“LA STANZA DEI GIARDINI SEGRETI”: UN ROMANZO DI NEVIO CASADIO
di Maurizio Nocera
Ecco. È ancora l’anno 2024. Mi giunge un pacco postale. Dentro c’è un libro e, dentro al libro, una lettera. Leggo: «otto giugno duemilaventiquattro/ Maurizio caro,/confidando in nuovi giri di giostra. Ogni bene. Nevio».
Nevio è Nevio Casadio che, sulla aletta di quarta di copertina del libro in questione – Le stanze dei giardini segreti (Vallecchi, Firenze 2024, pp. 368) –, si presenta così: «giornalista, reporter, regista, si considera un cacciatore di storie. Ha frequentato a lungo il poeta Tonino Guerra. Maestro e amico, insieme al quale ha sviluppato iniziative e progetti. Ha scritto in particolare per la Repubblica, Oggi e Il Mattino. Ha lavorato per molti anni in Rai collaborando con i maggiori autori della Tv, tra i quali Sergio Zavoli, Enzo Biagi, Romano Tamberlich, Stefano Tommasini, Giovanni Minoli. Ha firmato reportage e docufilm realizzati in Italia e nel mondo, Balcani, India, Russia, Israele. Il docufilm Sulle orme di Yuri Ahronovitch, presentato in anteprima mondiale al Moscow International Film Festival. Successivamente tra i diversi festival, International Conservatory Week Festival in San Pietroburgo e al Jerusalem Jewish Film Festival. Per Medusa Film ha firmato La favola di un visionario. Ha pubblicato alcuni libri e tra i riconoscimenti ha vinto tre volte il Premio Giornalistico Televisivo “Ilaria Alpi”».
Di primo acchito, mi sono posto la domanda: “Ma io conosco Nevio Casadio?”. Là per là non sono riuscito a raffigurarmelo. Poi, pian piano che i mesi son passati, e rileggendo la Nota dell’autore e i suoi riferimenti al grande poeta sceneggiatore Tonino Guerra (Santarcangelo di Romagna, 1920-2012), mi sono ricordato di essere stato nella casa di Tonino Guerra a Pennabilli e, sicuramente, lì l’avrò incontrato. Successivamente, in una telefonata che ci siamo fatta, Nevio ha confermato.
Ecco. Egli ha ben che scrivere. Ho citato l’intero contenuto dell’aletta, perché volevo che in questa occasione si conoscesse il suo percorso di carriera. D’altronde su di lui su internet c’è molto altro. Tuttavia nella stessa busta recapitatami c’è un altro foglio con l’intestazione “Premio Strega”. «Le stanze dei giardini segreti./Proposto da Paolo Ferruzzi, che scrive: «Ho letto tanti libri in questi ultimi mesi ma senza ritrovarmi in alcuno di essi. Poi ho letto un libro che mi ha fatto volare con le ali della fantasia al soffio del vento che nel vortice porta con sé cose e fogli con parole scritte. […] E il vento, nelle Stanze dei giardini segreti, di Nevio Casadio, irrompe come un meteorite improvviso può cadere in una Romagna a me sconosciuta, in una “Marmont” sperduta, in un mulino abbandonato come nella “Zona” tarkovskijana dove la forza dei sogni fa smuovere i bicchieri ricolmi di vino rosso alle more. […] E ho letto un libro e mi sono sentito in un’isola felice sul mare, in un mulino quale custode “dei resti di gente sfiorita” e di “luoghi dove incontrare sé stessi lungo il filo dei sogni”. […] E ho letto un libro che idealmente colloco tra le cose care nella “stanza degli amici” perché mi possa aiutare a trasformare la bruttura in bellezza, l’inutile in fantastico, il bistrattato in meraviglia, perché Le stanze dei giardini segreti è poesia e fantasia, è tutto ciò che aiuta per essere “l’autore dei propri sogni”».
