della moglie emerge con delicatezza e affetto. “Eravamo due ragazzi senza esperienza. Ci eravamo capiti sin dal primo incontro. Mia moglie, malgrado la sua aria quieta era dotata di molta immaginazione e io, da parte mia, non ho mai avuto abitudini di vita convenzionali, uniti, abbiamo proceduto nel nostro sogno. Ella mi è stata compagna, amica, modella e moglie.”

Il volto di Léontine emerge infinite volte nelle tele di Peppino, talvolta insieme al figlio Jacques, come in La signora De Nittis col figlio (1875-’76). In un ritratto, Léontine è distesa su un divano tra una profusione di cuscini e fiori. La posa è quella della pittura en plein air, per niente artificiosa, così naturale invece, e sebbene ci si trovi in un interno, è bandito ogni schema accademico o d’atelier. Com’è deliziosa, raffinata, moderna Léontine, la mano che tiene il ventaglio è così naturale. Sembra di sentire un soffio d’aria fresca, come un impercettibile battito d’ali.

In un altro ritratto, Léontine serena e maestosa è in sintonia con la calma del paesaggio che l’accoglie: le acque del lago dei Quattro Cantoni. Il parasole che la ripara evoca il bianco dorato di un paralume. Noi la vediamo con gli occhi dell’artista che la ritrae poiché l’osservatore è al posto dell’artista; pertanto, anche agli spettatori sembra di salire in barca per una tranquilla gita sul lago.

La pittura per De Nittis èuna questione d’immediatezza e sincerità. Devono esserci idee, oltre alle cose, sentimenti e, soprattutto, una luce splendente, mediterranea. Nel quadro Léontine in canotto (1874), la donna pare adagiata in una culla che ondeggia su uno specchio lucente, fatato, il lago. Il viso è trasognato, immerso in una rêverie. Léontine sogna, ricorda, evoca. De Nittis ha saputo creare una pittura incantata.

Nell’inverno tra il 1874 e il 1875, un’eccezionale nevicata imbianca Parigi. Com’è diverso il bianco della neve da quello della luce impietosa e torrida del mezzogiorno italiano. Adesso ci si trova immersi in un’atmosfera rarefatta ove ogni suono è attutito. La luce è soffusa, come quella di un paralume. Abile osservatore degli svaghi, del tempo libero della società di massa, Peppino ci restituisce sulla tela la passeggiata di belle signore impellicciate in compagnia di cagnolini, oppure dedite ai nuovi sport, come il pattinaggio su ghiaccio. Quanta gioia, euforia, spensieratezza traspare nel quadro che s’intitola Sulla neve (1875), noto anche come La pattinatrice o Léontine che pattina. Sembra di sentire la fresca carezza della neve sul volto di Léontine, accaldato e felice come quello di una bambina che gioca.   

Léontine introduce il marito negli ambienti mondani della capitale, frequentati da nobili, alta borghesia, artisti, musicisti, intellettuali, uomini politici. De Nittis è ospite fisso della principessa Mathilde Bonaparte, cugina dell’imperatore Napoleone III. Nel quadro intitolato Salotto della principessa Mathilde ci si ritrova catapultatinei salotti tanto ambiti da Marcel nella Récherche. Non tanto quello della parvenue Madame Verdurin, quanto piuttosto quello della Duchessa di Guermantes. Vi si parlava dell’Affaire Dreyfus, ma anche di teatro, arte, gossip e, soprattutto, qui erano di casa artisti e letterati. I soli che potessero stimarli, tributando loro quel riconoscimento tanto ambito, non potevano che essere i nobili. Di questo era tristemente fiera Babette, l’indimenticabile cuoca nel Pranzo di Babette di Karen Blixen. I soli depositari delle chiavi per comprendere il merito di artisti e intellettuali erano i nobili. Non certo il popolino, che il barone de Charlus detestava. L’Ancien regime sarà pure crollato, tuttavia il bel mondo dell’aristocrazia trionfa nelle tele di De Nittis.

Peppino è salutato dalla critica come “il pittore dell’eleganza di oggi”, il cui occhio analitico ci restituisce sulla tela il fasto del Secondo Impero: uomini in smoking, belle dame eleganti in raffinati abiti da sera dalle scollature vertiginose. Le parure di gioielli, i lustrini, i merletti, le piume di struzzo e le stoffe pregiate diventano tattili. Quelle tele confermano la dichiarazione d’amore per Parigi da parte di Peppino.

