La tarantata di San Foca

Di Antonio Nahi
Il fenomeno del tarantismo estintosi – forse – appena ieri, non è circoscritto all’area etnografica salentina, tanto meno risale a pochi decenni addietro, quando ancora i tarantati si recavano alla chiesetta di San Paolo a Galatina, il 29 di giugno, a chiedere la grazia, o nel mese di agosto a San Foca (marina di Melendugno), affinché il Santo omonimo preservai i suoi protetti dal “ri-morso”. Antiche testimonianze letterarie sull’argomento, risalgono alla prima metà del ’700.
A noi preme raccontare, cosí come ci è stato tramandato oralmente, uno dei casi piú interessanti di tarantismo avvenuto a San Foca nel dopoguerra.
Francesca De C. era legata da profonda devozione a San Foca. La crisi stagionale della donna per il morso di tarantola subito anni prima, insorgeva annualmente nella seconda metà del mese di agosto, quando non coincideva con la ricorrenza ecclesiastica del Santo bizantino (giorno 22), protettore dei “devoti suoi”, morsicati da tarantole e vipere.
San Foca, dunque, vantava un’oasi devozionale, come pure d’immunità, cui usufruivano i residenti nell’area ageografica riconosciuta. In passato i vari ordini religiosi giunsero pure a quantificare e delimitare quest’isole ricadenti sotto la protezione dell’uno o dell’altro santo, facendone ragione di contese. Chi si riconosceva sotto la tutela devozionale del Santo dei pescatori, annualmente visitava la chiesetta, pregava e implorava perché non ricadesse nella terapia tradizionale legata al “ri-morso”.
Questi devoti, non davano sfogo a manifestazioni di esorcismo coreutico-musicale-cromatico con musiche, danze e colori per grazia ricevuta di svelenamento. Si preservavano dalle crisi di “ri-morso”, per mezzo di una terapia limitata ad una sorta di dialogo sacro-profano interiorizzato. Esso interagiva chiamando in causa la tarantola, cui veniva innumerevoli volte ripetuto che nessun’egemonia poteva esercitare su chi fruiva della benevolenza del Santo.
Una seconda fase della terapia (negli ultimi tempi la sola ad essere ancora attuata) era interconnessa tra: tarantato-Santo-acqua miracolosa. Il morsicato, proferendo preghiere di propria fattura, rivelando sofferte situazioni sociali ed economiche, sperava nella commozione del Santo affinché ri-concedesse la grazia.
La terapia si completava con una manifestazione riverenziale-sacrificale, consistente nello strisciare, come serpi, verso l’altare. Questo in prevalenza era praticato da tarantati di sesso maschile per poi, infine, indistintamente terminare il rito, prelevando poche gocce d’acqua benedetta, dove con le proprie unghie grattavano e lasciavan cadere polvere di calcina dalle pareti della chiesetta1. La pozione sacrificale era bevuta in preghiera, col proposito che la benevolenza del Santo, contemporaneamente, la trasformasse in antidoto liberatorio svelenando il tarantato.
Francesca De C. aveva ricevuto il primo morso il 22 agosto del 1951 e soffriva crisi di “ri-morso” con cadenza calendariale da sei anni. Giunse nell’agosto del ’57 a San Foca, all’epoca, poco piú di un villaggio di pescatori; una diecina di famiglie attorno alla chiesa del Santo omonimo.
Francesca giunse verso le ore 15,00 a bordo di una vecchia lambretta guidata dal cognato che, tra le ginocchia, stringeva un piccolo organetto a vento. Altri due amici li seguivano a bordo di un motociclo.
Francesca De C., si scalzò immediatamente e, tra lo stupore di alcuni pescatori che all’ombra della vecchia torre aragonese, ricucivano le maglie delle reti, si trascinò sulle ginocchia e, alternando passi a piedi scalzi e genuflessioni accompagnate da oratorie, si portò sul sagrato.
Improvvisamente dal suo corpo e dal suo sguardo scomparve quell’atteggiamento di religiosa pietà che fino a quel momento aveva suscitato compassione nei presenti.
Riversa sulla schiena, a braccia distese come in croce, prese a pronunciare:
« Fammi la grazia…! fammi la grazia! » Ben presto le parole si tramutarono quasi in imprecazioni rivolte al Santo, fino a diventarne un grido soffocato e stentato tra copiosi singhiozzi cantilenati.
« Fammi la grazia…! fammi la grazia! » Continuava in forma ossessiva. La raggiunse il cognato che le posò un’immaginetta del Santo sul petto; poi si allontanò e raggiunti occasionali spettatori, riferí che venivano da Scorrano. La poveretta non aveva avuto alcuna fortuna nella vita: sposa a sedici anni aveva perduto molto presto il marito affetto da un male incurabile. Dopo appena un anno di vedovanza era stata morsicata dalla taranta russa [tarantola di colore rosso] mentre lavorava tra i filari d’uva. Da quel giorno, eran passati cinque anni e, puntualmente, nel mese di agosto tornava a ballare, affetta da “ri-morso”.