Nell’aletta della prima di copertina c’è scritto parafrasato il contenuto del libro. Questo: «Romanzo oniricamente on the road, dove i ricordi si mescolano ai meandri più profondi del nostro essere. Il filo rosso che accompagnerà lettrici e lettori verso qualche ipotetica risposta è racchiuso in una lapidaria frase felliniana: “L’unico vero realista è il visionario”. Un viaggio di illuminante bellezza, in un susseguirsi di opportunità talmente intense da farci vivere contemporaneamente su piani dalle dimensioni diverse. Una vera liberazione dello spirito, attraverso l’identificarsi in personaggi maschili e femminili ruotanti attorno a scenari continuamente mutevoli. La provincia italiana, casualmente tra Marche e Romagna, ma potrebbe essere qualsiasi luogo della periferia del nostro paese, viene catapultata a Parigi, in Russia, sconfinando in Honduras. Per ritornare repentinamente al vecchio mulino sul Torbello o al postribolo dell’Orsolina, sperso tra boschi entro cui sembrano far capolino Tonino Guerra, Dino Campana, Sibilla Aleramo o i canti dei poeti vernacolari ai quali Pasolini e Carlo Bo diedero l’aurea di nobiltà. Ne Le stanze dei giardini segreti scaturiscono la saggezza proteiforme del Professore, la conturbante lascivia erotica di Annà – la signora dei capelli rossi – e ancora di Dario, l’uomo che abbracciava gli alberi. Compagni di viaggio, alla ricerca di emozioni e idee per creare giardini all’interno di stanze segrete di un vecchio mulino abbandonato. Compagni di viaggio, lungo i meandri dei misteri della vita alla ricerca in definitiva di sé stessi».
Ecco. Sono felice di aver letto queste lunghe citazioni perché, sia Ferruzzi, sia l’autore delle Stanze, cioè Nevio Casadio, con i loro testi, di fatto scrivono poesia in forma di prosa. E questo non è da tutti. E, come si sa, senza la poesia la vita degli umani è povera cosa.
Parto dalla copertina, dov’è raffigurata una stanza con mobili popolani e, seduta su una sedia dallo schienale a stecche, si vede una donna dai capelli rossi, completamente nuda. Indubbiamente il corpo della donna appare bello ed erotico. Si tratta di Annà, uno dei tre personaggi principi del romanzo, che si apre con una dedica (ai familiari più una sorprendente affermazione: «A pugni chiusi. Conservando lo stupore della vita», che mi porta a riflettere sull’impegno libertario dell’autore) e, successivamente, una frase significativa di Federico Fellini: «L’unico vero realista è il visionario». Affermazione questa che si concreta nei film – poetici e visionari – del grande regista, al quale Casadio ha dedicato un docufilm in Rai: «VIVA FELLINI».
Poi c’è la Nota dell’autore, che fa subito un preciso riferimento a un grande personaggio della seconda metà del Novecento, a un Poeta Maestro-Amico. Scrive: «L’idea della casa dei giardini segreti è di Tonino Guerra. […] Me ne ha accennato nel corso di una lunga frequentazione. [insieme avevano dato vita al docufilm di Rai Tre L’Ulisse di campagna]. Mi proponeva di sviluppare la storia, specialmente quando mi invitava a riporre le vesti di giornalista, per abbandonarmi all’immaginazione. Suggeriva di prendere casa a Pennabilli, dove l’aria del posto è il fieno per la fantasia».
Pennabilli è la casa-giardino dove Tonino Guerra è vissuto gli ultimi decenni della sua vita. Anch’io, un giorno di festa, ci andai. Tonino non c’era più, era volato nel cielo dei più appena da poco, in «un’alba avvolta lassù, nel mistero del cielo» scrive Casadio. Ricordo bene «quell’aria di fieno» che aveva respirato il poeta.
Nevio scrive: «Verso la fine del 2011 […] lo ascoltai in silenzio, anche durante la sua lunga pausa di riflessione, alla quale aggiunse: “Ecco, una cosa che dovremmo fare insieme è Le stanze dei giardini segreti. Lavoriamo l’idea che tu conosci, la storia del Professore dell’Università che decide di tornare al mulino dov’era nato per creare nelle stanze dei giardini fantastici, per farne un film che dovresti girare tu”».