Grazie alle amicizie giuste De Nittis si affranca ben presto da una pittura ‘commerciale’ divenendo il pittore della vita moderna, più parigino degli stessi parigini di nascita, l’interprete delle atmosfere eleganti della capitale dell’arte e della mondanità. Il più amato fra les italiens de Paris.

Per realizzare la pura visione occorre “una presa diretta della realtà”. Per questo Peppino aveva escogitato una sorta di “atelier mobile”. Sopra una carrozza in corsa, dal finestrino fotografava lo spettacolo del mondo in movimento. Da qui deriva l’immediatezza, da istantanea, delle tele di De Nittis, grazie al punto di vista rialzato e, per di più, da una carrozza in corsa. Erano finalmente “gli occhi giusti” per vedere da un’altra prospettiva, che non è più solo quella occidentale, ma per certi versi somiglia a quella giapponese. Ecco, allora, le vedute di ampi spazi, quelle campiture vuote in cui improvvisamente un dettaglio fa la differenza e diventa un mondo, così un insignificante granellino di senape può diventare smisuratamente grande. È un universo in espansione e trasformazione, la folla brulicante ogni ora del giorno e della notte. De Nittis strappa momenti al trascorrere del tempo – ed è tempo di svago – li isola caricandoli di nuovi simboli, facendoli diventare un simbolo del tempo di svago. Nel quadro Le corse a Longchamps (1883) sono evocate le tribune con le belle dame eleganti che osservano i cavalli in corsa col binocolo.

Sono fotogrammi della vita moderna, gli scorci di Parigi ripresi dal fiacre e fissati in originali inquadrature audaci come quelle di un obiettivo fotografico, con “i passanti frettolosi che entrano ed escono dallo spazio del quadro”, e quel mare verde fiammeggiante del prato visto dall’alto. Spesso alcune parti delle inquadrature sono tagliate, ad esempio le sedie, proprio come accade nelle istantanee fotografiche. Anche Degas, che era amico di Peppino e frequentava il salotto di casa De Nittis, amava tagliare alcune parti nei suoi quadri, come nella serie delle ballerine.

Scene di un incessante dinamismo e di un’incessante metamorfosi, come è la vita. Un dinamismo indagato e fotografato dall’occhio “divorante”, attento, analitico del pittore. Ma ad entrare nell’inquadratura sono soprattutto le parigine emancipate, sicure di sé, che sfoggiano con disinvoltura la propria bellezza celebrando i nuovi riti nei luoghi-simbolo della mondanità. Donne a cavallo, pattinatrici, dedite ai nuovi sport (per Albertine nella Récherche il ciclismo e il nuoto). Orgogliose della propria bellezza, sfilano lungo i boulevard. Donne colte, raffinate, intellettuali e artiste conversano nei salotti, come Léontine nel salotto di casa De Nittis, luogo di pellegrinaggio di tanti artisti di Parigi: da Manet a Monet, Renoir e Degas. 

Come un altro italiano affermato a Parigi, Giovanni Boldini, De Nittis è “il pittore della vita moderna”, del traffico cittadino, degli omnibus affollati, del bel mondo alle corse dei cavalli con le splendide e spregiudicate amazzoni.

Peppino nella pittura, come Baudelaire nella poesia, rappresenta l’epica dei tempi moderni, ossia la realtà come lui la vede nei boulevard della capitale, riuscendo a catturare la bellezza sempre dinamica, volubile, fuggitiva di una metropoli in continua espansione, in cui è bandita l’immobilità. È il trionfo della pura visione, che è sempre soggettiva, in questo consiste la missione del pittore. In Dall’alto della diligenza (1872), la criniera dei cavalli in primo piano ondeggia su un mare di neve che si perde nel cielo dello stesso colore, quel bianco sporco, polveroso, tanto caro a De Nittis.