Aveva già ballato per due giorni di seguito; ora sperava fermamente nella grazia del Santo, affinché concedesse lo svelenamento.
La disgraziata, intanto, aveva preso a muoversi convulsamente. Il sagrato gli aveva procurato sgraffi e contusioni in piú parti del corpo. Sulle gambe e le braccia si notavano lievi ecchimosi puntellate di rosso.
Il cognato, con sguardo d’intesa, richiamò l’attenzione dei due amici. Estratti dal tascapane i tamburelli, uno di loro avvicinò la tarantata e lievemente prese a scuotere i sonagli dello strumento. Dopo un poco anche l’altro tamburello lasciò andare nell’aria quieta e afosa della marina, note lente e melanconiche sotto colpetti di polpastrelli e nocche del suonatore che, pian piano, presero ad alternarsi in un ritmo piú distinto e serrato. Da ultimo iniziò a suonare l’organino il cognato, dopo aver per un po’ osservato il corpo della donna: il ritmo che andava incalzando sembrava assorbirlo nell’animo.
Uno dei tamburellisti invitò i presenti a formare un semicerchio intorno a quello che, oramai, era lo scenario rituale dove si consumava l’esorcismo coreutico-musicale.
Giunse una donna con un grosso fascio di origano tra le braccia; un tamburellista non esitò a staccarne rametti e lanciarli ai piedi della tarantata che, improvvisamente, si portò in posizione eretta, guardò uno ad uno i presenti e… iniziando a sussultare nel ventre, si lasciò andare in una danza ritmata, sulle note incalzanti del tamburello. Con le mani si cinse i fianchi piroettando lungo tutto il perimetro rituale. Qualche curioso istintivamente indietreggiò all’avanzare spiritato di lei. Adesso levava una delle braccia al cielo; la mano svolazzava seguendo le percussioni sonore, l’altra mano tirava su la veste leggera e di colore chiaro quasi fin sull’inguine. Cadde sul sagrato qualche monetina. Il cognato interrompendo per un istante il suono della fisarmonica, gridò:
« No! No! …non adesso. » Preoccupato che si rompesse quell’intesa tra donna e strumenti, tra tarantata e forza inebriante del suono e sembrava appagare l’incontrollabile frenesia che agitava il corpo della sventurata.
S’avvicinarono altre donne e stesero in circolo per tutto il teatro rituale, foglie di basilico, menta e stoffe di colore chiaro, alcune finemente ricamate.
La tarantata sembrò gradire le foglie di menta e, afferratene alcune le sfregò energicamente sulle braccia e sul collo lasciandole poi lentamente cadere. L’aria s’impregnò lievemente di quel profumo e la tarantata, a bocca aperta, sembrava cercarne, con l’olfatto, l’essenza.
Il ballo durava da oltre mezz’ora. I musicanti erano entrati in vera simbiosi terapeutica con la sventurata. Il ciclo coreutico-musicale, a tratti, raggiungeva espressioni tensive tali e, perfettamente coincidenti con le figure che la tarantata andava componendo, lasciando i presenti con il fiato sospeso e il cuore in gola, finché quell’arco musico-corporale non andava a completarsi giunto al culmine della frenesia, per poi ricominciare.
Nel pieno della sindrome tossica causata dal morso dell’aracnide e in un momento di definitiva risoluzione, improvvisamente la donna stramazzò per terra di schianto. Ansimava forte. Un rivolo di saliva le schiumò da un angolo della bocca. Le braccia s’irrigidirono e le mani cercarono le caviglie dove s’afferrarono decise.
I suonatori smisero. Per nulla sorpresi di quanto fin qui accaduto, subito richiesero e s’attaccarono agli otri di creta prelevando lunghe sorsate d’acqua.
Un capiente recipiente colmo d’acqua fu pure posto nel mezzo del circolo rituale, dove giaceva spossata Francesca De C. la tarantata giunta da Scorrano.
Il ciclo musicale era durato circa un’ora.
La donna, ancora ansimante, lasciandosi andare a veri rantoli di spossatezza, riposava da circa un quarto d’ora immersa nel suo copioso sudore; giaceva supina e con gli occhi chiusi. Si avvicinò il cognato. Si accostò al suo viso con una carezza che non toccò l’epidermide, ma sembrò saggiarne un qualche influsso sprigionato da quel corpo e, questa volta, iniziò a suonare per primo. Seguirono subito i tamburelli, ora con note alte e lente, ora basse e incalzanti. Uno dei tamburellisti cantò alcune frasi:
Zzumpa bballa e ccanta;
. .
tie nnu ài tinire canza.
