La terra come forma della civiltà. Dialogo con Nicola Tavoletta, presidente nazionale di ACLI Terra
La terra come forma della civiltà. Dialogo con Nicola Tavoletta, presidente nazionale di ACLI Terra
Di Simona Mazza
Dirigente associativo di lungo corso e presidente nazionale di ACLI Terra, Nicola Tavoletta guida una realtà che intreccia agricoltura, pesca, paesaggi e comunità. Nell’intervista racconta l’eredità del movimento, i progetti maturati e le nuove frontiere della rappresentanza rurale
Una rappresentanza che diventa visione

ACLI Terra tutela agricoltori, allevatori, pescatori e comunità rurali, offrendo servizi e rappresentanza, mentre la tradizione aclista le consegna una concezione dell’economia fondata sulla centralità della persona. Quale spazio occupa oggi l’associazione fra organizzazione professionale, soggetto politico e laboratorio culturale, e quale bisogno storico continua a giustificarne l’esistenza?
Al Congresso di Bari, nel 2022, l’Associazione è arrivata concentrata soprattutto sulla cooperazione internazionale e sulla questione del “Lavoro giusto”.
In quel Congresso abbiamo dato vita a una svolta strategica di ACLI Terra, tornando a essere prevalentemente un’associazione professionale che si occupa delle filiere produttive italiane, sia quelle agricole sia quelle ittiche, tornando pienamente a fare un sindacato sinergico e integrato, dove trovano armonia le ragioni dei dipendenti, dei datori e dei professionisti. Una vera e propria Associazione Professionale agricola, così come concepita nel 1946, poi divenuta “agroalimentare” nel Congresso del 2026 a Bologna.
Un’Associazione che trova l’origine fondante sul lavoro, superando le distinzioni tra i lavoratori.
Manteniamo rigorosamente una forte distintività ideale, che è la Dottrina sociale della Chiesa ed è la nostra bussola.
L’altro impegno dell’Associazione, poi, è nel contributo continuo a rigenerare un equilibrio salubre tra comunità e ambiente.
La biografia dietro la presidenza

Il suo percorso attraversa la formazione professionale, l’associazionismo territoriale, la gestione dei servizi, l’esperienza nel settore idrico e il lavoro nelle istituzioni regionali, fino alla presidenza nazionale maturata dopo una lunga pratica nelle strutture provinciali e regionali. Quale idea della terra si è formata lungo questo itinerario e quale incontro ha inciso maggiormente sul suo modo di intendere la responsabilità pubblica?
Dico sempre che il nostro pianeta si chiama Terra, che viene dall’indoeuropeo Tersa, parte secca, nonostante il 75% sia ricoperto da mari e oceani per un fattore straordinario.
La parte asciutta è quella che meglio ha permesso alle persone di esprimere i sentimenti, di baciarsi, di abbracciarsi. Sott’acqua è più difficile.
Non è stata, infatti, una scelta basata sull’utilità, perché è stata inventata prima la barca e poi la ruota.
Quindi la mia concezione di Terra è sulla centralità della dignità della persona nelle sue forme aggregate.
La Terra non esisterebbe senza le persone, ha una fondamentale dimensione emozionale.
L’interpretazione della responsabilità pubblica spero di averla appresa da Publio Fiori, un vero uomo delle Istituzioni.
Ne sarei un indegno allievo, avendo avuto l’opportunità di avere un continuo confronto con lui dal 2002 fino alla sua morte nel 2024.
Un uomo coraggioso, con il genio del compromesso.
Quando i numeri diventano comunità
Durante il suo primo mandato il tesseramento diretto è cresciuto del 61 per cento, il Centro di assistenza agricola ha raggiunto una maggiore stabilità e la struttura ha sostenuto l’assunzione di quasi centottanta persone. In quale momento una crescita organizzativa smette di essere soltanto un risultato gestionale e diventa forza sociale capace di cambiare la vita dei territori?
Nel momento in cui tutta la classe dirigente assume una visione come strategia comune e riesce a declinarla concretamente.
Queste tre righe sono il nostro mantra.
Oggi lo stiamo facendo e vediamo nel consenso un segnale importante, abbiamo il dovere di migliorarci elevando il contenuto culturale e pedagogico della nostra azione.
La Commissione “Lagune d’Italia”, l’impegno sulla commercializzazione delle specie aliene, la campagna “Abbattere e ricostruire” o “Colture & Culture”, il protocollo internazionale sulla logistica integrata o sulla caccia di selezione sono proprio strumenti per migliorare la vita dei territori.
Dal campanile agli organismi internazionali
ACLI Terra ha portato il tema delle aziende familiari a Ginevra, ha partecipato alle sedi della FAO, è entrata nel Cluster BIG dedicato all’economia blu e ha collaborato con organismi scientifici mediterranei. Quale vantaggio concreto deve arrivare al piccolo produttore affinché la proiezione internazionale diventi potere contrattuale, accesso alle conoscenze e capacità di incidere sulle decisioni?
La possibilità di essere, tramite ACLI Terra e il CAA ACLI, in una comunità che collabora insieme, offrendo a tutti i partecipanti una comune identità ideale, una distintività professionale e la sinergica predisposizione alla cooperazione.
L’imprenditore agricolo si deve sentire fieramente parte di un destino raccolto nella nostra associazione ed evidenziato nel confronto internazionale.