Ma la pura visione, quello spingersi oltre ciò che l’occhio vede, aldilà del reale, per creare un simbolo, era l’obiettivo perseguito da Peppino fin dall’inizio, dagli anni della formazione all’accademia di Napoli nel 1860. Ma presto abbandona lo stantio ambiente accademico e il chiuso degli atelier per dipingere en plein air, nel bosco e nella campagna attorno alla Reggia di Portici, al confine con Resina. Qui fonda, a diciassette anni, insieme agli amici aspiranti pittori Marco De Gregorio e Federico Rossano, e all’artista fiorentino Adriano Cecioni, la scuola di Resina, simile alle istanze dei Macchiaioli, che De Nittis aveva conosciuto a Firenze. A Resina, sarà lo scultore e pittore fiorentino, più grande d’età dei giovani pittori ‘scappati’ o, come De Nittis, espulsi dall’accademia, ad incitarli nel perseverare sulla strada della verità. È una visione della natura senza sovrastrutture, senza retorica, senza descrizioni letterarie. Occorre fotografare la realtà dando un taglio fotografico ai soggetti. L’occhio analitico di Peppino si spinge fino al cuore dell’essenza degli elementi. Dipinge le venature del legno, le crepe dei muri scalcinati, le macchie di luce nella vegetazione. Quelle strade sembrano candide spiagge nel meriggio, le care spiagge della sua Materpuglia. Su tutte trionfa una luce tersa che dona al turchino del cielo la lucentezza degli smalti, come in L’Ofantino (1866). Quanto amava Napoli e i suoi colori: il rosa caldo con l’azzurro carico, la terra di Siena col turchino che ritroviamo in L’eruzione del Vesuvio (1872). È la stessa gamma cromatica delle tele giovanili: Appuntamento nel bosco, L’Ofantino, La piana dell’Ofanto, Nubi d’autunno e, soprattutto, delle tavolette di piccolo formato, quasi delle istantanee di carattere geologico e documentaristico, che ci offrono esempi di vedutismo ottocentesco estremamente originale, dipinte da De Nittis più tardi, durante gli innumerevoli soggiorni a Napoli nel 1872, quando già il pittore abitava a Parigi. In Sulle strade del Vesuvio (1872 circa), colpisce quella luce tersa che ‘fotografa’ il vulcano nelle varie ore del giorno e da svariati punti di vista. La luce, indagata nelle diverse condizioni atmosferiche, diviene anche metafora dello scorrere del tempo. Come non pensare alla Sainte-Victoire di Cézanne? Per sempre Peppino ricorderà quegli anni giovanili, così annota nel diario: “Che bei tempi! Con tanta libertà, tanta aria libera, tante corse e senza fine! E il mare, il gran cielo e i vasti orizzonti! Lontano le isole di Ischia e di Procida; Sorrento e Castellamare in una nebbia rosea che, a poco a poco, veniva dissolta dal sole. E, da per tutto, un profumo di menta selvatica e di aranceti”.

Ma Napoli, Firenze e, prima ancora, Barletta, dove nasce il 25 febbraio 1864, gli stanno strette. Carattere ribelle, irrequieto, insofferente alle convenzioni, alle regole e ad ogni schema, ad attrarlo è la ville Lumière. Per Peppino Parigi è l’amore: la pittura e Léontine. Nella capitale internazionale della cultura è vicino agli impressionisti, stringe amicizia con Manet, Caillebotte e Degas, il quale lo invita alla prima mostra degli impressionisti chez Nadar. Era il 1874 quando nello studio del fotografo Peppino espone delle tele le cui figure e i volumi non risultano costruiti mediante il chiaroscuro, bensì grazie al contrasto cromatico. L’uso di un colore traslucido, con intensi effetti di controluce, fa sì che le trasparenze assumano la consistenza delle ali di una libellula, anche le ombre diventano luminose e colorate. Tuttavia, De Nittis amava anche le ombre scure, il nero bandito dagli impressionisti più intransigenti, quel nero misterioso, elegante, raffinato delle belle donne in abito da sera. E amava il disegno per costruire le figure, a differenza degli impressionisti che ‘disegnavano’ mediante il colore. Il disegno l’aveva avvinto fin da bambino per non lasciarlo mai più. Ad attrarlo è la luce, quella mediterranea, intensa, accecante, per cui un lieve riverbero d’ombra è ristoro. La luce di Barletta, sua città natale. Ma anche l’altra faccia della luce – l’ombra – è importante. No, De Nittis non può essere un impressionista tout court, come tutti i geni sfugge a qualsiasi etichetta.