Zzumpa bballa e ppèscia
. .
cussí nnu nci ài alla mèscia.
Zzumpa bballa e gira
. .
ca lu tamburrieddu ete tundu.
. .
Quistu ete puzzu senza fundu
ca ci cumanda ete la taranta.
Scunditi le pezze russe
ci uliti lli tati canza…
ci uliti lli tati canza…
Santu Pàulu, Santu Pàulu miu te Galatina:
ete coremmarutu sta catina…
ttaccata cu nna pezza te culure…
Sta vita certu nnu be’ fiure!
[Salta balla e canta; / tu non devi avere mai riposo. / Salta balla e orina / cosí non andrai a lavorare. // Salta balla e gira / che il tamburello è tondo. / Questo è pozzo senza fondo / e chi comanda è la tarantola. // Nascondete le stoffe rosse / se volete che trovi un po’ di pace… / se volete che trovi un po’ di pace // San Paolo, San Paolo mio di Galatina: / è triste questa catena… / legata con stoffa di colore… / Questa vita certo non è fiore!
Le membra della donna iniziarono a fremere sempre piú. Con atteggiamenti rattrappiti e convulsi strisciò verso il recipiente colmo d’acqua. Immerse il capo fino al collo; poi tornò supina a sospirare e tremare in preda a spasmi febbrili.
Le note s’alzarono di tono, incalzarono repentine, avvincenti. L’eccitazione sonora sembrò iniettarsi nel corpo della donna. Il capo ora sfarfallava in ogni direzione e i lunghi capelli corvini, ancora bagnati, le frustavano il viso. Prese a modulare prima fiocamente, poi ben chiaro e forte:
« Ahiiì! Ahiiì! Ahiiì… Ahiiì! ahiiì! ahiiì! Ahiiì…! 2 »
Lo ripeté per ben sette volte prima di contorcersi in una diversa figura e ricominciare. Tamburelli e fisarmonica seguivano con ritmo il grido che andava a tagliare l’aria dolorosamente.
Erano le 17,50. La tarantata ballava da almeno tre ore.
« Se non gli fa la grazia adesso, per oggi non la fa piú. » sussurrò il cognato ai tamburellisti che annuirono senza interrompersi.
Uno di loro tornò a cantare:
Zzumpa bballa e ccanta senza posa
. .
mo’ ca la taranta s’à nverdicata.
Zzumpa bballa e ccanta n’adda fiata.
. . . .
Zzìzzica zzìzzica zzìzzica
. . . . . . . . . . . .
(’Ntunietta…) sta’ balli e sta’ soni
ca la taranta nnu time li troni.
..
Zzìzzica zzìzzica zzìzzica
. . . . . . . . . . . .
(’Ntunietta…) sta’ balli e sta’ ’riti
ca la taranta cussí vvole, fenca te fiti.
Salta balla e canta senza riposo / ora che la tarantola si è arrabbiata. / Salta balla e canta un’altra volta. // Zzizzica […] / – (non è traducibile; è come dire festante, elettrizzata – stai ballando e stai sonando / che la tarantola non teme i tuoni. // Zzizzica […] / stai ballando e stai gridando / perché la tarantola cosí vuole finché ce la fai).
Un fazzoletto scarlatto comparve improvvisamente tra le sue mani e la donna sembrò invasa da nuova energia. Abbandonò la posizione orizzontale mantenuta fino a quel momento e tornò in piedi a ballare. Fece svolazzare lungo il suo corpo lo straccio rosso, ora teso tra i due capi, ora tenuto con la mano destra o con la sinistra, ubbidendo al ritmo che le si infondeva nel corpo sempre piú accaldato, eccitato, teso fino allo spasmo.
« Ahiiì! Ahiiì! Ahiiì… Ahiiì! ahiiì! ahiiì! Ahiiì…! » gridava con occhi di fuoco e labbra arse dall’aria impregnata di salsedine e d’afa in quel meriggio d’agosto. Poi, crollò disfatta sulle ginocchia. Il suo corpo si contorceva in cadenze flemmatiche senza seguire piú alcun ritmo. I musicanti si avvicinarono per cercare di ridarle il tempo musicale. Lei si mise ad imprecare:
« Ahiiì! Ahiiì! Ahiiì… Ahiiì! ahiiì! ahiiì! Ahiiì…! La grazia! Ahiiì! Ahiiì! la grazia! Ahiiì… Ahiiì! La grazia! ahiiì! ahiiì! Ahiiì…! La grazia! La grazia! La grazia! » gridò nell’estrema disperazione dell’atto, del gesto, del grido, portato a termine l’intero ciclo terapeutico, consumato nel corpo e nello spirito l’evento mistico del “ri-morso”.
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