Ancora un’annotazione. Il romanzo di Nevio Casadio è prefato dal giornalista Carlo Verdelli che, sotto il titolo La chiave nascosta, esorta i lettori alla lettura rivelando loro la chiave interpretativa del romanzo. Scrive: «Scoprire cosa apre questa chiave, quali serrature, e dove ci porterà il racconto a mano a mano che si schiuderanno porte che nemmeno immaginavamo esistessero e che ci precipiteranno dentro universi che magari sulle prime ci sembreranno sconosciuti e che invece sono composti di molecole di vita che in qualche modo ci appartengono, soltanto mescolate secondo altre regole, seguendo lo spartito della fantasia. […] Preparatevi dunque a un itinerario insolito, fantastico, dove il confine tra il magico e il vero è sfumato, intrecciato, a volte capovolto, come nei sogni o, appunto, nelle visioni. Felliniano è troppo osare, ma rende l’idea. Un romanzo in forma di film, o un film in forma di romanzo. Si legge, si immagina, e leggendo e immaginando si comincia a vedere anche l’invisibile, che smette di essere tale una volta acchiappato per la coda e amabilmente carezzato […] il romanzo di Nevio Casadio è un’autentica avvincente avventura dalla prima fino all’ultima riga. Ci si smarrisce e ci si ritrova di continuo, come nel fluttuare, vago, del vivere. Non è lecito dar conto di una trama, perché ognuno costruirà la propria, rincorrendo, inseguendo immagini, colori, odori, suoni, sapori, sentimenti e sensi. O per essere dai medesimi inseguiti. Ognuno riscriverà mille volte le pagine del romanzo estraendole da una sorta di matrioska infinita, spumeggiante fra tempi e spazi passati o da venire. Puer ludens piegato in un continuo trasalimento creatore e creativo. Deus che si manifesta nell’epifania di un qualunque sussulto quantico: sconvolgente come l’unghia di un protagonista capace di mutare di colore in base all’umore ineffabile; o come il rombo dei motori degli stracciai calati nel dramma della storia. Stanze delle meraviglie dunque./E se da tutta questa umanità vogliamo scorgervi Pasolini, Cavazzoni, Borges, Marquez, Dostoevskij o Carrol dipende soprattutto da noi. D’altra parte gli uno, nessuno, centomila accadimenti mondani non sono percepiti alla stessa maniera dalle nostre arlecchinesche maschere: dalla puttana, alla orsolina; dal fine letterato, alla spia; dall’assassino, all’umile boscaiolo… tutti proiettati su scenari perennemente mossi da un continuo spirare di venti cangianti nei turbini polverosi delle emozioni e degli amori».
Magnifico Verdelli che, con la sua chiave interpretativa, ci dà modo di leggere il romanzo con più leggerezza. Tant’è che ciò che mi interessa immediatamente è vedere come, leggendo alcuni passaggi della narrazione, emergono gli Stati modificati di coscienza, da cui poi si delinea «l’itinerario insolito, fantastico, dove il confine tra il magico e il vero è sfumato, intrecciato, a volte capovolto, come nei sogni o, appunto, nelle visione» (v. quarta di copertina).
Questo perché mi piace cercare nel romanzo di Nevio Casadio quei momenti visionari e alterati, che spesso noi umani subiamo a volte perché da noi stessi provocati volontariamente oppure indotti, altre volte perché la nostra corteccia celebrale lavora su impulsi ora dell’inconscio individuale (Freud) ora di quello collettivo (Jung).
La storia (ma nel romanzo le storie sono più di una) si conosce subito, ed è quella del professore Adriano Menconi, che abbandona la “piazza” (l’Università), che ha frequentato per decenni, per tornare ai luoghi natali, cioè al vecchio mulino Sottovento, ormai «morto per via della deviazione del torrente Torbello, che scorre in Romagna». Caratteristica di questo personaggio è una specie di tic, tremore dell’occhio e della palpebra che si ferma grazie al tocco dell’indice dall’unghia blu.