La luce raggiunge risultati sorprendenti nel colore chiaro, terso, leggero e nello stesso tempo tattile, concreto come nel capolavoro Effetto di neve (1880). Qui, una delicata silhouette scura dal bel profilo si staglia contro il paesaggio innevato. Tutto è rarefatto, ovattato, come il silenzio dopo una nevicata. Tutto è raccolto in sé, concentrato, abbandonato a un senso d’attesa. I volumi scompaiono sotto il manto bianco che confonde ogni cosa e dona un senso di non finito alla scena. Il tempo è sospeso, come nel sogno e nella fiaba. Appena accennate le sagome degli alberi appesantiti dalla neve sulla sinistra della composizione. Così pure le silhouette dei neri uccelli in primo piano, mentre il volo degli altri pennuti si perde nelle vaste campiture del cielo verso un altrove lontano e misterioso. Sembra la folgorazione di un haiku quel tocco di rosa in alto a destra della composizione. Quel dettaglio è uno spicchio di cielo illuminato che si riflette sulla distesa di neve.

A livello tecnico, De Nittis approfondisce lo studio della resa atmosferica e della rifrazione della luce, come in quegli anni facevano gli impressionisti. Ma Peppino, che non è un impressionista, sceglie pochi colori: il nero, innanzitutto, che risalta nelle figure in primo piano stagliate su uno sfondo terso, spesso sfocato. Virtuoso nella tessitura cromatica, predilige infinite variazioni nei toni del bianco, del beige, del cipria, dell’ocra, degli infiniti grigi, principalmente quello che vira verso l’azzurro polveroso, così elegante e carnale, del violetto, anche questo declinato in mille sfumature.

La pittura di Peppino, influenzata dall’appena nata fotografia, incarna l’epica dei tempi moderni, come la poesia di Baudelaire.Nuovi miti e riti si impongono, il divertissement, innanzitutto, ossia le passeggiate della ricca borghesia al Bois de Boulogne. Realizzato a partire dagli anni ’80 dell’Ottocento, il gigantesco parco cittadino era la prima riserva di caccia dei reali francesi ed ora è il luogo d’incontro dell’alta società. Sono gli anni in cui cominciano a diffondersi l’equitazione e le corse dei cavalli, intrattenimento preferito dalla ricca borghesia parigina, insieme alle feste e ai gala. A ridosso del Bois de Boulogne vengono realizzati due ippodromi, Longchamps e Auteuil, inaugurati nel 1857 e nel 1873. Nuovi riti sono quelli che celebrano la mondanità delle feste, dei balli, dei salotti immortalati nella Récherche di Proust. I tempi moderni, che coincidono con la Belle Époque, anticipano la società dello spettacolo di oggi. De Nittis, attento fotografo dei dettagli anche per l’inquadratura fotografica dei personaggi, dipinge bellissime dame assiepate nelle tribune e, nel quadro Alle corse di Auteuil (1883), una giovane elegantissima con lungo cappotto nero e cappello del medesimo colore in piedi su una seggiola per meglio osservare i cavalli in corsa.

La missione del pittore è ‘fotografare’ ciò che l’occhio vede, oltre il semplice, banale (anche se in fondo non lo è mai) reale, addentrandosi in una ‘foresta di ‘simboli’. Quello del pittore è un “occhio divorante” nell’accezione che ci dà Merleau-Ponty nel formidabile saggio L’occhio e lo spirito. Il pittore è chiamato a un compito: l’invenzione di un nuovo tipo di bellezza che incarni lo spirito di un’epoca – la Belle Époque – e di un luogo, che è Parigi. L’Esprit parisien è anche la ‘Parisienne’, e la ‘Parisienne’ è l’Ulster: il cappotto-soprabito alla moda, simbolo dell’eleganza parigina. Nel quadro La signora con l’Ulster (1882 circa),straordinario pastello su tela,colpisce l’esplosione di giallo sole – le fronde dell’acero giapponese in contrasto col nero della veste e del copricapo della giovane. Di un’estrema eleganza, il verde del prato e il turchese del cielo. Un esempio di Japonisme per la presenza dell’acero, tipica pianta giapponese, ma anche e soprattutto per i colori tipici del Giappone. Di un’estrema freschezza compositiva. L’amazzone al Bois de Boulogne (1875), dove il bianco burro della strada evoca una pista da pattinaggio, o una spiaggia setosa in pieno sole.

