La poesia di Carlo Betocchi (1899-1986)

Carlo Betocchi
di Vincenzo Fiaschitello
CheCarlo Betocchisia ancora oggi un poeta non del tutto valorizzato nella storia cosiddetta ufficiale della nostra letteratura è un dato di fatto.Giovanni Raboniche lo ebbe per lunghi anni come amico, nonostante la notevole differenza di età (trentadue anni), nella prefazione al libro di “Betocchi, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 2019” scrive: “…questa poesia grandissima è ancora largamente da scoprire; il posto che, mediamente, le viene assegnato nella gerarchia del Novecento italiano non corrisponde in nessun modo al suo valore”.
Tale giudizio mi richiama alla memoria ciò chePietro Cimatti,riferendosi al poeta romanoGiorgio Vigoloautore di una monumentale opera suGioacchino Belli(Il genio del Belli), scriveva che occorre: “…contrastare quel metodo brigantesco di occupazione del presente culturale che ha canonizzato mediocri e santificati i capi mafiosi dell’ultima e penultima cosiddetta letteratura italiana”.
Parole molto dure e severe nei confronti della critica. Pur non dubitando della onestà intellettuale della maggior parte dei critici, a me sembra tuttavia che a volte c’è chi si comporta come un P.M. di un tribunale che, sposata una ipotesi accusatoria contro un imputato, non cambia assolutamente idea anche di fronte ad altre prove determinanti che gli vengono presentate.
Nel campo letterario accade qualcosa di simile. Se una accreditata autorità critica ha espresso un giudizio, favorevole o sfavorevole, è difficile che altri si azzardino ad avanzare un’idea contraria per non restare fuori dalla comunità culturale di appartenenza.
Non bisognerebbe mai dimenticare che la poesia è poesia, non è un sistema. A volte accade che è il critico a voler costruire tale sistema. Forse è l’ambizione del critico che, quasi a volersi sostituire al poeta, costruisce, indaga secondo schemi, scuole, itinerari, che ha in mente. Non di rado, il risultato è qualcosa di estraneo al poeta stesso.
Queste mie note intorno alla poesia di Betocchi, ora vogliono essere un modesto contributo al riconoscimento della meravigliosa bellezza dei versi di un grande poeta del secolo scorso.
Carlo Betocchi è l’autore di “Realtà vince il sogno”, una raccolta di poesie pubblicata nel 1932 a cura della casa editrice Vallecchi.
Il poeta che di professione faceva il perito agrimensore nutriva un particolare amore per la natura e possedeva una speciale dote di osservazione. Questa prima raccolta di trenta poesie, successivamente arricchita da “Altre poesie”, da “Notizie” e da “Tetti toscani”, gli procurò un ottimo successo, soprattutto per il sostegno diPiero Bargellini, che lo aveva accolto tra i redattori (tra i quali spiccavano i nomi diGiovanni Papinie diArdengo Soffici)della famosa rivistaIl Frontespizio, un mensile di forte ispirazione cattolica, pubblicato a Firenze tra il 1929 e il 1940.
Il tema della realtà che vince il sogno trova una perfetta corrispondenza nella personalità del poeta, incline a manipolare gli oggetti, i prodotti della natura, desideroso di farsi toccare, di identificarsi in essi, non solo metaforicamente ma realmente come in una sorta di estasi, di risveglio mistico e sacro. Senonché si fa presto a pensare che il titolo della raccoltaIl reale vince il sognopuò essere letto anche al contrario e cioè che è il sogno a vincere e ad avere il primato sul reale. Questa discesa nel paradosso, la avvertì tra i primiPier Paolo Pasolinigià all’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso e più tardi ricordata anche da Raboni.
