IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La potenza pittorica di Raffaele Spada

Raffaele Spada

Raffaele Spada

di Paolo Protopapa

La potenza pittorica in genere e quella di Raffaele Spada in particolare, non consiste nella concettualità filosofica. Questa è, più o meno, virtù o vizio di tutti i pensatori che pensano, specialmente se lo fanno per sapienza professionale. Potenza artistica è, invece, la ‘trasumanazione’ specifica di un linguaggio ‘non verbale’ (‘per verba’, secondo Dante) che parla in altri modi allo sguardo stupito. È lo stupore, ‘thàuma’ o meraviglia o fascino aggiogato alla vista di un…incantamento magistralmente creato. L’artista Spada è più (e assai diverso e altro) del filosofo Spada.

Egli non ha bisogno – come sbagliò ad affermarlo Hegel nella sua ‘Morte dell’arte’ – di immaginare di dire ‘per verba’, cioè filosoficamente-astrattamente tramite il concetto. A differenza dell’ “astratto come vero concreto” degli idealisti presuntuosi, Raffaele Spada dipinge perché intuisce, disegna, congettura, schizza, corregge, integra, sbaglia, definisce, colora, inventa, sperimenta e… crea. La sua parola è il colore, la sua trama l’impasto talentuoso del timbro fatto senso, quindi paesaggio spirituale che ‘transumana’ la materialità del mezzo, quindi la fatica, in bellezza del Fine.
Come possiamo comparare quel suo straordinario ‘verdeblù’ geniale, assolutamente drammatico ed esteticamente armonico di maestro, nei nostri poveri arrampicamenti discorsivi e fugaci?

La tentazione dei critici d’arte, estetologi, professionali o appassionati cultori della materia, non può che essere la ricostruzione razionale dell’opera esaminata. Sottoporre ad esame, vale a dire scomporre in significati logico-documentali, sembrerebbe la via maestra per dare conto di un oggetto estetico. E, in parte, non può essere che così. Esegesi e scheda illustrativa di un bene. Senonché, ogni ‘schedatura’ sbiadisce di fronte all’abacinazione di fronte al manufatto artistico. Più vogliamo dire e scavare ed esplorare e fotografare ‘per tabulas’, più cresce il desiderio e l’insoddisfazione rispetto alla parola significatrice. E rinvia sempre e comunque al ‘primum movens’. Nel nostro caso alle realizzazioni pittoriche di Spada. Quando ne parlavamo con Raffaele concordavamo almeno su un punto capitale.

E cioè che l’opera d’arte, anche “nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (W. Benjamin), non può mai perdere la sua aura. E che questa germinale sacralità fondativa è e rimane come sua propria ineffabilità strutturale. Ne puoi, anzi, ne devi parlare; devi necessariamente raccontarla e divulgarla, trasmetterla o riprodurla ‘in serie’, ma devi vedere. Dove per ‘vedere’ non è carezza immaginativa di superficie, ma penetrazione di mentecuore, tutto unito in quanto connessione e rapporto. La cosa, l’apparente e autonoma realtà distinta e organizzata in opera e reperto, che interagisce in ‘unum sentire’.

Dal figurativo nella sua classica e fascinosa compostezza ‘naturata’, sino alla Grembart ‘naturans’ e ormai universalizzata, la mano di Spada continua ad Affrescare il nostro Cielo.


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