Ma la più bella è La signora col cane (1878), colei che incarna il nuovo tipo di bellezza, icona della donna emancipata, bella, nervosa. Per questo quadro, noto anche come Il ritorno dalle corse, Peppino vinse la medaglia d’oro. Accanto a un cane enorme il cui muso sembra un volto che piange la sua bella padrona che gli carezza la nuca. Novella dea in nero – il colore della vita moderna insieme al grigio – così elegante, dalla silhouette slanciata, semplicemente perfetta, e quella veletta, dettaglio di gran fascino, simbolo di bellezza, dona un tocco di mistero.      

De Nittis diventa ‘il pittore delle parigine’: silhouette vibranti, esili, nervose, sempre un po’ misteriose per via della veletta che nasconde in parte il viso e l’immancabile, perfetto abito nero, attillato ed elegante, capace di creare un’allure di seduzione e fascino.

L’epica dei tempi moderni è immortalata nel quadro lace des Pyramides (1875 circa). Qui, lo sfondo è la ritualità della nascente società di massa, coi cartelloni pubblicitari a ridosso delle impalcature di ferro del Padiglione di Marsan del Louvre, distrutto durante la Comune del 1870. Resti, rovine moderne, già reliquie, dopo una battaglia, ma son così belle le rovine. Si respira il sapore della vita moderna, la mondanità delle dame. Immutata, non toccata dalle nuove ritualità, al proprio posto, la statua di S. Giovanna d’Arco a cavallo. Il selciato bagnato con il cagnolino attira la curiosità della bambina in primo piano. La freschezza delle arance sul carretto della venditrice di frutta: piccoli soli profumati, sembrano lì proprio per essere toccati e gustati. Ma insieme alle mondane alla moda, ci sono anche la lavandaia con pesanti ceste di panni e la folla anonima, protagonista della vita moderna, sempre mutevole, cangiante, unita dalla frenesia che è già mito della velocità e dell’oblio, dell’eterno tempo che fugge. Che rimane di questi effimeri, uomini e donne anonimi? Forse lo scatto di una fotografia? E, poi, ‘La lucentezza della pioggia lungo i boulevard’, e quella dei nuovi materiali, innanzitutto il ferro. E, ancora, la lucentezza degli specchi d’acqua del Jardin de Louxembourg. Sembra di immergersi in una pagina della Récherche e di sentire ‘la voce che dice io’ per via dell’attenzione di De Nittis ai dettagli cui corrispondono le ‘intermittenze del cuore’ nel romanzo proustiano.

L’arco di trionfo non è più una semplice veduta ma un simbolo, complice la luce pastosa, calda, dorata. La stessa che ritroviamo in Place des invalides (1880), e in Giardini di Parigi con sole pallido (1882), il cui titolo evocativo richiama il Giappone. I colori prediletti da Peppino ora sono il bianco sporco e pastoso, il cipria, il sabbia, il rosa, il celeste pallido quasi tortora come in Effetto di brina (1881-’82), altro titolo evocativo.

Come risalta il bianco dei polsini e dei colletti delle eleganti redingote in Accanto al laghetto dei Giardini del Louxembourg (1887). La verità dell’istante è in un dettaglio: quel parasole avorio che racchiude tutti i raggi del sole, la pienezza, il ‘momento d’essere’, per usare un’espressione di Virginia Woolf. Altro splendido dettaglio è l’ombrellino negligentemente di sbieco, sulla superficie trasparente del laghetto dove si specchia il meraviglioso verde fiammeggiante dei prati nella Passeggiata coi cagnolini (1874). De Nittis dipinge fondali invasi di luce, cieli e strade di latte; una profusione di color avorio, quel pastoso giallo burro nelle piste dei cavalli e nei boulevard.