Certo è che in fondo è improprio parlare di paradosso. Basti pensare al ruolo che giocano la fantasia, la tenerezza, l’acuta sensibilità, la potente voce della interiorità di Betocchi per renderci conto che ci troviamo di fronte a due componenti intrecciate, realismo e lirismo. Le dimensioni della realtà e del sogno si intrecciano talmente daimporcia leggere la poesia di Betocchi in modo più complesso e sfumato e a ritenere che la loro vicendevole influenza non ci consente di parlare di primato o di vittoria dell’una sull’altro. Betocchi avverte che c’è una profonda relazione tra mondo esterno e mondo interiore, la sua avventura poetica non è altro che una costante esplorazione di tale relazione, vista con uno sguardo attento, stupito, estatico, mistico in cui giustamenteGiorgioCaproni intuisce il timbro arcaico, leggermente invasato delprimitivodinanzi al mondo creato. Betocchi è stretto alle cose reali illuminate dalla sua luce interiore che nasce dal sogno:” …un giorno (quando avremo ali)/ ci porteran lontani;/…andremo via giulivi;/con stupend’ali senza sussurro/verso una riva gioconda,/profondamente vivi”. (Domani).
E’ tempo ora di aggiungere che tale sogno, altro non è che la profondissima fede cristiana, la quale appunto è una sorta di solitudine “alta, solenne, immortale/dove più nulla è sogno”(Della solitudine).
Da qui muovendo, ecco come gli appare il mondo reale: tutte le cose, anche le più umili, brillano nella loro vitale concretezza. Così in Allegrezze dei poveri a Tegoleto: “Ora è il mondo una bruna noce/dentro un cielo che odora e brilla”; così in Ode degli uccelli:“Indefinito vivere degli uccelli…Uno ne vidi, passero/solingo e stentoripiumato di vento”; così in 23 gennaio:sole:” gorgoglia bianca/l’onda che la riva incanta,/il sole giunge, si sfalda,/brilla, tocca l’acqua, salta;così in Ma quando la Toscana:“…la vana figura /pende dalla rama d’olmo, della cicala disseccata ora umido gioco/ inerte tra mani fanciulle”.
E’ stato scritto più volte che Betocchi non può essere raffigurato come un intellettuale raffinato dalle vaste ed eterogenee letture, ma piuttosto come un artigiano del fare poetico. Se ciò risponde al vero, tuttavia non si può dimenticare che Betocchi ha familiarità con la lingua dantesca e addirittura pre-dantesca del dolce stil novo daGuinizelliaCavalcanti,e con la poesia di poeti a noi più vicini comeCarducciePascoli, senza affatto dimenticare la profonda conoscenza del simbolismo francese, soprattutto diRimbaud.
In relazione a quest’ultimo è bene ricordare che Betocchi a metà del suo percorso poetico, ebbe un importante ripensamento, se ne staccò, al punto che senza dubbio ritengo che quel simbolismo, dapprima condiviso con giovanile entusiasmo, divenne sempre più indeterminato e al tempo stesso il suo realismo si fece sempre più “scarnificato”, non più condito di sapori, di odori, di colori come nelle prime raccolte di poesie. Da un lato il simbolo diminuisce la sua capacità di fare da mediazione tra il concreto e l’idea diversa da quella proposta dal suo aspetto sensibile e dall’altro il reale, l’oggetto ritira parte della sua concretezza per rifugiarsi verso una naturalità in una certa misura più “angelicata”.
Già con la pubblicazione delle quaranta poesie dell’Estate di San Martinoemerge un Betocchi più introspettivo, più disposto a narrarsi. Una sezione di questa raccolta è intitolata “Diarietto invecchiando”, dove i versi a volte sono più vicini alla prosa, tanto che lo stesso Betocchi teme che i lettori possano pensare che sia diventato un altro, come scrive in “Canto dell’erba secca”.
In realtà, al di là dell’aspetto tecnico nella costruzione dei versi, al di là della attenuazione della funzione simbolica, io trovo una perfetta coerenza in tutto il sentire di Betocchi, dalla giovinezza alla vecchiaia, compreso il profondo sentimento religioso, che lo accompagnò per tutta la vita.
