L’archivio domestico della Repubblica. Visita a Casa Pertini–Voltolina
L’archivio domestico della Repubblica. Visita a Casa Pertini–Voltolina
Di Simona Mazza
In agosto, Roma concede un varco raro: la riapertura di Casa Pertini–Voltolina. Una visita guidata consente di attraversare la residenza privata del Presidente e di leggerne spazi, oggetti e vedute come un trattato di civiltà repubblicana
Casa Pertini–Voltolina non espone il potere: ne disvela l’etica.

Nel 1978, Sandro Pertini, settimo Presidente della Repubblica Italiana, assunse una decisione inusitata: stabilire la propria dimora in questa residenza privata, anziché nei fastosi appartamenti del Quirinale. Scelta rara, condivisa unicamente – in tutta la storia repubblicana – con Francesco Cossiga, e destinata a restare un’eccezione nella consuetudine istituzionale. Pertini vi abitò fino al 1990, affiancato dalla moglie Carla Voltolina, vent’anni più giovane, giornalista parlamentare presente fin dagli anni della Resistenza, autrice di inchieste di grande rilievo e figura di rigorosa sobrietà morale, psicologa e intellettuale schiva, ma di tempra civile inossidabile.
Dopo la morte del marito, Carla continuò a vivere in questa casa, preservandone con scrupolo l’integrità e l’anima fino alla propria scomparsa nel 2005. Poi, il più totale abbandono. Per vent’anni, la dimora è rimasta sigillata, custode silenziosa di una memoria incorruttibile.
A luglio 2025, questa sospensione si è interrotta: il Comune, legittimo proprietario, ha scelto di restituire la casa alla collettività, sottraendola a ogni logica speculativa e rifiutando tanto la vendita quanto l’affitto, per trasformarla in un luogo di visita e di memoria civile. Non si tratta soltanto di una riapertura fisica, ma di un gesto simbolico di restituzione morale, un atto che riconsegna agli italiani il cuore domestico di colui che per molti resta il Presidente con la P maiuscola, capace di unire, oltre le divisioni politiche, il sentire comune della Nazione. I proventi dell’apertura saranno interamente destinati al restauro e alla conservazione dello stato originario, così da preservare intatto quel microcosmo domestico che per molti italiani rappresenta ancora l’essenza più autentica della Repubblica.
La soglia della memoria civile
Varcata la porta, il visitatore percepisce una sospensione assoluta del tempo. Gli ambienti conservano l’assetto originario, gli arredi e gli oggetti si trovano esattamente là dove furono lasciati, l’atmosfera conserva la stessa densità di un passato ancora vivo. L’impressione è quella di trovarsi sul punto di assistere al risveglio dei coniugi la mattina successiva.
Per questo motivo l’abitazione non può essere ricondotta alla categoria del museo in senso tradizionale. Essa si configura semmai come un laboratorio di storia civile in scala domestica. Indaga con nitore analitico e rigore concettuale la relazione fra sfera privata e funzione istituzionale, e restituisce un’immagine integra del carattere e della sobrietà di chi vi abitò..
A guidare le visite è il Professor Ivan Drogo Inglese, Presidente degli Stati Generali del Patrimonio Italiano, ente di interesse pubblico impegnato nella tutela e valorizzazione dei beni culturali. Il suo presidio narrativo si configura come un’indagine strutturata: ogni ambiente è analizzato con metodo filologico, ogni oggetto ricondotto alla sua esatta cornice storica, ogni episodio selezionato per il valore documentario con cui illumina l’intreccio fra vicenda personale e storia repubblicaIl palazzo e il suo impianto urbano
Ma entriamo nel vivo del tour.
L’ordito privato della rappresentanza
La dimora occupa l’ultimo livello di un palazzo ottocentesco affacciato sull’area di Fontana di Trevi. L’edificio, commissionato dall’orafo e collezionista Augusto Castellani – figura eminente del revival archeologico romano e interprete di una raffinata cultura antiquaria nell’Italia postunitaria – riflette la misura tipica di quella stagione: facciate rigorose scandite da cornici marcapiano, corte interna raccolta in verticale luce, scala signorile dalle rampe regolari e pianerottoli misurati.
Un ascensore, discreto raccordo tra la città e la quiete domestica, conduce direttamente all’appartamento che fu di Pertini e Voltolina. Qui, sotto spioventi contenuti e abbaini aperti sui tetti, lo sguardo si posa sul profilo del Quirinale, in un dialogo visivo costante fra abitare e istituzione.
L’ingresso, seguito da un salottino antistante, accoglie due fotografie volutamente poste a soglia: Alberto Sordi e Federico Fellini. Qui un piccolo soppalco serviva da cameretta per l’attendente. Il tono generale resta composto, privo d’enfasi decorativa.
