La politica della distrazione
di Pompeo Maritati
Ci sono momenti nella vita di un Paese nei quali sarebbe necessario fermarsi, guardarsi intorno e provare a capire dove stiamo andando. E ce ne sono altri nei quali, invece, sembra che tutto concorra a impedirci di farlo. Gli ultimi giorni appartengono, almeno in parte, a questa seconda categoria.
Con l’avvicinarsi delle campagne elettorali, la politica sembra cambiare improvvisamente registro. I grandi problemi del Paese, quelli che riguardano concretamente la vita quotidiana di milioni di persone, finiscono progressivamente sullo sfondo, mentre acquistano spazio questioni marginali, polemiche personali, dichiarazioni ad effetto, schermaglie, retroscena, accuse reciproche e tutto quel repertorio di notizie che hanno una straordinaria capacità di attirare l’attenzione, ma molto spesso una scarsissima capacità di migliorare la nostra comprensione della realtà. Non è necessario pensare che i nostri politici siano stupidi per arrivare a questa conclusione. Anzi, sarebbe un errore. La politica conosce molto bene i meccanismi attraverso i quali si forma, si orienta e si mobilita il consenso. Sa che una questione complessa richiede tempo, conoscenza e capacità di analisi, mentre una polemica personale, una battuta, un’accusa o una piccola rissa mediatica possono conquistare in pochi minuti giornali, televisioni e social network.
Il problema, dunque, non è soltanto la politica. Il problema siamo anche noi. O, meglio, è il rapporto sempre più fragile che una parte consistente della società ha con la politica, con l’informazione e soprattutto con la formazione politica. Una società che conosce poco i meccanismi dell’economia, delle istituzioni, della fiscalità, del lavoro, della previdenza e della finanza pubblica diventa inevitabilmente più vulnerabile alle notizie che parlano alla pancia. E quando una notizia riesce a parlare direttamente alla paura, alla rabbia, al portafoglio o al risentimento, non ha bisogno di essere particolarmente approfondita per diventare popolare. È sufficiente che faccia arrabbiare, che faccia indignare, che dia l’impressione di avere trovato un colpevole. E così, mentre discutiamo per ore sull’ultima dichiarazione di questo o quel personaggio politico, mentre ci dividiamo sui social per una frase, una fotografia, una battuta o una polemica, fuori da quel piccolo teatro mediatico continuano a maturare problemi assai più seri.
Prendiamo il costo della vita. A settembre l’inflazione italiana è salita al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. Secondo l’Istat, la spinta maggiore è arrivata ancora una volta dall’energia e dagli alimentari non lavorati: gli energetici regolamentati sono aumentati del 25,9% su base annua e quelli non regolamentati del 22,2%; gli alimentari non lavorati del 5,5%. Sono numeri che dovrebbero occupare per giorni il dibattito pubblico. E invece spesso diventano soltanto una cifra in fondo a un telegiornale.
Poi c’è il carburante. Il 2 ottobre il prezzo medio nazionale della benzina self-service era ancora sopra i due euro, a 2,10 euro al litro, mentre il gasolio raggiungeva 2,261 euro. In autostrada la benzina era a 2,085 euro e il gasolio a 2,293 euro. E qui emerge una domanda semplice, quasi banale: quanto deve costare il petrolio perché il cittadino possa finalmente accorgersi di una diminuzione alla pompa? Nei giorni scorsi il prezzo del Brent è sceso anche sotto la soglia dei 100 dollari al barile nelle contrattazioni, pur rimanendo estremamente volatile e tornando successivamente sopra quella soglia. Ma al cittadino che deve fare il pieno interessa relativamente poco sapere quale sia il prezzo del barile a New York, Londra o Singapore. A lui interessa quanto deve pagare per mettere cinquanta euro di carburante nel serbatoio.
E questo è precisamente il punto. La grande economia internazionale, la geopolitica, le guerre, le rotte energetiche, le raffinerie, le accise e i mercati finanziari sono fenomeni complessi. Ma il loro effetto finale arriva sempre nello stesso posto: nelle tasche delle persone. E quando quelle tasche sono già vuote, anche pochi euro fanno la differenza. L’inflazione, infatti, non è semplicemente una percentuale riportata da un istituto di statistica. Per una famiglia significa scegliere. Significa rinunciare. Significa rimandare una visita, comprare un prodotto alimentare meno costoso, utilizzare meno l’automobile, rinunciare a una cena fuori, rinviare una riparazione, contare le spese prima di arrivare alla fine del mese. Per le fasce economicamente più fragili, significa qualcosa di ancora più grave: perdere progressivamente la capacità di vivere con dignità.
