La possibile, condivisa vigilia del tempo

Ci sono almeno due tipi di solitudine. Quella in buona misura oggettiva, assai vicina alla condizione di essere relegati in un borgo remoto. Ciò che accade laddove “non c’è neanche un prete per chiaccherare”. E la solitudine domestica o, lato sensu, da pensione. Questa è la più insidiosa e miserabile delle iatture in agguato. Essa poggia su una concezione della vita distinta rigidamente in due: la fase attiva (o lavorativa) e la fase di requie, non a caso definita ‘quiescenza’.
Quies, in latino, la quiete, tranne quella “dopo la tempesta”, ha intimamente, diciamo ontologicamente, qualcosa di mortuario. Non solo perché viene automaticamente accostato (le viene accostato) l’attributo ‘eterna’, ma ancora di più perché il concepire la vita quieta, senza movimento, è assai simile a prevenire e sperimentare la morte in vita. La ‘vita morta’, splendido ossimoro!, contrariamente all’azzardo filosofico eracliteo (“La morte muore la vita e la vita vive la morte”), non è altro che il quietismo. Termine, questo, che designò sia un atteggiamento e comportamento abulici, snervati e – come rimproverava l’assertivo sacerdote Osvaldo Licci – amorfo e estenuato.
A/morfi, persone ridotte ad enti illanguiditi e snervati, eravamo noi, studenti demotivati nello studio e indifferenti all’assunzione di responsabilità morale. Di qui la più generale categoria teoretica e, altresì psicologica e sociale (quindi politica), di ‘quietisti’. Quietisti sono gli esseri appartenenti alla categoria sociale degli indifferenti. Dante, molto più drastico e assertivo di noi, avrebbe detto – così come chiosò nella Commedia, ignavi. Volendo, ci possiamo spingere anche ad accidiosi, comunque soggetti senza verve, spina dorsale, orgoglio e dignità di reazione e, per iperbole, devitalizzati. Morti ed esangui già da biologicamente ancora ‘tecnicamente’, ma non eticamente vivi.
Ora, è mai possibile che un numero significativo di persone, quale che ne sia la causa, cada in una tale letargia? E che l’allontanamento e la disaffezione dall’agire, cioè dal fare, dal lavorare induca a questa vera e propria morte civile?
Oblomov docet, potremmo dire, assumendo il modello, letterario e, per traslazione ideologica, russo a criterio di discriminazione antropologica.
Naturalmente, per non estremizzare, possiamo sottolineare la giusta, convenzionale ed economica aspettativa di distinguere tra tempo del lavoro e tempo del riposo. Esattamente come avviene nello spazio giornaliero dell’attività e della inattività. Otium et nec-otium (negozio). Tanto più comprensibili, codesti termini, nel loro antagonismo sia naturale, sia normativo e culturale, in una società quale per millenni fu la società diseguale.
Se lavora, eminentemente e prevalentemente lo schiavo (e poi nell’evo feudale il servo), alla separazione dei due comportamenti (ozio e lavoro) non possono che corrispondere due precise classi sociali: gli schiavi e gli uomini liberi; gli uni addetti alle mansioni esecutive e, i secondi, detentori del potere di scelta e di comando. Da qui la nostra umana felicità nell’esserci consegnati – previa conquista rivoluzionaria – alla ‘società aperta’ liberale e democratica, con punte socialiste di garanzia di welfare assistenziale senza più onere lavorativo coatto.
C’entra tutto questo con la. condizione della pensione che è, anzitutto, un diritto primario del cittadino della società attuale? Perché scomodare, allora, i massimi sistemi dell’universo per una scelta che attiene alla sfera esclusiva della libertà individuale?
Anzitutto perché, tranne i numerosi casi di autonoma gestione attiva e dinamica del proprio tempo libero, moltissimi casi pagano la solitudine post-lavorativa. Alcuni drammaticamente con disturbi e patologie della personalità, privata di una normale e (in seguito diventata) naturale condotta di vita normale. Soprattutto perché una costrizione (il lavoro) spesso tende a trasformarsi in piacere dell’occupazione. Infatti, chiediamoci perché l’artista in genere, raramente va in pensione. Per lui vince il gioco sul lavoro, il godimento sulla fatica, la soddisfazione sulla noia, la gioia creativa sul grigiore della routine, la pienezza sul vuoto, la presenza sull’assenza, il senso costruttivo sul nulla depressivo.
Tra Settecento e Ottocento Friedrich Schiller immaginò e disegnò l’Anima bella, inserendola, per completamento, nella teoria del gioco-lavoro. In quel tempo, acerbamente inclusivo e fortemente ingiusto, quella congettura filosofica non poteva che apparire un raffinato capriccio elitario.
Oggi, nella società dei tempi lunghi a disposizione a motivo delle rivoluzioni tecnologiche e nella coraggiosa proiezione politico-sociale di quanti più fruitori possibile, il problema è centrale e ineludibile. L’uso razionale plus-temporale, che è ricchezza e danaro a tutti gli effetti e, quindi, risorsa generale per l’intera società, può diventare di uso pubblico a vantaggio sia dell’erogatore sia del ricevente. E, perché no?, la sfida da vincere contro un vecchio modo di vivere il tempo inattivo della pensione. E, dunque, non già come triste e malinconica mummificazione dell’esistenza da ‘vita agra’, bensì nel futuro rotondo di bella vigilia non ancora conclusa.