L’autore de Le stanze dei giardini segreti è molto bravo nel descrivere i particolari degli ambienti e dei personaggi. Ad esempio de «è professour» scrive che «era un uomo alto di statura, la schiena leggermente ingobbita, indossava un cappotto scuro e un cappellaccio nero dalle larghe tese che aveva l’abitudine di prendere ai lati per calzarlo sulla fronte, quasi sugli occhi» (v. p. 48).
Al vecchio mulino nasce la nuova storia di Menconi: s’inventa di costruire nelle vecchie e “sporche” stanze d’un tempo dei giardini segreti che solo pochi possono conoscere. Oltre al personaggio principe ci sono altri due personaggi (Dario e Annà) fondamentali ma, nel contesto più generale, entrano ed escono altri personaggi minori. Nel vecchio mulino nascono le sue visioni oniriche. La prima di esse sta in un ricordo di una «scopata fatta in gioventù» dove l’orgasmo «sfociava nel corpo di un vecchio» (v. p. 19). Più volte l’autore ritorna su scene amorose. Nella vita degli esseri viventi sulla Terra l’orgasmo è l’evento naturale più scatenante e più modificante dello stato di coscienza. È un attimo in cui la mente, senza alcuna aggiunta esterna, perde la coscienza del Sé per immergersi in un Altrove di immenso piacere. Nevio Casadio conosce questo psicologismo, per cui, più volte, nel corso della narrazione, lo richiama.
Nel capitolo Orsoline, tartufi e puttane, in un onirico fluttuare del personaggio-chiave, l’autore, a proposito dell’incontro con un meccanico (Geco), che aggiusta carretti e motori, scrive l’autore: «Nel capannone il rombo dei motori che un giorno avevano condotto per lo più nelle scorribande di guerra, ora intonavano una sinfonia delle onde increspate di un mare sul far di bonaccia. Pulegge e cilindri cantavano un’unica ballata che sapeva di pace» (v. p. 28). Si tratta di una metafora iatromusicale. Ma, nel romanzo, sono innumerevoli le metafore. Stupefacente è quella di una visione che dice che «nell’aria fluttuavano i frutti dei pioppi. Sembrava una danza silenziosa di fanciulle ai primi amori che si librano come libellule. Nei peli fluttuanti di lanugine bianca, i semi della vita vagavano per poi posarsi chissà dove e dar vita in un posto voluto dal vento, a una nuova esistenza» (v. p. 32).
Un altro momento visionario lo leggo nel capitolo La banda del Birro (un tipo originale di nome Amilcare): «Senzadio poi se ne andò, con nel cuore il mare di stelle. Si allontanò con lo sguardo rivolto lassù, pensando che, se in quel cielo immane ci fosse un dio disperso lassù in quei miliardi di galassie, non avrebbe certamente il modo di occuparsi di un branco di stolti capitani in quel buco di minuscolo pianeta, chiamato Terra» (v. p. 43).
Il personaggio Dario entra sulla scena nel capitolo Il cappello nero (pp. 58-64) attraverso una visita che egli fa al mulino. E qui, in un dialogo tra il Professore e lui, si comincia a delineare il giardino segreto: «Mulino morto. – è il Menconi che parla – Ma per me è vivo. Vuole visitarlo? Vuole dare un’occhiata alla mia casa dei giardini nascosti? Nelle stanze del mulino morto ho creato dei giardini che neppure in paradiso, un santo potrebbe trovare. Mi piacerebbe molto se venisse a visitare il vecchio mulino dove ho creato le stanze magiche… più che altro un incontro con sé stessi» (p. 58). L’incontro tra i due prosegue fino al punto che, ad un certo punto, il Menconi mostra all’ospite la «stanza del vento della casa dei giardini nascosti». È bello il passo in cui «il Professore, fingendosi distratto, con una mossa fulminea, […] agguantò il vento in un pugno e lo mise in una tasca del cappotto nero. E il vento di colpo si arrestò» (p. 61).
