IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

La violenza verbale che cancella le persone

Violenza verbale

 Di Yuleisy Cruz Lezcano

«Sappiamo che con i fucili carichi bisogna stare attenti, e non vogliamo accorgerci che dobbiamo avere la stessa cura con la parola. La parola non solo può uccidere, può causare un danno peggiore della morte». Questo ammonimento — che risuona antico e insieme “stupefacentemente” “attuale — dovrebbe servire da monito non solo nelle guerre tradizionali, ma nella battaglia quotidiana che molti ragazzi e ragazze affrontano: quella della violenza verbale, psicologica e digitale. In Italia, i numeri raccontano una realtà che è al tempo stesso diffusissima e spesso silenziosa: nel 2023, secondo un’indagine del Istat, il 68,5% dei giovani tra gli 11 e i 19 anni ha dichiarato di essere stato vittima di almeno un comportamento offensivo, non rispettoso e/o violento — online oppure di persona — nel corso dell’ultimo anno.

Nel nord–ovest del Paese e nel Nord­est, le percentuali sfiorano il 71%, leggermente più alte rispetto al Mezzogiorno, dove comunque si attesta intorno al 66,5%. Non si tratta di eventi sporadici: per il 21% dei ragazzi le aggressioni — fisiche, verbali o psicologiche — si ripetono con continuità; per l’8% accadono addirittura più volte a settimana.  In un contesto così diffuso, è ormai impossibile ignorare che la violenza si è fatta sistemica. Non è solo “bullismo” in senso tradizionale: dietro a insulti, esclusioni, minacce, commenti degradanti o intimidatori si cela sempre più spesso un “bullismo digitale” — il cyberbullismo — con le sue varianti di molestie, stalking, cat-calling, body-shaming, diffamazione, “revenge porn” e adescamento online. Recenti indagini, come quella dell’Osservatorio Indifesa realizzata da Terre des Hommes in collaborazione con una community di giovani, segnalano che nel 2024 circa il 65% dei giovani ha dichiarato di aver subito violenza, e tra questi il 63% episodi di bullismo e il 19% di cyberbullismo.

Non è solo una questione di numeri: è una crisi culturale ed etica. Come la citazione iniziale sottolinea, le parole non sono innocue. Diventano armi quando servono a isolare, umiliare, sminuire, ridurre la dignità di qualcuno. Quando un commento dispregiativo su un social, una foto modificata, una calunnia diffusa diventano strumenti di prevaricazione, il danno può essere profondo — invisibile, ma devastante. Spesso i “bersagli” di questi attacchi sono proprio i più fragili: giovani immigrati, persone LGBTQ+, chi ha un aspetto non conforme a canoni rigidi, o semplicemente chi si trova in un periodo di vulnerabilità. Non sorprende che, secondo dati recenti, i giovani di origine straniera tra gli 11 e i 19 anni riportino tassi più alti di vittimizzazione rispetto ai coetanei italiani — ad esempio il 26,8% degli stranieri dichiara di aver subito atti offensivi, aggressivi o di esclusione mensili, contro il 20,4% degli italiani.

Questa escalation di violenza, pubblica e privata, online e offline, riflette una deriva sociale: una società che sembra aver perso il rispetto per l’altro, che misura ogni relazione in termini di potere, visibilità, utilità — una cultura in cui prevale la quantità sul valore, l’apparenza sul pensiero, il profitto sull’umanità. In questo quadro, la responsabilità non può essere attribuita solo a singoli “bulli” o “cyberbulli”: è un fallimento collettivo, di educazione, di comunità, di istituzioni.

Se vogliamo davvero che le parole conservino la loro dignità, che non uccidano, che non distruggano vite, occorre un salto culturale: diffondere l’empatia, l’ascolto, il rispetto, l’educazione all’altro. Occorre riconoscere che ogni offesa, ogni insulto, ogni esclusione non è un dettaglio: è trauma, e che il silenzio di chi assiste, ma non parla, complica ulteriormente il danno.

In un’Italia segnata dalla crisi economica, dalle disuguaglianze, da tensioni sociali, rischiamo di sottovalutare la violenza quotidiana — quella delle parole, delle immagini, del giudizio, delle discriminazioni. Occorre invece guardarla in faccia, chiamarla per nome, denunciarla, e costruire una cultura che ponga l’attenzione sull’essere umano, non su quanto può consumare, sul suo valore reale, non sul “mi piace” che raccoglie. Solo così potremo stare attenti ai “fucili” più nascosti — quelli della parola, della rete, della solitudine — e impedire che feriscano chi non può difendersi.