Mario Luzi, che lo stimava come suo maestro, nell’ultimo periodo della vita lo vide sofferente e qua e là nei suoi versi colse qualche segno di ritrattazione della fede cristiana, di un venir meno di quella allegria e umiltà, che Betocchi aveva saputo spalmare, giorno dopo giorno, su tutta la natura:“uomini e sassi, ed animali e piante”.Luzi leggeva in Betocchi uno smarrimento della vecchiaia, una caduta dal piedistallo della certezza serena e incrollabile di un universo creato, nel quale l’uomo ha il posto centrale. Nell’ultima raccolta di poesia di Betocchi “Poesie del sabato“, resta particolarmente turbato da pensieri ed emozioni così diversi da quelli di un tempo passato. E’ colpito da espressioni come” I resti del corpo”(è il titolo di una intera sezione della raccolta) e soprattutto da quel senso di annientamento e di autopunizione: “Con furore mi getto su queste carte,/…l’anima è oppressa,/ le stoltizie che ai desideri accordi/ le ricadono addosso come vane querele”.
Luzi aveva ben presente il tema della vecchiaia, l’età in cui la stanchezza accresce le ombre dell’esistenza e offusca le passioni, l’attivismo, la capacità di lottare contro gli ostacoli, di porre in essere atti idonei a cucire i contrari: il sì e il no, il bene e il male, il dare e il non dare, il volere e il non volere. Così la sua intuizione poetica gli dettò la poesia “Al fuoco della controversia”, in cui senza fare il nome di Betocchi parla dello smarrimento di un vecchio: “ …Crolla proprio sul finire/ della giornata, farnetica/ ubriaco di vecchiaia/ il mio compagno più fiero/ perduto, perduto il suo vangelo”. Non fu difficile per Betocchi interpretare quei versi come riferiti alla sua persona, per cui protestò con l’amico Luzi, il quale più tardi cercò di frenare la reazione dell’anziano poeta, negando di aver pensato a lui nel descrivere quella figura di vecchio e, chiamandolo “mio solo umile maestro”, dichiara comunque di non aver parlato di abiura.
Ad ogni buon conto, altri critici e poeti comeAntonio PortaeAndrea Zanzottosottolineano questo affievolimento della fede cristiana nell’ultimo periodo della produzione poetica di Betocchi. Il primo scrive che la fede si appanna e le ombre si allungano sulla vecchiaia
di Betocchi richiamando la tematica dell’assenza di Dionell’esperienza del credente cattolico di cui parlava il teologoDietrich Bonhoeffer; il secondo dichiara che negli ultimi anni della vita Betocchi “ebbe qualche momento di triste incertezza e parve abbandonare la fede cristiana di tutta la sua vita”.
Che cosa c’è di vero in tutto questo?
E’ mia convinzione che aveva ragione Betocchi. Che motivo c’è per non ritenere sincera la sua testimonianza? D’altra parte non mancano i riscontri a suo favore che si possono evidenziare, come appresso farò.
Premetto soltanto il fatto che penso non ci sia alcun credente che nel corso della sua vita non abbia avuto dubbi e sbandamenti nella fede, momenti di “assenza di Dio”, sebbene sia chiaro che qualora ciò accada nell’età del vigore non è così terribile come al termine della giornata terrena. Ora, dunque, io non trovo assenze o abiure della fede che in fondo possiamo ritenere diverse o più gravi rispetto alle prime raccolte di poesie e a quelle dell’età matura. In “Squille di Lombardia”, che appartiene alla sezione “Tetti toscani”, troviamo: “Certo, siamo qui per morire; ma/ vivere come si deve morire,/ in croce, con questo Dio che manca/ ogni tanto…”.Ma ciò che mi sembra ancora più rilevante per non ritenere sostenibile il presunto sconcerto che proverebbe un comune lettore nel confrontare le ultime e le ultimissime poesie di Betocchi con quelle del primo e del successivo percorso poetico, è come interpretare la gioia, il trasalimento, la malinconia che scorre in tutta la sua produzione di versi che celebra la meraviglia dell’inarrestabile flusso della creazione.