La stanza del sonno è descritta nel capitolo Il sole all’idrogeno, immaginato come «una stella mantenuta in cielo da operai schiavizzati, nel corso di miliardi e miliardi di anni ormai. Poi ricordò che la storia del sole che si avvaleva di schiavi, era una fiaba cattiva, ascoltata da bambino nelle notti dei trebbi» (p. 67).
C’è un intero capitolo (Svetlana e l’icona di Anfdrej Rublef) dedicato alla Russia, terra amata dal Professore il quale, in esso, s’inventa la stanza dei nomi «abbandonati o smarriti o scomparsi», facendosi aiutare dall’uomo al quale gli aveva fatto vedere la prima stanza magica dei giardini segreti, quella appunto del vento. L’uomo è Dario, che si sorprende del perché il Professore non l’abbia conosciuto subito. Menconi mostra la stanza dove farà alloggiare i nomi scomparsi. Scrive Casadio: Questa stanza «era simile a quella del vento dalla medesima ampiezza e sporcizia, piena di calcinacci, ragnatele, polveri e merde. Sul pavimento, c’era una distesa a rosario di forme di metallo arrugginito. In cima a tre o quattro coni c’erano bandierine di latta con dei nomi che il Professore aveva trovato, in un vecchio cimitero della valle» (v. p. 77).
Nel capitolo Il mistero del bosco fatato, nel quale c’è la descrizione di tale realtà che, al nuovo personaggio entrato sulla scena, cioè Dario, sempre più confuso se quel che gli accade è «realtà o fantasia», lo porta a pensare che «quel luogo, il mulino, era probabilmente un luogo magico». Appunto come un bosco fatato. Nel successivo capitolo, Orso sul sentiero di Snap. Orso è un partigiano antifascista che nel romanzo muore e di lui si fa un funerale che Casadio descrive mettendo l’accento su un «vecchio che ostentava la bandiera rossa del PCI». In questo stesso capitolo, entra sulla scena la signora dai capelli rossi che, oltretutto, quando può, ama andare nuda e che poi si rivela essere Annà nel successivo capitolo La signora dai capelli rossi. Annà conosce già la storia delle stanze del mulino Sottovento e pretende di andare a «pregare» in quella del «piccolo labirinto medievale che si trova in Francia e che serviva a chi per salute non poteva partecipare alle crociate e accompagnava lì i cristiani per pregare (v. p. 110).
Bello il capitolo La donna che adorava le pietre nel vento barocco, dove il Professore chiede ad Annà di andare «a conoscere una donna […cioè] una suora [almeno così sembrava di essere per come andava vestita] che fa la custode alle pietre, forse un monumento o una chiesa» (v. pp. 118 e 126). La richiesta che il Professore fa alla donna dai capelli rossi non è priva di intenzioni. Egli sta già pensando a una nuova stanza, che sarà quella delle pietre protette.
Nel capitolo Annà e la stanza dei nomi, c’è una rivisitazione delle stanze già inventate. E qui si viene a sapere che «nell’assito le bandierine di latta erano piccoli vessilli a ricordo di persone che nella vita avevano amato, patito, sognato, lavorato, pregato, bestemmiato, sofferto, gioito, tradito, invocato, sperato, vinto e perduto. Esistenze dai nomi antichi, che avevano vissuto e poi erano morte e che da un po’ di tempo il Professore aveva deciso di riunire qui, nel cimitero dei nomi» (pp. 137-138). Segue il capitolo Le bandierine rubate al cimitero dei nomi dove, nell’intreccio della storia di Olmo, Virginia e Irene (tre nuovi personaggi), spunta al Professore l’idea di una nuova stanza delle magie. Era quella delle candele, «che occupavano quasi tutto lo spazio dove il Professore aveva lasciato soltanto un piccolo sentiero, tanto che, passando lì in mezzo, chiunque sfidasse quei piccoli roghi di fiammelle alla cima di quegli steli di cera, rischiava di bruciarsi i vestiti» (v. p. 158).
