IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

La tendenza patologica alla menzogna, è un disturbo noto informalmente come sindrome di Pinocchio che si diffonde sempre più

Il paese di Pinocchio

di Riccardo Rescio

Sono passati quasi tre gli anni che separano il pensiero originale, già pubblicato sulla “Sindrome di Pinocchio”, da questo novembre 2025, un arco di tempo sufficiente a trasformare un monito in una diagnosi consolidata.
La tendenza patologica alla menzogna, è un disturbo noto informalmente come sindrome di Pinocchio, condizione che si manifesta con una condotta reiterata e sistematica di falsità, frequentemente priva di motivazioni evidenti e caratterizzata da una scarsa considerazione per le ripercussioni sulle altre persone.
Le radici di tale comportamento disadattivo sono di natura psicologica, il che rende l’intervento terapeutico sicuramente impegnativo, pertanto è la psicoterapia di tipo cognitivo-comportamentale che viene spesso indicata come il percorso di cura più appropriato.
La metafora di Pinocchio, l’inquilino immateriale della nostra coscienza collettiva, ha superato la fase della semplice convivenza scomoda per strutturarsi in una vera e propria architettura del potere e del vivere comune. L’affermazione aristotelica sul governo meritato non suona più come un rimprovero filosofico, ma come la logica conseguenza di una patologia sociale che abbiamo alimentato a ogni livello.
La casa comune, l’Italia, non è più semplicemente in disordine, vive in uno stato di perenne stand-by, dove l’energia vitale è assorbita non dalla costruzione, ma dalla gestione del divario abissale tra le parole e le azioni.
Quel Pinocchio interiore, una volta percepito come un compagno occasionale di sventure, è diventato il principale consigliere nelle stanze del potere e nel foro interiore di ciascuno.
La sua tangibilità si misura oggi nella sistematica dissociazione tra gli annunci roboanti e la realtà dei fatti.
Le promesse di rinascita, di innovazione e di giustizia sociale hanno seguito lo stesso ciclo vitale, un lancio mediatico travolgente, un periodo di latenza e infine un oblio silenzioso, sostituito da una nuova narrativa ugualmente effimera.
Questo meccanismo, noto come captatio benevolentiae (una strategia retorica finalizzata ad accaparrarsi il consenso attraverso dichiarazioni di intenti lusinghiere), è diventato il principale strumento di governo, non solo politico, ma anche economico e culturale.
Il settore della comunicazione, già indicato come complice, ha perfezionato la sua arte dell’illusione.
I creativi, eredi di un’estetica che deve tutto al genio di Armando Testa, operano oggi in un ecosistema digitale che moltiplica l’impatto emotivo e annulla quasi completamente il richiamo alla verifica fattuale.
Le campagne costruiscono realtà parallele e seducenti, micro-universi di significato del tutto autonomi rispetto alla performance concreta dell’azienda o dell’istituzione che rappresentano.
L’azienda simbolo di questa deriva, menzionata nel testo originale, non è più un caso isolato ma l’archetipo di una norma.
La sua “cecità volontaria” si è rivelata una miopia strategica che ha impedito, nonostante i proclami, di contribuire in modo significativo alla realizzazione di un “Sistema Paese” coeso e competitivo.
La dispensa ricca della nostra nazione, piena di potenzialità inespresse nel turismo, nell’artigianato di qualità, nel design e nella manifattura innovativa, appare oggi come un’eredità ingombrante più che un’opportunità.
La tendenza ad accontentarsi delle briciole, litigando per le rendite di posizione, ha atrofizzato la capacità di accedere a quella abbondanza.
La pancia, metafora delle reazioni viscerali e non mediate, ha definitivamente soppiantato l’agire ponderato, creando un circuito perverso tra un offerta politica urlata e una domanda di soluzioni semplici a problemi complessi.
In questo triennio, la mancata digestione critica dell’informazione ha prodotto un corpo sociale affetto da una sorta di obesità dati, nutrito eppure denutrito, sazio di chiacchiere ma affamato di fatti.
La Storia, si diceva, premia chi compie scelte. Il lustro che ci separa dall’appello iniziale dimostra, con crudezza, che la capacità di scelta è stata spesso delegata alla retorica dello slogan.
Le persone forgiano le istituzioni quando agiscono con autentica coerenza.
Quando il processo si inverte, e sono i ruoli, gli incarichi e le funzioni a modellare individui intercambiabili e privi di coraggio, il risultato non è semplicemente una strada più breve, ma un vicolo cieco. Sfrattare Pinocchio non è più un esercizio di igiene morale, ma un atto di sopravvivenza civile.
Significa smantellare un intero sistema di auto-assoluzione, pretendendo che ogni enunciazione trovi un riscontro tangibile, misurabile e duraturo.
L’alternativa è continuare a vivere in una casa di specchi, dove ogni immagine riflessa è deformata e nulla di solido viene mai costruito.


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