Eppure, proprio mentre questi problemi dovrebbero essere al centro della discussione politica, il dibattito pubblico sembra spesso scivolare verso altro. Perché? Forse perché la distrazione è diventata una componente strutturale della politica contemporanea. Ma c’è un’altra questione, forse ancora più inquietante: la nostra capacità di reagire sembra essersi progressivamente indebolita.
Un tempo determinate affermazioni, determinati comportamenti, determinate contraddizioni avrebbero provocato un’ondata di indignazione. Avrebbero costretto un ministro, un parlamentare, un amministratore o un dirigente politico a spiegare, a correggersi, talvolta persino a lasciare l’incarico. Oggi molto spesso non accade nulla. Si commenta per qualche ora, si produce qualche migliaio di post, si fanno due o tre trasmissioni televisive. Poi arriva un’altra notizia. E quella precedente scompare. È come se la nostra indignazione avesse assunto la stessa velocità del ciclo delle notizie: rapidissima nell’accendersi, rapidissima nello spegnersi.
Ci siamo assuefatti. Ci siamo abituati all’eccezione che diventa normalità, alle contraddizioni, alle promesse non mantenute. Ci siamo abituati persino a certe forme di scarsa etica politica. E forse questo è il fenomeno più pericoloso di tutti. Perché una democrazia non vive soltanto attraverso le elezioni. Vive attraverso l’attenzione dei cittadini, la partecipazione, il controllo, la capacità di chiedere conto a chi governa e a chi rappresenta le istituzioni. Un cittadino che non reagisce più è un cittadino che progressivamente rinuncia a una parte della propria sovranità.
Ed è qui che la politica della distrazione trova il suo terreno più fertile. Se il cittadino è costantemente impegnato a discutere di ciò che è secondario, sarà meno portato a domandarsi perché una bolletta sia aumentata, perché un servizio pubblico funzioni male, perché un giovane sia costretto ad abbandonare il proprio territorio, perché un pensionato debba scegliere tra la spesa e una prestazione sanitaria, perché il lavoro continui a essere per molti una condizione di precarietà anziché una garanzia di autonomia. Non occorre necessariamente censurare i problemi reali. È sufficiente sommergerli di altri problemi. È sufficiente produrre talmente tanto rumore da rendere difficile distinguere ciò che conta da ciò che non conta.
E allora la domanda che dovremmo porci, soprattutto all’inizio di una nuova stagione elettorale, non è soltanto: “Chi votiamo?”. Dovremmo prima chiederci: “Su che cosa stiamo decidendo?”. Perché se la nostra decisione nasce da una polemica televisiva, da un video di trenta secondi, da una frase estrapolata da un discorso o dall’ultima rissa sui social, allora il rischio è che la politica abbia già ottenuto il risultato più importante: portarci a discutere di ciò che vuole lei, anziché di ciò di cui abbiamo realmente bisogno noi.
Una democrazia adulta dovrebbe fare esattamente il contrario. Dovrebbe pretendere meno spettacolo e più contenuti, meno gossip e più dati, meno slogan e più programmi, meno personalizzazione dello scontro e più confronto sulle soluzioni. E soprattutto dovrebbe recuperare una parola che abbiamo forse dimenticato: formazione.
Formazione politica non significa indottrinamento. Significa comprendere come funziona uno Stato, come si forma una legge, da dove arrivano le risorse pubbliche, quanto costa una promessa elettorale, quali sono i limiti di un governo, quali sono le responsabilità del Parlamento, quali sono i vincoli europei e internazionali, quali conseguenze può produrre una determinata scelta economica. Un cittadino informato non è necessariamente un cittadino che la pensa in un determinato modo. È un cittadino che sa perché la pensa in quel modo. Ed è una differenza enorme.
Forse dovremmo ripartire proprio da qui. Perché se la politica è diventata una barzelletta, come sempre più spesso sembra, dobbiamo almeno avere il coraggio di ricordare che una barzelletta, per definizione, dovrebbe far ridere. Questa, invece, non fa più ridere nessuno. O forse, peggio ancora, ci ha abituati a non ridere più neppure di ciò che dovrebbe indignarci.
E mentre continuiamo a guardarci intorno cercando l’ennesimo scandalo da commentare, il Paese reale continua a fare i conti con il carrello della spesa, con il pieno dell’automobile, con le bollette, con gli stipendi, con le pensioni, con il lavoro e con un potere d’acquisto che si assottiglia. Sono questi i problemi che dovrebbero aprire una campagna elettorale. Sono questi i problemi sui quali dovremmo chiedere risposte.
Perché alla fine della giornata, quando si spengono le televisioni e si chiudono i social, rimane una sola domanda alla quale nessun algoritmo, nessun sondaggio e nessuna polemica può rispondere al posto nostro: come stiamo vivendo, davvero?
E forse è proprio da questa domanda che una politica seria dovrebbe ricominciare.
Pompeo Maritati