Nel capitolo Sulla strada del Rio Choluteca, la storia d’amore passionale tra Olmo e Irene porta alla creazione di una nuova stanza, quella honduregna (p. 170). Invece, nel capitolo Lo zingaro sbarcato a Le Bourget, si parla di una stanza della pioggia, dalla quale è stato rubato un quadro. Ma a questo punto quante sono le stanze nel vecchio mulino Sottovento? Il personaggio Adriano Menconi ne cita alcune, definendosi: «uomo dal cappellaccio nero in testa, padrone, creatore e despota della casa dei giardini segreti con all’interno le stanze della pioggia, delle candele, del vento e di altre ancora da farsi». Il Professore ha dimenticato quella del sonno, quella dei nomi scomparsi, ecc.. Tutte stanze che, secondo il Professore, «rappresentano luoghi dell’anima dove incontrare se stessi, lungo il filo del sogno» (v. p. 205).
Nel capitolo La signorina Karman Roth, si scopre che Annà, il cui padre si chiamava proprio così, cioè Karman Roth e che lei, da bambina, avevano usato chiamarla così, fino a che lei decise di farsi chiamare Annà. In questo capitolo non viene inventata nessuna stanza magica, mentre nel capitolo successivo, La figlia di Ivo Saliorgez, il Professore pensò a un «giardino dei semplici, di splendente umiltà, composto da un mucchio di pignatte coperte di smalti, devastati da ruggine e bucati [… come pure a] un giardino segreto dedicato all’uccello Quetzal […] considerato in Guatemala simbolo della libertà» (p. 221 e p. 238). L’idea di un giardino segreto di Dora Markus (p. 246) viene al Professore nel capitolo appunto Dora Markus mentre nel capitolo Ulisse e la stella polare nasce l’idea di un giardino segreto dell’infanzia rubata.
Siamo alle ultime battute del romanzo e di stanze magiche e di giardini segreti, il Professore se ne inventerà altre, ad esempio il giardino segreto di Ulisse (p. 261) e quelle («della Pittura, dell’Accoglienza, dell’Orto, del Giardino, della Cortesia, del Comignolo, del Paesaggio)». Ci sono pagine interessanti a proposito del rito della sofferenza del Salento (tarantismo) che qui viene visto come momento catartico di un esorcismo, dove la trance gioca un ruolo centrale.
Il finale del romanzo è travolgente come travolgente sarà la fine del Professore Adriano Menconi.
In questo libro di Nevio Casadio molti sono i grandi personaggi della storia citati. Ne cito alcuni: Dino Campana, Sibilla Aleramo, Pier Paolo Pasolini e Carlo Bo (tutti sulla prima aletta), Giorgio Caproni (p. 69); Mao Tse Tung (di Mao l’autore conosce la vita e la storia del comunismo. Cita il Libro rosso), Borghes, Marquez, Dostoevskij, Carol, Che Guevara, Greta Garbo, Marylin Monroe, Omar Sivori, Linus, Dylan Thomas, Sigmund Freud (p. 70); Jean-Martin Charcot (p. 76); Marx e Lenin (p. 100); James Gordon Bennet e Horace Greeley (p. 195); Carmelo Bene (p. 206); Renato Marino Mazzacurati, Renato Guttuso, Leoncillo Leonardi (p. 230); Domenico Matteucci (p. 231); Enzo Biagi, Ruggero Orlando, Roberto Gervasio, Alberto Bevilacqua, Vittorio Sgarbi, Franco Fontana, Nino Migliori (pp. 233-34); Piero Manzoni (p. 241); Michelangelo Antonioni (p. 242); Tonino Guerra (p. 267).
Romanzo bello, poetico, stupefacente. Da leggere tutto d’un fiato.