La piccola sala da pranzo costituisce il primo vero centro funzionale. La stanza è quadrata, raccolta, nitida. Il tavolo al centro disciplina pranzi rapidi e colloqui asciutti; il caminetto introduce un calore misurato. Una cassetta porta-carte in legno testimonia l’abitudine serale al gioco, spesso condiviso con gli ospiti dopo cena. Su una parete campeggia la fotografia con Ronald Reagan: memoria di una stagione diplomatica che entra, senza ostentazione, nell’ordinario domestico.
Officina intellettuale e memoria civile
Ma il vero cuore operativo è lo studio-biblioteca. Gli scaffali raccolgono volumi di lavoro eterogenei; non compongono una vetrina, ma uno strumento. Su una parete campeggia il poster dei Mondiali di calcio del 1982, traccia di una passione sportiva che incrocia la memoria collettiva del Paese. Nello stesso ambiente compaiono l’immagine di Alfredino Rampi e la fotografia che ritrae Pertini mentre bacia la bara di Enrico Berlinguer: due fuochi morali della Repubblica. Su una mensola, in posizione discreta ma eloquente, si trova la sacca per le bocce, una predilezione di lungo corso accanto al calcio e al gioco delle carte. L’universo privato del Presidente si riconosce anche nella presenza, quasi ubiqua, delle pipe: non semplice vezzo, ma strumento di concentrazione e compagno silenzioso di riflessione. Una teca custodisce una raccolta in ordine impeccabile; altri esemplari ricorrono nelle varie stanze, segno di un legame costante con questo oggetto, parte integrante della sua gestualità e del suo pensiero.
Quadri d’apparato non se ne vedono; emergono soltanto poche opere donate da amici. Colpisce, per contro, l’assenza dell’iconica fotografia con l’amico Enzo Bearzot, compagno del celebre ritorno del 1982 (della Nazionale italiana dopo la vittoria ai Mondiali di calcio in Spagna n.d.r.): ci si aspetterebbe di incontrarla, e proprio questa mancanza conferma la scelta di non trasformare la memoria in autocommento.
Il refettorio privato
La camera da letto rivela una disciplina senza teatralità. L’architettura interna è dominata dal legno: letto composto e semplice, comodini essenziali, armadi ordinati. Ai lati si notano scarpe femminili col tacco, appartenute a Carla Voltolina, disposte accanto a una sedia. Sul comò, qualche pezzo di bigiotteria – sempre declinato nel colore prediletto, il rosso – sostituisce il gioiello. Accanto, un locale che oggi chiameremmo “cabina armadio” ospita un’asse da stiro e una cyclette: segno di quella regola di esercizio che Carla pretendeva dal marito, più per cura che per culto del corpo.
Proseguendo la visita, si arriva nella minuscola cucina che occupa una porzione di sottotetto. L’insieme è spartano: una pentola in bella vista, un vecchio tostapane, uno dei primissimi modelli di macchina da caffè domestica. Su uno scaffale, un ricettario di cucina ligure evoca le origini savonesi di Pertini. L’assetto essenziale conferma un dato chiaro: la padrona di casa possedeva molte qualità, ma non nutriva alcuna passione per l’arte culinaria.
Il terrazzo: orizzonti domestici della Repubblica
Al termine del percorso, una scala interna — stretta, raccolta, quasi da casa di mare — immette in un terrazzo minimo, sospeso sopra il cuore di Roma. Da questa quota privilegiata lo sguardo abbraccia circa trenta edifici iconici, come in un atlante tridimensionale a cielo aperto: il Quirinale con l’obelisco e i Dioscuri, l’Altare della Patria che affiora in controluce, le torri di Trinità dei Monti con Villa Medici poco oltre, una fila di cupole lungo via del Corso, le cuspidi barocche di Santi Apostoli, le torri medievali presso i Mercati di Traiano e, nelle giornate più terse, persino un frammento del Colosseo. Sul fronte sinistro si distingue l’attico oggi residenza di Mara Venier; poco più avanti, un campanile squadrato segna la linea dell’orizzonte.
In questo spazio raccolto, due poltroncine basse fissano la scena. È facile immaginare il rito serale di Pertini e Carla Voltolina, seduti a godere del fresco estivo: lui con l’inseparabile pipa, lei accanto, in un dialogo muto con la città che amavano. Piccola curiosità: un tempo il parapetto era protetto da una stuoia di canniccio, soluzione semplice ma efficace per sottrarre l’intimità domestica agli obiettivi dei paparazzi.
Quando le visite serali si spingono fino al crepuscolo, una corona di piccole luci disegna il perimetro; Roma, in risposta, offre lo scintillio delle facciate illuminate, il suono delle campane, il mormorio costante della Fontana di Trevi che sale come un tessuto sonoro. Qui la visita trova compimento: il domestico si allinea alla scena pubblica, lo sguardo privato si fa misura civica. Roma restituisce, in un solo colpo d’occhio, memoria, responsabilità e stile.


