C’è una felicità o perlomeno unaallegrezzanella poesia giovanile?
Sì, certamente. E’ una gioia che colpisce per la levità che coglie nelle cose più semplici: i fiori, i passeri, i cipressi, la testa della sua bambina. Di qui l’intenerimento, i sentimenti estatici, mistici, prossimi al divino che Betocchi sparge a piene mani. Ma questa è una verità solo parziale.
Come si fa a non accorgersi che entro quella gioia, in realtà scorre una vena di malinconia, una nuvola scura, un’ombra?
E di ombre ne vediamo tante. La parolaombra-ombrericorre continuamente già in molte poesie della prima raccolta “Il reale vince il sogno”. In due abbastanza brevi, di pochi versi, l’ho contata per ben tre volte: All’amata; Di uno stagno campestre); una poesia è proprio intitolata “Dell’ombra”.
Che dire? Certo è che in Betocchi è stato sempre presente questo tema dell’ombra, dalla giovinezza alla vecchiaia. Se a quest’ultima, come si addice per natura, imputiamo la decadenza del corpo (I resti del corpo, come dice il poeta nelle “Poesie del sabato”) e aggiungiamo il concetto didestino, che con il trascorrere del tempo si è fatto largamente strada nel pensiero di Betocchi, ecco che il quadro è completo. L’anima di Betocchi ha un unico volto, al di là delle possibili fasi tecniche dell’espressione poetica che si possono registrare. Nell’età matura, la nuvola nera, il fumo non gli fa correre il rischio di ottundere la fede cristiana, ma al contrario quel fumo, generato dal dolore, dalla sofferenza della malattia, insomma dal destino della esistenza, lo aiuta ancora una volta a risollevarsi, ad elevarsi alla sfera dell’infinito. Tutto il contrario di uno stato d’animo chiuso nello sconforto e in balia della disperazione. Ora quella semplice gioia dei versi giovanili, che un tempo gli consentiva di vincere il fianco oscuro della vita, ha bisogno soltanto di accompagnarsi a un sentimento accresciuto di umiltà, intesa comeannientamentodella propria identità in tutte le cose del mondo, cioè come magistralmente dice Luzi “parificazione di sé con tutto il vivente”, senza alcuna preoccupazione di conoscere dove comincia e dove finisce l’individuo.
Vorrei concludere questa breve sintesi sulla poesia di Betocchi ricordando che dopo ogni rilettura dei suoi versi ho sempre provato una autentica commozione, che credo mi invada per la forza della semplicità e dell’umiltà. In una delle ultime poesie scrive: Io fui. Fui come fu il grano/ delle battiture; ma non finii/ nei sacchi; non mi feci pane.
Non poteva scrivere diversamente per comunicare la sua natura un uomo come Betocchi, operaio sempre presente nei cantieri accanto ad altri operai.
Su questo aspetto non credo che ci sia stato qualche altro critico che meglio di Pasolini abbia saputo dire:” Il rapporto tra Betocchi e il lavoro, tra Betocchi e gli operai è un rapporto evangelico… è un rapporto travolto e accecato dall’amore… l’impegno sociale è in Betocchi collimante con un antico, assoluto impegno umano”( sta in Il portico della morte, Milano, Fondo P.P. Pasolini, 1988, p.77)
Quella di Betocchi è dunque anche una poesia che potremo definiresociale,che ha le radici non solo nello spirito di carità della fede cristiana, ma che affonda nella storia della nostra terra, dei nostri miti e delle nostre tradizioni. E’ sufficiente ricordare:La pasqua dei poveri; Allegria e tristezza; Il muratore; L’ultimo carro; All’uscita notturna dal cantiere.