Era il 1867 quando il Giappone partecipa per la prima volta all’Expo Internazionale di Parigi, che diventa capitale del gusto orientale. Artisti, letterati, critici e pubblico ne sono conquistati; esplode il Japonisme, fenomeno della moda e del costume: disegni, miniature, incisioni, paramenti, ventagli, kimono. In un ritratto, Léontine è ripresa di tergo, posa certamente insolita, con indosso un sontuoso kimono arancio ‘che ha imprigionato gli ultimi raggi del sole al tramonto’. Léontine risplende su uno sfondo liquido, il viso voltato verso un altrove di sogno, come in un viaggio privato di nostalgia e intimo raccoglimento. Il Japonisme entra nei quadri sotto forma di ventagli di seta, che De Nittis ci restituisce nella loro delicata, tattile evanescenza, grazie soprattutto alla tecnica dell’acquarello.

Il Giappone entrava nei quadri non solo grazie ad elementi e oggetti di una cultura esotica, ma anche mediante invenzioni formali non occidentali: le asimmetrie nelle figure, la ricercata bidimensionalità – come in Pioppi sull’acqua (1878 circa) – la stesura del colore à plat, l’uso di una prospettiva non tradizionale. Ad imporsi è un nuovo occhio che predilige ampie campiture di colore vuote, interrotte dalle vibranti sfumature di un improvviso scroscio d’acqua. Quel dettaglio, che fa la differenza, è una sorta di folgorazione, proprio come accade nella poesia giapponese con l’haiku. 

È l’effetto di particolari condizioni atmosferiche, soprattutto la nebbia, ad affascinare De Nittis: le cose divengono evanescenti, come fiori di bruma. Le forme di disfano, si fanno informi, ondivaghe come nuvole, sorelle della dissolvenza. Che altro è la foschia se non cipria posata sui paesaggi? Una specie di polvere magica, ne basta un tocco per smussare la durezza del reale e ingentilire i contorni netti delle cose che divengono soavi. Tutto si fa evanescente e insieme tattile, come una nuvola profumata di fiori la cui vita, prima di cangiarsi in altro, è tutta da annusare, toccare e, perché no? da gustare, come l’allure di una bella donna. 

Il viaggio a Londra dell’aprile del 1874 sarà un ritornare alle origini, visto che De Nittis nasce come pittore del paesaggio. Nella capitale inglese ritrova il pittore James Tissot che lo introduce nell’ambiente londinese. Così Peppino scrive nel diario: “Ho lavorato tanto in Inghilterra e ho voluto tanto bene a Londra (…). Sin dal primo giorno Londra mi fu propizia.”

Dipinge i luoghi-simbolo della capitale inglese: La National Gallery e la chiesa di Saint Martin, Westminster Bridge immerso nella nebbia, Buckingham Palace e Trafalgar Square, “centri nevralgici dove il traffico urbano e umano si mescolano fino a confondersi, fremendo di vitalità.”

“Benché turbato dalle condizioni di vita miserevoli dei bassifondi, fotografa la vita brulicante delle strade e delle piazze, la varietà e il traffico di cose e persone affaccendate, registrandone le variazioni atmosferiche di luce.”

Peppino coglie il genius loci di un’altra capitale della vita moderna con propri miti, riti, ed eroi. La nascente società di massa, la fiumana della folla anonima in ogni ora del giorno e, sullo sfondo, le silhouette dei monumenti scuri. Ma a catturare l’occhio divorante, indagatore, estremamente ricettivo di De Nittis è la nebbia inglese, “così diversa dall’atmosfera parigina o italiana, che avvolge gli edifici sfocandone le sagome.” Il viaggio a Londra gli permette di liberarsi della pittura commerciale che gli stava stretta. Grazie alla vincita di una medaglia riesce a entrare nel mercato. Peppino è libero di dipingere quello che vuole. Di ritorno in Francia, saranno dieci anni di trionfi, celebrità, gioia. Ma Parigi, da Peppino amata di un amore travolgente, finirà con l’ucciderlo.

Quel tovagliolo scostato, la seggiola spostata dalla tavola nell’ultimo quadro di De Nittis, La colazione in giardino (1884), sono mute presenze palpitanti e un triste presentimento. Sembrano testimoniare che la sua presenza non c’è più: Peppino si è appena alzato per fermare l’attimo, e quel tovagliolo scostato, la seggiola spostata dalla tavola sembrano preannunciarne la prematura e tragica scomparsa, a soli 38 anni.

Dipinto di Giuseppe De Nittis

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