La terra come archivio vivente
Con Colture & Culture avete accostato agricoltura, sostenibilità, identità e tutela del patrimonio, fino al progetto dedicato ad Antioco, santo, medico e migrante, nel quale la civiltà contadina incontra la storia religiosa del Mediterraneo. Quali beni materiali e immateriali attendono ancora di essere riconosciuti come patrimonio e attraverso quali forme possono tornare a generare economia, memoria condivisa e appartenenza?
La parola chiave è la persona, nodo di relazioni sociali. Sono i talenti di ognuno, la formazione culturale e tecnica, le vocazioni personali e le convinzioni spirituali a generare i percorsi dell’eccellenza. In Italia l’eccellenza non è il prodotto, ma la personalità delle lavoratrici e dei lavoratori, che lo rendono distintivo, quindi economicamente prezioso.
I nostri iscritti sono stilisti del gusto.
Abbiamo portato tanti piccoli produttori di miele italiano nel Principato di Monaco, ad esempio.
Una pedagogia che nasce dal paesaggio
Alla Fiera Didacta lei ha definito la terra il più grande strumento pedagogico per le nuove generazioni, collegando ambiente, lavoro rurale e letteratura. Quale posto dovrebbe occupare questo sapere nella scuola italiana, affinché il suolo, l’acqua, il cibo e il paesaggio entrino nella formazione degli studenti come elementi di una medesima educazione civile?
Già è tutto nella scuola italiana, a prescindere dalle riforme varie.
Dobbiamo dare dignità e libertà ai docenti e agli studenti.
Innanzitutto, bisogna selezionare chi ha veramente la vocazione all’insegnamento e le attitudini psicologiche per esercitarlo.
Poi torniamo alla formazione umanistica, facendo crescere la personalità degli studenti e non la produttività. Facciamoli esprimere e non sottoponiamoli a un modello anglosassone che non ci appartiene.
Basta test, torniamo alla prosa e alla poesia.
Per fare tutto ciò è importante la libertà d’insegnamento e di scelta della scuola.
Restare come esercizio di libertà
Le aree interne vengono spesso descritte attraverso lo spopolamento, mentre ACLI Terra insiste sulla qualità dei servizi, sull’impresa familiare, sul turismo legato ai territori e sulla capacità delle comunità di produrre futuro. Quali condizioni economiche e culturali trasformerebbero il restare, il tornare o l’intraprendere in campagna in una scelta pienamente libera, soprattutto per i giovani?
Vi era un motto latino che diceva “Hic manebimus optime”, qui staremo benissimo.
I luoghi interni svantaggiati vanno adeguati, non possiamo pensare che ci sia una fetta della popolazione giovanile pronta ad abbracciare una vita da eremita. Sviluppiamo progetti di rigenerazione territoriale con i costruttori edili, tramite una politica delle permute, rinnovando l’edilizia rurale in maniera efficace, sicura, ecologica e comoda, migliorando, quindi, le vie di comunicazione.
Il Mediterraneo visto dalle marinerie
L’economia blu e la Commissione nazionale “Lagune d’Italia” allargano il campo d’azione dell’associazione dalla terra agli ecosistemi costieri. Come può il pescatore diventare insieme produttore, osservatore scientifico e custode del mare, ricevendo per questa funzione ambientale un riconoscimento economico e istituzionale adeguato?
Intanto non guardiamo al pescatore come marinaio solitario, ma la multifunzionalità dovremmo farla abbracciare all’intera marineria di una realtà geografica. I fondi del FEAMPA sarebbero anche sufficienti, ma dobbiamo rifare a Bruxelles un’adeguata programmazione delle misure dei bandi.
È un’istanza che stiamo portando avanti.
Inoltre dobbiamo favorire i progetti per i ripopolamenti ittici.
Il confine fra innovazione e dipendenza
Lei ha assunto una posizione molto netta sui cibi sintetici, mentre ACLI Terra rivendica competenza scientifica e apre il confronto sull’intelligenza artificiale. Quale criterio consente di distinguere l’innovazione che accresce l’autonomia dell’agricoltore da quella che trasferisce semi, dati, conoscenze e controllo della filiera nelle mani di pochi grandi attori tecnologici?
L’elemento distintivo è la proprietà terriera.
La terra agli agricoltori, i laboratori ai produttori artificiali. Dobbiamo evitare che le multinazionali rastrellino le terre e al posto delle colture piazzino i pannelli fotovoltaici, ad esempio.
La terra, con un impegno pubblico, deve rimanere agli agricoltori.
Il patrimonio da consegnare al futuro
La sua riconferma apre un nuovo quadriennio, mentre il Comitato scientifico nazionale e il dialogo con il mondo della logistica indicano una fase orientata alla ricerca, alle infrastrutture e all’accesso ai mercati internazionali. Quando questo mandato sarà concluso, quale trasformazione concreta vorrebbe lasciare nelle comunità rurali e quale ACLI Terra desidera consegnare alla generazione che verrà?
Una risposta semplice e spero chiara.
Le comunità rurali dovrebbero passare da un insieme di agricoltori o contadini a un insieme di imprenditori agricoli o ittici, i famosi stilisti del gusto. Per loro la remunerazione deve essere finalmente adeguata, come reciterebbe la PAC, con un migliore stile di vita.
Desidererei consegnare un’ACLI Terra che lavora proiettata a due generazioni da oggi, perché la prossima deve essere già protagonista insieme a me.