L’aggressione verbale non è un incidente della comunicazione: è una tecnologia del potere. Chi usa la parola per ferire, intimidire, sminuire, degradare non mira solo a colpire un individuo, ma a stabilire una gerarchia invisibile, a posizionarsi sopra l’altro. È qui che la filosofia incontra la sociologia, e il linguaggio si rivela ciò che è sempre stato: un meccanismo di dominio, capace di strutturare le relazioni sociali più della forza fisica. Tolstój lo aveva intuito con una chiarezza violenta: la parola può causare un danno peggiore della morte, perché la morte elimina, mentre la parola può continuare a vivere nell’eco interiore della vittima, distruggendo autostima, identità, fiducia.

In Italia, la violenza verbale è diventata una vera infrastruttura sociale: nei talk show, nei social network, nella politica urlata, nelle scuole. Non è casuale che l’insulto sia uno strumento ricorrente nei dibattiti pubblici: serve a neutralizzare il contenuto dell’avversario, a minare la sua legittimità, a disinnescare il confronto. È il trionfo dell’attacco sulla ragione, della reazione sull’argomentazione. Questa strategia affonda le sue radici in un meccanismo antico: l’aggressione verbale è sempre un atto performativo, un gesto simbolico che mira a rinchiudere l’altro dentro una definizione che non si è scelto. Funziona perché colpisce nel territorio più vulnerabile: l’identità. Chiamare qualcuno “nulla”, “ridicolo”, “straniero”, “diverso”, “fallito”, “grassa”, “frocio”, “puttana”, “terrone”: non è un insulto, è un tentativo di riscrivere la persona, una sorta di edit linguistico che, se ripetuto nel contesto giusto — un gruppo classe, una community online, un gruppo politico o sportivo — diventa realtà condivisa. L’aggressione verbale è dunque un’operazione ontologica: mira a dire chi sei, a decidere chi puoi essere, a vincolarti a una maschera che non ti appartiene.

A differenza della violenza fisica, quella verbale ha il vantaggio — per chi la usa — di essere negabile. “Era uno scherzo”. “Se l’è presa troppo”. “È solo un commento”. Questa ambiguità permette all’aggressore di esercitare potere e al tempo stesso di discolparsi: un perfetto meccanismo di dominio, subdolo e difficile da contrastare, perché si nasconde dietro la libertà d’espressione e dietro l’interiorizzazione della vittima. E più una società normalizza la violenza verbale, più diventa complice. In Italia, dove l’urlo è ancora scambiato per assertività e l’ironia per una forma di intelligenza superiore, gli insulti assumono spesso la maschera della “spontaneità”, creando un clima in cui la sopraffazione è presentata come naturale.

A livello filosofico, l’aggressione verbale è un gesto che cancella la reciprocità: non riconosce l’altro come soggetto, ma lo riduce a oggetto di una narrazione ostile, è la distruzione dell’intersoggettività di cui parlavano Levinas e Buber, la rottura dell’incontro faccia a faccia in cui riconosciamo il volto dell’altro come portatore di dignità. La parola aggressiva annichilisce questo legame: l’altro non è più un Tu, ma un Esso.

Nel mondo digitale, tutto questo si amplifica. Infatti, l’anonimato, la distanza, la disinibizione da tastiera creano un’arena dove il linguaggio si arma. Nasce una nuova antropologia della violenza: l’utente si percepisce onnipotente, immune da conseguenze, mentre la vittima — isolata, esposta, impossibilitata a difendersi nella stessa proporzione — vive un’esperienza di assedio continuo. L’insulto diventa moltiplicato, archiviato, condiviso: non muore mai, anzi, rappresenta la metastasi della parola.


Rivista online Il Pensiero Mediterraneo - Redazioni all'estero: Atene - Parigi - America Latina. Redazioni in Italia: Ancona - BAT - Catania - Cuneo - Firenze - Genova - Lecce - Marsala - Milano - Palermo - Roma - Trieste. Copyright © All rights reserved. | Newsphere di AF themes.